C’è un pronome che ho l’impressione di sentire sempre più spesso, e non solo negli scritti letterari o nel parlato colto: lo pronuncia il panettiere quando dice “guardami questo impasto”, il controllore dell’autobus quando avverte “non mi salite senza biglietto”, chiunque, nel quotidiano più basso e meno sorvegliato. È il cosiddetto dativo etico: un “mi” che grammaticalmente non serve a nulla (l’azione si compirebbe identica senza) ma che il parlante infila comunque nella frase. Non è un complemento di termine in senso proprio: nessuno sta davvero “guardando per me” o “salendo per me”. È qualcosa di più sottile e, se ci si pensa, di più interessante: è un modo per restare dentro l’inquadratura di un enunciato da cui, per ragioni sintattiche, si dovrebbe essere assenti.

Ecco perché mi piace chiamarlo un selfie linguistico. Il selfie, si sa, non modifica ciò che viene fotografato: il monumento, il piatto, il tramonto restano identici. Modifica invece la composizione dell’immagine, perché vi introduce chi guarda insieme a ciò che è guardato. Il dativo etico fa esattamente questo sul piano della frase: non cambia l’azione, ma cambia chi compare nell’enunciato mentre l’azione si svolge. È un pronome autobiografico miniaturizzato: non racconta nulla di chi parla, non è narrazione né confessione, ma lascia comunque, ogni volta, una piccola impronta dell’io.

La domanda interessante non è se il dativo etico esista: esiste da sempre, i grammatici lo chiamano da secoli dativus ethicus. È piuttosto se, come mi pare di notare, dilaghi ora anche fuori dai contesti in cui prima era confinato. Non ho dati statistici a supporto, solo l’orecchio di chi ascolta il parlato quotidiano con un po’ di attenzione: ma se un fenomeno linguistico, per definizione minimo e quasi impercettibile, sembra comparire ovunque, in bocca a chiunque, qualche domanda vale la pena porsela. E la domanda più ovvia è se non sia il sintomo di qualcosa che ci riguarda tutti, e non solo chi lo pronuncia distrattamente: un’epoca che non riesce più a raccontare un fatto senza intestarselo, che fatica a descrivere qualcosa senza mettersi in scena mentre lo descrive.

Qui però bisogna essere precisi, perché è facile scivolare in una tesi più debole di quella che serve. Non si tratta di dire che chi usa il dativo etico sa di volersi mettere in scena, che lo fa con intenzione, come farebbe un influencer davanti allo specchio. Il panettiere non sta scegliendo, frase per frase, di comparire nell’inquadratura: se glielo si facesse notare, probabilmente non si riconoscerebbe in quella lettura, e negherebbe. Ma è proprio questo il punto, non un’obiezione contro la tesi: il dativo etico è efficace come sintomo esattamente perché è involontario. Rivela qualcosa senza dichiararlo, come un lapsus rivela un pensiero senza essere un’affermazione consapevole. La lingua, attraverso milioni di parlanti che singolarmente non ne sono per nulla consapevoli, produce comunque una forma ricorrente: ed è quella ricorrenza, quella diffusione trasversale, il vero indizio di uno spirito del tempo, non l’intenzione del singolo che la pronuncia.

Un fenomeno parallelo, anche se di natura diversa, si può osservare nella cosiddetta selfie television inaugurata da conduttori come Zoro e Pif: format come Propaganda Live o Caro marziano, in cui le interviste vengono girate con le facce accostate di intervistatore e intervistato, nella stessa inquadratura, allo stesso livello. Anche qui l’osservatore si colloca sul piano di ciò che osserva; anche qui il dispositivo, la doppia faccia in campo, dice qualcosa sul nostro tempo a prescindere dalle intenzioni di chi lo utilizza. La differenza, però, va tenuta ferma: quella è una scelta di regia, dichiarata, rivendicata come cifra stilistica di un programma. Il dativo etico non lo sceglie nessuno: emerge dall’uso della lingua parlata, tanto più significativo in quanto agisce sotto la soglia della consapevolezza.

Forse è anche per questo che il fenomeno si annida più nel parlato che nella scrittura: il parlato è situazionale, relazionale, vive di presenza fisica fra chi dice e chi ascolta, ed è quindi il terreno più fertile per un pronome che non serve a costruire un’informazione, ma a occupare, per un istante, una posizione nella scena. La scrittura, più distanziata, resiste di più, anche se, chissà, forse non per molto.

Anche la scrittura, del resto, ha un suo dativo etico: solo che lo esprime in modo meno rozzo. Penso a certa autofiction, a un autore come Emmanuel Carrère, i cui libri più noti, Limonov e L’avversario, non parlano soltanto dei loro protagonisti, ma anche, e non marginalmente, del rapporto fra Carrère e ciò che racconta, di come lo ha conosciuto, avvicinato, capito. Ed è curioso che, a differenza del “mi” che si intrufola in una frase altrimenti innocua, quell’io non compaia mai nei titoli: non Limonov e io, non Io e l’avversario. Se sia pudore, cioè il segno di una presenza tenuta volutamente ai margini pur restando sostanziale nel testo, o se sia piuttosto il trucco più elegante ed efficace dello stesso narcisismo, capace di mascherarsi da oggettività proprio perché non si dichiara sulla soglia del libro, resta una domanda che preferisco lasciare aperta.

Il dativo etico, insomma, meriterebbe di diventare un piccolo concetto linguistico-letterario a sé: non perché descriva qualcosa di nuovo, ma perché la metafora del selfie permette di leggerlo in un quadro più ampio: quello di un individualismo che non ha più bisogno di dichiararsi per manifestarsi e che si insinua persino dove la grammatica non gli lascerebbe, in teoria, alcuno spazio.

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sergiogarufi@minimaetmoralia.it

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