I morti non se ne vanno. È questa la legge segreta che governa Come ama il buio (Nottetempo 2026), il romanzo in cui Emanuela Cocco fa qualcosa di raro con il genere portandolo ad essere non un’indagine sul crimine, ma sulla struttura stessa del dolore.
Cocco lavora con due grandi strumenti strutturali intrecciati e la sua originalità sta proprio nel modo in cui li tiene insieme senza che l’uno schiacci l’altro.
Il primo è Roma. Non la città monumentale, non la cartolina: Roma come organismo in decomposizione: «Una città guasta, finita, ma ancora dedita al vizio, che continuava a farsi di tutto incurante delle conseguenze». La Roma di questo romanzo odora di piscio di cani, di birra fermentata sui marciapiedi, di pneumatici cotti al sole. È la Roma di agosto, mezza vuota e mai rilassata, che somiglia «A un animale morente, sul procinto di chiudere gli occhi per sempre». Quando Toni la attraversa in macchina, la città le arriva addosso a raffiche sensoriali – «l’odore di fragole tagliate ricoperte di zucchero e limone, e quello della benzina, la resina, le foglie, il marmo e le lame: Roma» – in un catalogo alla Dos Passos che però non ha niente di esibito, perché quelle immagini sono filtrate dalla mente dissociata di Toni, che le raccoglie e le lascia andare come fanno le persone che non riescono davvero a stare dove sono.
Ed è qui che entra il secondo strumento: la condizione psichica della protagonista, che il suo psichiatra chiama Maladaptive Daydreaming. Non è una sindrome riconosciuta dai manuali diagnostici, ma è reale quanto un’ossa rotta. Il suo meccanismo è semplice e devastante: la mente di Toni costruisce fantasie così vivide e totali da diventare più concrete della realtà e in esse Toni abita, spesso senza volerlo, spesso senza poterne uscire. «Un sogno disadattivo multiforme», scrive Cocco, «che a tratti rappresentava l’unica pace e gioia alla quale Toni sentiva di poter accedere, e che pure la terrorizzava per la potenza delle sue manifestazioni». Nato come rifugio da un trauma infantile, il sogno si è trasformato nel tempo in «Una prigione dalla quale era sempre più difficile evadere».
La genialità di Cocco è usare questa condizione non come dettaglio psicologico del personaggio, ma come forma del romanzo. La narrazione funziona esattamente come il Maladaptive Daydreaming: ci porta dentro i morti, nei loro corpi, nelle loro ultime ore, con una qualità onirica e percettiva che sfida le convenzioni del genere. Toni siede sul pavimento dell’appartamento dove Alice e Samuel vivevano da due settimane prima di essere uccisi, fissa il televisore rotto che manda immagini fratturate, e li raggiunge. Li immagina nella notte calda di agosto, nudi, incapaci di dormire, ridendo di nulla. «Ogni cosa è unica e irreversibile», pensa, «ma non nella mia testa». E il romanzo si comporta di conseguenza: il tempo si contorce, il presente e il passato coesistono, e la linearità del thriller viene sistematicamente sabotata da questa mente che non riesce a restare dove dovrebbe.
«Restavano sempre, restavano tutti con lei», dice Toni dei corpi che ha incontrato nel suo lavoro. È la stessa legge che governa Beloved (Frassinelli, 1996) di Toni Morrison: il trauma non è un evento passato, è una presenza che abita il corpo e plasma ogni momento successivo. La capacità di Toni di sentire le vittime non è una dote mistica ma la conseguenza diretta di un trauma mai superato.
La scelta più difficile e più onesta del libro è quella di non risolvere. Cocco non cattura, non processa, non restituisce. In una scena visionaria, si chiede solo: «Dimentica questa storia, lasciami andare. Meritavano di morire». E Toni risponde: «La morte non si merita». Ma poi, quando la voce le chiede se anche lei abbia mai desiderato uccidere chi le ha fatto del male, risponde con una semplicità che toglie il fiato: «Ogni giorno della mia vita».
Non c’è differenza morale assoluta tra le due. C’è solo la differenza di ciò che si è fatto, non di ciò che si è desiderato. È un confine sottilissimo, e Cocco lo tiene in tensione fino all’ultima pagina senza spingere il lettore verso nessuna soluzione.
Come ama il buio è un romanzo sulla giustizia impossibile. Nel senso che alcune ferite non hanno restituzione, che alcune vite distrutte non tornano intere e che chiedere al racconto di ricucire quello che la realtà ha strappato è pretendere dalla letteratura più di quanto possa dare. Cocco non pretende. Tiene la ferita aperta, la illumina con una prosa che sa essere allo stesso tempo esatta e visionaria e poi lascia il lettore solo con essa.
Emanuela Cocco ha scritto un libro che non si lascia dimenticare, come i suoi morti.
Ilaria Padovan nasce a Pavia nel 1990 e lavora in consulenza a Milano. Suoi racconti sono comparsi su «Topsy Kretts», «Crunched», «Risme», «Turchese», «Grado Zero», «Yanez»., «Pastrengo», «Wertheimer», «Gelo». Si è classificata terza a «8×8, si sente la voce 2024». Ha tradotto dall’inglese per «Turchese». Collabora con Treccani, Il Tascabile, The Vision e Limina.
