di Stefano Modeo
C’è una colpa che si può contrarre come una malattia, senza commetterla e senza nemmeno saperlo? I greci antichi la chiamavano miasma. Era una contaminazione che nasce da un atto grave e si allarga, silenziosa, dall’individuo all’intera comunità, finché la città stessa si ammala di una colpa che non le appartiene del tutto e che pure la riguarda. Nell’Edipo re di Sofocle, Tebe è malata perché in essa vive, senza saperlo, l’assassino del suo stesso re. Edipo, sovrano solerte, ordina l’indagine. Non sa che il colpevole da stanare porta il suo stesso nome, e proprio questa ignoranza dà alla scena la sua forza drammatica. Cerca fuori di sé ciò che è già dentro.
Il rimedio, in Sofocle, è drastico e semplice. La verità va detta e il colpevole va allontanato. Edipo si acceca, Giocasta si impicca, la città potrebbe tornare a respirare. La purificazione però costa cara, perché il colpevole deve coincidere esattamente con chi ha governato e protetto quella stessa città, e va distrutto con le proprie mani. Sofocle non ci racconta cosa succede a Tebe dopo. Il sipario cala proprio quando bisognerebbe verificare se la cura ha funzionato. Il mito, invece, non ha il pudore del teatro. Sappiamo che resteranno due figli, Eteocle e Polinice, che per contendersi il trono si uccideranno a vicenda, e che a provare a rimettere ordine sarà Creonte con il suo editto, quello dell’Antigone.
Facciamo, per un momento, come se Tebe fosse Taranto. Anche Taranto, per più di sessant’anni, ha convissuto con un corpo estraneo e necessario al tempo stesso, una fabbrica che dà lavoro e insieme avvelena l’aria che i suoi cittadini respirano. Il 27 luglio la Corte d’Appello di Milano ha ordinato lo spegnimento dell’area a caldo entro novanta giorni. L’11 settembre ha respinto la richiesta di sospendere questo provvedimento, fissando dunque la data del 28 ottobre. Immediatamente i lavoratori dell’indotto hanno bloccato le strade, chiesto un piano industriale, il blocco dei licenziamenti. Basta essere stati in piazza, in quei giorni, per aver visto ancora una volta il miasma all’opera. Una donna in abito estivo, la bicicletta rossa appoggiata accanto, grida ai lavoratori che a Taranto si muore «per il vostro posto di lavoro».
Un uomo davanti ai microfoni delle televisioni locali, le risponde con una domanda che è insieme un’accusa e una supplica: se non si lavora, dove si mangia? Con la cassa integrazione? La donna giura di stare dalla parte degli operai e di volere per loro un lavoro dignitoso, senza più morti. All’uomo suona come la richiesta di rinunciare al pane, subito, senza uno straccio di alternativa. Hanno ragione tutti e due, ed è questo il guaio. Si parlano addosso, in una guerra civile in miniatura. Poi, la sera del 17 ottobre, la città ha fatto una cosa che non si vedeva da tempo. Più di diecimila persone hanno riempito le strade e a un certo punto, nell’aria immobile e in un silenzio irreale, dalla testa alla coda del corteo, è partito un grido solo: «Taranto libera». C’era qualcosa di commovente in quella piazza. Veniva in mente, inevitabile, il celebre titolo del reportage del 1955 di Tommaso Fiore, Taranto non vuol morire. Ancora una volta nella storia questa città è al bivio, al crocevia del proprio destino. Infine è arrivata la sentenza che nessuno poteva più rimandare. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno respinto tutti i ricorsi di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria. Il decreto di Milano resta valido e gli altiforni devono spegnersi.
Il colpevole, per usare il lessico di Sofocle, è stato nominato e la verità è stata detta. Ma con la sentenza la domanda cambia: cosa resterà di Taranto quando la fabbrica si sarà fermata? Chi bonificherà l’area, con quali soldi e con quali contratti? Dove andranno a lavorare gli operai, e quelli dell’indotto che da luglio aspettano una risposta? Nell’Edipo re la verità arriva e il sipario cala. A Taranto la verità è arrivata e il sipario no. La vera tragedia potrebbe cominciare adesso, perché adesso si dovrebbe verificare se la cura funziona, e nessun progetto politico dice cosa verrà dopo. La città arriva a questo passaggio nel modo peggiore, divisa e stremata.
René Girard ha dedicato alla violenza tragica La violenza e il sacro. Per l’antropologo francese la peste di Tebe è il sintomo di un male più profondo, la perdita delle differenze. Quando tutti desiderano le stesse cose, accusano con gli stessi argomenti e si credono separati dagli altri da una differenza formidabile, la violenza si mette a girare in tondo e ciascuno diventa il gemello dell’altro. Gli avversari si restituiscono gli stessi insulti come una palla tra due giocatori di tennis, e il conflitto non finisce perché tra loro non c’è differenza alcuna. A Taranto la donna con la bicicletta e l’operaio dicono in fondo la stessa cosa, moriamo, e non si riconoscono. Sono Eteocle e Polinice, i fratelli nemici che si uccidono a vicenda e restano distesi fianco a fianco, con il potere, ricorda Euripide, ancora indiviso. Hanno ragione tutti e due, si è detto, e Girard spiega perché ci riesce così difficile accettarlo. Agli uomini ripugna ammettere che le ragioni sono le medesime da entrambe le parti, ossia che la violenza è senza ragione. Per questo si cerca un partito, oppure un’imparzialità che faccia sfoggio di sé.
La tragedia comincia dove crollano insieme le illusioni dell’uno e dell’altra, e nell’Edipo re Creonte, Tiresia e lo stesso Edipo vengono risucchiati nel conflitto che ciascuno si credeva capace di arbitrare. Il rimedio che la tragedia conosce è antico e terribile. Quando la crisi tocca il culmine, i mille conflitti si compongono in uno solo e la comunità intera si getta contro un individuo. L’inchiesta di Edipo è già questa caccia, e parte dalla domanda mitica per eccellenza, «Chi ha cominciato?». A Taranto la domanda si pone da più di sessant’anni e ciascuno ha la sua risposta. Per gli uni ha cominciato lo Stato che volle la fabbrica, per altri i proprietari che la spremettero, per altri ancora i giudici o gli ambientalisti che la chiudono. Ma il meccanismo funziona soltanto se la comunità trova la sua unanimità, e a Taranto l’unanimità non c’è. Ogni fronte ha scelto la sua vittima, e quella dell’uno non basta all’altro. Dove manca l’unanimità, a fermare la vendetta reciproca dovrebbe pensarci il sistema giudiziario, che Girard vede come l’erede moderno del sacrificio. Ci riesce perché un’autorità che non rappresenta nessun gruppo particolare riceve il compito di dire l’ultima parola e tutti si inchinano alle sue decisioni, a patto però che dietro ci sia un potere politico realmente forte.
Ora, la Cassazione ha parlato, ma Palazzo Chigi fa sapere che la sentenza «va approfondita», e se la politica prende le distanze dal verdetto, la contesa rischia di restare aperta. A questo si aggiunge l’illusione dei tebani, che credettero di aver trovato il loro untore e di poterlo bandire. La sentenza indica un colpevole, la fabbrica, ma a Taranto il miasma è la struttura stessa, per usare volentieri una parola grezza, in cui tutti sono incastrati insieme senza che nessuno l’abbia scelta interamente da sé, e la fabbrica, gli operai e i giudici ne sono parti, e nessuno di loro ne è l’unica causa. Eppure, e qui bisogna essere onesti fino in fondo, chi scrive ha sempre desiderato vedere quella fabbrica chiusa. Nessuna nostalgia per l’area a caldo, nessun paternalismo verso chi difende ciò che lo avvelena per necessità. Ma se il miasma è la struttura, la chiusura ne toglie soltanto un pezzo e lascia tutto il resto, i salari da cui la città ha vissuto, l’indotto, le famiglie, e a tutto questo, ora che si comincia a paventare il dopo la fabbrica, nessuno ha ancora dato un nome.
L’unico nome che il governo aveva provato a dargli quest’estate è una debole narrazione che sembra già lontana, più antica e più vendibile, quella della Magna Grecia, dello splendore culturale, del Mediterraneo che torna a fiorire. I Giochi del Mediterraneo hanno riesumato l’Atleta di Taranto, che si alza dalla tomba e cammina di nuovo tra i vivi. È un’immagine suggestiva e anche comoda, perché permette di non guardare in faccia un problema molto meno poetico. Il turismo non può bastare: per sua natura offre per lo più stagioni, contratti a termine, camerieri, raramente carriere, pensioni, operai specializzati. È un lavoro povero che spesso consuma il territorio invece di custodirlo e che consuma chi lo fa senza restituirgli granché. Sostituire l’acciaio con le cartoline equivale a cambiare scenografia senza avere scritto alcun piano industriale.
A Taranto del resto, da tempo, è in corso un assalto alla memoria. Tra la Magna Grecia e i Giochi del Mediterraneo ci sono più di sessant’anni che nessuno sembra voler rivendicare, quelli dell’Italsider e poi dell’Ilva. Quando la fabbrica arrivò, all’inizio degli anni Sessanta, Taranto era una città di arsenale e di mare, e l’acciaio le promise di entrare nel Novecento industriale. Divenne in pochi anni il principale datore di lavoro del territorio e offrì un posto stabile a migliaia di persone, molte delle quali arrivate da paesi lontani. Per una famiglia del Sud significava un salario sicuro, una pensione, un futuro per i figli, cioè ciò che per generazioni era mancato. In quegli anni gli operai di Taranto erano la prova che il Sud poteva essere moderno, e molti ne furono orgogliosi per una vita intera. Di tutto questo, nel discorso pubblico di oggi, non resta quasi niente.
La città sembra voler fare una damnatio memoriae della fabbrica, cancellando insieme al veleno anche ciò che di buono ha portato, il lavoro stabile, una classe operaia qualificata, le case, un’idea di futuro che per qualche decennio sembrò a portata di mano. Eppure basterebbe leggere chi ha provato a tenere insieme le due cose. Alessandro Leogrande, in Fumo sulla città, racconta come la fabbrica sia diventata in pochi anni il principale datore di lavoro del territorio, con una monocultura dell’acciaio che lasciò poco spazio al resto. Salvatore Romeo, che dopo la morte di Leogrande ha curato Dalle macerie, ha ricostruito in L’acciaio in fumo la storia dell’Ilva dal 1945 a oggi. Roberto Nistri ha intitolato un suo libro sull’identità tarantina Tarentinità. Un’identità residuale, e il titolo sembra dire quanto poco sia rimasto di ciò che la città pensa di sé. Rimuovere più di sessant’anni di storia non guarisce nessuno.
Dire «chiudiamo» senza dire «e poi» è dunque un altro modo di scaricare il colpevole fuori città, di allontanare il male senza sanare la ferita, in un tentativo di espulsione che non placa nessuno, perché ogni fronte continua ad avere il suo colpevole. È la stessa illusione di Creonte, che pensa di ristabilire l’ordine con un editto senza calcolarne il prezzo umano. Qui la sentenza della Cassazione, come l’editto, non basta a ristabilire l’ordine, e a Creonte spetta il compito più difficile, governare dopo. Serve un piano B vero, un progetto scritto, finanziato, verificabile, che sia altro da un mito riesumato. Finché la politica non lo presenta, la sentenza resta metà di una risposta e in mezzo, ancora una volta, restano la fabbrica che si spegne e i suoi operai in piazza. Per questo il finale di Sofocle, letto oggi, sembra più onesto di ogni piano industriale. Non ci mostra la città guarita, perché la città non guarisce mai del tutto. Edipo cade, Creonte sale, l’ordine torna, ma su una base che è la distruzione dell’uomo che, sbagliando, aveva comunque cercato di salvare tutti. È una tregua, e le tregue, si sa, servono a rimandare la domanda vera senza risolverla.
Quando una comunità è costretta a scegliere contro una parte di sé stessa, chi è davvero il nemico? Forse nessuno. O forse, e la risposta è scomoda al punto che né Edipo né Creonte né i giudici di Milano e di Roma possono darcela da soli, il nemico è la pretesa di poter separare, con un decreto o con una sentenza, la salute dal lavoro, la colpa dalla necessità, il passato glorioso dal presente che paga il conto. Sofocle non ce lo dice, almeno nell’Edipo re. Deve però avervi ripensato a lungo, se da vecchio scrisse l’Edipo a Colono. L’esule cieco, il contaminato per eccellenza, arriva alle porte di Atene e viene accolto, e la sua impurità, riconosciuta, si converte in protezione per la città che lo ospita. È il rovesciamento più audace del pensiero tragico.
Il miasma si adotta, perché ciò che ci ha avvelenato, guardato in faccia, può produrre gli anticorpi che servono a costruire un futuro meno incerto e più sano, e a Taranto quegli anticorpi sono i saperi che la fabbrica e la lotta contro di essa hanno lasciato in città. Taranto potrebbe cominciare da qui, e dal basso. Lo sanno gli operai che ne conoscono ogni valvola, e lo sanno gli attivisti e i cittadini che ne hanno misurato ogni danno. Servono entrambi i saperi per smontare ciò che va smontato e bonificare ciò che va bonificato, per anni, con contratti veri e competenze vere. Ciascuna parte ha in mano ciò che manca all’altra, e nessuna può più fare a meno dell’altra nel cominciare a pretendere quel futuro.
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Stefano Modeo è nato a Taranto nel 1990, vive e lavora come insegnante a Treviso. Ha pubblicato “La Terra del Rimorso” (ItalicPequod, 2018) e “Partire da qui” (Interno Poesia). Ha curato le antologie di poesie di Raffaele Carrieri “Un doppio limpido zero” (Interno Poesia, 2023) e di Pasquale Pinto “La terra di ferro e altre poesie. 1971-1992” (Marcos y Marcos, 2023). È coautore del libro “Conversazione” (Industria&Letteratura, 2023) insieme a Paolo Febbraro. Compare nel volume collettivo “Poesia contemporanea. Sedicesimo quaderno italiano” (Marcos y Marcos, 2023); nelle antologie “Abitare la parola – Poeti nati negli anni ’90” (Ladolfi, 2019) e in “I cieli della preistoria. Antologia della nuovissima poesia pugliese” (Marco Saya 2022). Si occupa di poesia italiana contemporanea per la rivista di critica letteraria norvegese “Krabben”.
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