Mario Andreose ha trascorso quasi settant’anni dalla parte dei libri degli altri. Li ha letti, corretti, scelti, rifiutati, difesi. Ha accompagnato scrittori già celebri e altri che ancora non lo erano, costruito cataloghi, attraversato case editrici e trasformazioni che hanno cambiato radicalmente il mestiere dell’editore. Dal Saggiatore di Alberto Mondadori, dove entrò nel 1958 come correttore di bozze, alla Mondadori, poi al Gruppo Fabbri e alla RCS Libri, fino a La Nave di Teseo, fondata nel 2015 insieme, tra gli altri, a Umberto Eco e Elisabetta Sgarbi.
Nel 2025 ha pubblicato Un’educazione veneziana (La Nave di Teseo), in cui torna a prima di tutto questo, al bambino nato nel 1934 e cresciuto alle Zattere. Che bambino era Mario Andreose?
Ero un bambino molto pensoso. Mi erano capitate molto presto cose che avevano cambiato completamente il paesaggio nel quale mi muovevo. Nel giro di pochi mesi persi mio fratello e mia sorella e anch’io finii ricoverato all’ospedale delle malattie infettive, su un’isola della laguna. Ricordo il viaggio in motoscafo di notte, poi un periodo in cui apparentemente non succedeva niente. Continuavo a stare a letto, finché un giorno arrivarono due zie a prendermi. Fu la mia prima esperienza di straniamento, quasi di non capire più chi fossi. Quello che fino a poco prima era stato il nucleo della mia famiglia, una vita regolare e gioiosa fatta soprattutto di giochi con i miei fratelli, era improvvisamente scomparso.

Che cosa la riportò alla normalità?
La scuola, la chiesa, una vita nuovamente regolata. Feci anche il chierichetto. Ero affascinato dalla liturgia, dalla musica, dalla compresenza di tutti quegli elementi che formavano l’immaginario religioso. Nelle chiese veneziane eri continuamente circondato dall’arte. Anche mentre seguivi un rito avevi davanti un’iconografia che ti intratteneva, ti rimaneva nella mente e finiva per creare delle aspettative. Poi la ritrovavi nei palazzi e nelle case degli amici più ricchi. L’arte diventava una presenza familiare.
Suo padre era fornaio, sua madre aveva una salute fragile e in casa i soldi erano pochi. Che cosa le ha lasciato un’infanzia vissuta con poco?
Un ricordo di grande affetto e, a mano a mano che crescevo, anche di compassione per i miei genitori. Non era una miseria tragica. Era una povertà legata al tempo, alle sanzioni, alla guerra, alla scarsità di tutto. Io, però, ebbi la fortuna di conoscere contemporaneamente tre mondi. C’era la mia famiglia, c’era una zia ricca dalla quale andavo a pranzo due volte alla settimana, e c’era la famiglia contadina di mia madre, che veniva da una casa con undici figli nella provincia veneziana.
Tre infanzie diverse.
Esattamente. E ognuna mi insegnava qualcosa. A casa della zia scoprivo cose che nella mia non esistevano: le posate d’argento, i vetri di Murano, i tappeti. Una casa dell’alta borghesia arredata con grande gusto. In campagna, invece, diventavo un altro. Appena arrivavo mi toglievo le scarpe. Per un bambino abituato alle pietre e al selciato di Venezia, camminare scalzo sull’erba o sull’aia era già una forma di libertà. C’erano il latte appena munto, i salumi, i formaggi. Poi le cuginette. Ci si poteva avvicinare, abbracciare, magari dare un bacetto per penitenza durante un gioco. In città quella dimestichezza era meno possibile.
In tempo di guerra, però, quel bambino aveva già delle responsabilità.
A nove anni portavo clandestinamente una sporta di sale grosso alla famiglia di mia madre in campagna. L’Italia era divisa, il monopolio non funzionava più, mancavano il sale e il tabacco. Mentre lo zio ricco aveva le sue sigarette profumate, con quel filo di fumo azzurro che mi piaceva tanto osservare, gli zii di campagna fumavano perfino i ricci delle pannocchie essiccati. Io portavo il sale, che serviva soprattutto quando si ammazzava il maiale e bisognava preparare i salumi, e al ritorno riempivo la sporta di formaggi e insaccati per casa. In una situazione di carestia avevo anch’io una mia piccola funzione nell’economia familiare.
Aveva sei anni quando l’Italia entrò in guerra. Che cosa capiva davvero della guerra?
Un bambino capisce molto più di quanto si pensi, soprattutto quando gli avvenimenti lo costringono a crescere in fretta. L’8 settembre del 1943, per esempio, ero in colonia. Una mattina non ci furono più il solito alzabandiera e l’adunata. Gli adulti parlottavano fra loro. Una delle insegnanti disse più o meno: “Mussolini è stato cacciato. Per fortuna abbiamo un re molto bravo. Adesso governerà lui”. Il giorno dopo mi diedero un biglietto ferroviario e andai alla stazione da solo per tornare a Venezia. Avevo già provato a scappare dalla colonia perché mi annoiavo, ma mi avevano ripreso. Ora, invece, quella stessa persona sembrava quasi contenta di potermi finalmente mandare via.
Quando cominciò a capire che il fascismo non era l’unico mondo possibile?
Qualcosa avevo già capito. Avevo uno zio partigiano che ogni tanto si rifugiava da noi, spesso anche ubriaco, e quindi sapevo che il fascismo non era universale. Esisteva chi la pensava diversamente e addirittura tramava per combatterlo. Dopo l’8 settembre cambiò anche il rapporto con i tedeschi. Alcuni ufficiali della Wehrmacht avevano requisito una pensione vicino a casa nostra. Prima mi davano un buffetto, mi accarezzavano la testa, forse perché ero biondo e avevo gli occhi azzurri. Dopo erano diventati occupanti, erano arrabbiati. Anche un bambino sentiva che qualcosa si era spezzato.
Negli ultimi giorni del conflitto un colpo di cannone distrusse l’altana dove andava a leggere e a fantasticare. Che cosa significò per lei?
Fu doloroso. Intanto smentiva l’idea che a Venezia non si fosse sparato neppure un colpo. Quel colpo arrivò proprio lì, il 25 aprile. L’altana per me era importante. Casa nostra era angusta, piccola, senza grandi comodità. Salivo quelle scale di legno con la scusa di leggere tranquillo o di prendere il sole nelle ore meridiane e mi ritrovavo in uno spazio soltanto mio. Ci sono voluti decenni prima che venisse ricostruita, probabilmente perché non c’erano i soldi e un’altana non era certo una priorità. Per me, però, fu una vera privazione, compensata dai tavolini dei caffè delle Zattere, ugualmente affacciati a Mezzogiorno.
Poi arrivò la Liberazione.
Improvvisamente l’edicola sotto casa era piena di giornali e riviste nuove. Prima c’erano Il Gazzettino, il Corriere della Sera, qualche pubblicazione per ragazzi come Il Corriere dei Piccoli e Il Vittorioso e poco altro. Tutto a un tratto apparivano testate diverse, voci diverse. Capii che si stava aprendo una stagione nuova anche nel modo di ricevere le informazioni e di sapere le cose. Poi se ne andarono i tedeschi e arrivarono gli americani e i neozelandesi, con il chewing gum e le tavolette di cioccolata. Cambiava perfino l’orizzonte materiale della nostra vita. Nel giro di pochi anni riaprirono la Mostra del cinema, la Biennale d’Arte, Teatro e Musica. Venezia si riapriva al mondo proprio mentre io cominciavo ad avere l’età per scoprirlo.
Quando cominciò la passione per i libri?
Molto presto. Dopo la malattia e la morte dei miei fratelli, mia madre viveva nel terrore che potessi sparire anch’io da un momento all’altro. Si era ammalata d’asma. La sentivo ansimare di notte, mi alzavo e andavo a vedere come stava. Ogni volta che succedeva qualcosa a me tendevano a rinchiudermi in casa o a mandarmi dalla zia ricca. Fu lì che trovai la biblioteca dello zio. Mi imbattei ne I Promessi sposi illustrati, poi nel Don Chisciotte, anch’esso illustrato. Ne rimasi affascinato, soprattutto dal Don Chisciotte.
Anche la scuola contribuì?
Sì. Era una scuola religiosa, ma gli insegnanti elementari erano laici. Prima di mandarci a casa avevano l’abitudine di leggerci per un quarto d’ora un libro. A volte erano storie edificanti e involontariamente sadiche, altre volte i classici francesi, Pel di carota e Senza famiglia, oppure De Amicis. In questo modo il mio orizzonte si allargava. Non c’era più soltanto il sussidiario, c’erano i libri.
Più avanti arrivò perfino a marinare qualche lezione per andare in biblioteca a leggere Gide, Faulkner, Mann, Sartre. Che cosa cercava davvero?
Mondi nuovi, esperienze diverse. Mi piacevano la differenza, l’eleganza, perfino la violenza, quando c’era. Mi attiravano moltissimo anche le lingue. Il latino mi sedusse immediatamente. Dalle prime lezioni mi sembrava quasi qualcosa di familiare. Mi piaceva il francese e poi l’inglese. Gli americani furono molto furbi. Aprirono biblioteche gratuite, belle, con ambienti gradevoli. Potevi sederti lì oppure prendere i libri di letteratura nordamericana e portarli a casa. Avevi finalmente accesso a cose delle quali prima sentivi soltanto parlare. Ascoltavo quelli più grandi di me discutere degli scrittori e poi andavo a leggerli. Si parlava di Sartre, di Camus, di Thomas Mann, Proust, di politica e di letteratura. A quell’età serviva anche per avere qualcosa da dire agli altri, per inseguire i più grandi e, naturalmente, per farsi più belli con le ragazze.
Nel dopoguerra Venezia si spalancò sul mondo. Alle Zattere vedeva artisti e intellettuali.
C’erano gli artisti, gli architetti. Ricordo Carlo Scarpa, Emilio Vedova, Ernest Hemingway, Orson Welles. Quello che sentivo dire da loro poi andavo a cercarlo in libreria o in biblioteca. Pensavo: “Di queste cose mi devo occupare anch’io”. Le Zattere erano un posto straordinario. C’erano l’Accademia di Belle Arti, il liceo artistico, due licei classici, la facoltà di Architettura, con i loro studenti e insegnanti. Appena attraversato il ponte dell’Accademia c’era il Conservatorio. Tutti finivano nei caffè e nelle gelaterie sul canale della Giudecca, a prendere un caffè, un’ombra di vino o un gelato quando avevi due lire in più. Peggy Guggenheim aveva preso casa lì vicino e arrivavano anche gli artisti americani che frequentavano il suo ambiente. Io potevo sedermi accanto a quei gruppi, ascoltare, vedere, conoscere e prendere mentalmente appunti. Era naturale che mi venisse voglia di entrare in quel mondo. E poi c’erano il teatro, il cinema, l’opera. Vi andavo sempre, sapevo introfularmi senza biglietto. Alla Mostra del cinema vedevo i film che mi incuriosivano. Alcune immagini mi sono rimaste nella mente per tutta la vita. A La Fenice, appena fui abbastanza grande, entrai nella claque. Era un modo per assistere agli spettacoli gratis. Mi capitò di assistere a una prima mondiale di Stravinskij e di Benjamin Britten. Ho visto grandi attori, come Lawrence Olivier e Gerard Philippe. Cinema, teatro, musica, arte e lettura si corrispondevano continuamente. Era una full immersion nel mondo al quale sentivo di appartenere.
E nello stesso tempo nuotava per ore nel canale della Giudecca?
Dalla mattina alla sera, alla piscina della Società Veneziana Nuoto, sottratta a ogni regola d’igiene. Facevamo anche le gare. Dopo la malattia ero un bambino piuttosto gracile e sentivo il bisogno di irrobustirmi. Si era creata una specie di circolo virtuoso tra curiosità, istruzione, sport, relazioni con gli adulti e i protagonisti di quell’epoca. A scuola qualche volta chiamavano i miei genitori e dicevano: “Guardate che vostro figlio sta leggendo cose non propriamente adatte alla sua età”. Io continuavo senza scompormi.
Che cosa le ha insegnato Venezia che nessun’altra città avrebbe potuto insegnarle?
Tutto questo. È stata una fortuna incredibile. Venezia offriva queste esperienze contemporaneamente e permetteva di passare da una cosa all’altra senza soluzione di continuità. La cultura non era separata dalla vita.
Da ragazzo voleva scrivere. Ma come finì nell’editoria?
Partii da Venezia con l’intenzione di fare il giornalista. Alla Mostra del cinema avevo avvicinato sfacciatamente Gaetano Baldacci, il primo direttore de Il Giorno, e mi ero fatto dare un appuntamento. Quando arrivai nella prima sede del giornale lui non c’era. Mi ricevette però il caporedattore dello spettacolo, che era proprio il settore al quale puntavo. Avrei voluto occuparmi di critica cinematografica e teatrale. Ero pieno di idee perché frequentavo da anni la Mostra del cinema e la Biennale. Non osavo ancora pensare alla narrativa. Mi dissero: “Le faremo sapere”. Ma la risposta non arrivava.
Fu allora che entrò in scena il Bar Jamaica di Brera?
Sì. Mi sedevo, senza saperlo, accanto a traduttori, correttori di bozze, scrittori in erba. Allora si parlava con tutti, spontaneamente. Qualcuno mi diceva: “Sono in ritardo, perché non mi aiuti a correggere queste bozze?”. Oppure: “Perché non mi prepari un indice analitico con le schede da mettere in ordine alfabetico?”. Cominciai così a collaborare dall’esterno, soprattutto con Feltrinelli. Ho corretto montagne di bozze e preparato moltissimi indici analitici, per libri di saggistica. Poi vidi un annuncio. Cercavano un correttore di bozze, che allora era un mestiere molto considerato, prima di essere abolito . Mi presentai, vinsi il concorso e mi ritrovai al Saggiatore di Alberto Mondadori, che aveva lasciato la casa editrice del padre dopo un dissidio e voleva costruire una casa concentrata soprattutto sulla saggistica internazionale.
Ha definito il Saggiatore la sua vera università.
Mi ritrovai in mezzo a persone straordinarie. Giacomo Debenedetti era il direttore letterario e fu quello con cui lavorai più da vicino. Poi c’erano Enzo Paci, Remo Cantoni, Dino Formaggio. Per la musica Fedele d’Amico e Luigi Rognoni, per l’arte Giulio Carlo Argan e Ranuccio Bianchi Bandinelli, per le scienze umane Ernesto de Martino. Io correggevo le bozze, poi cominciarono a darmi delle letture, quindi diventai redattore e infine redattore capo e direttore editoriale. Fu un apprendistato di undici anni.
Fu lì che arrivarono anche Tristi tropici di Claude Lévi-Strauss e Il secondo sesso di Simone de Beauvoir?
Sì, erano due titoli fondamentali che il Saggiatore acquisì dall’Einaudi in un momento di difficoltà della casa torinese. Tristi tropici era stato tradotto da Bianca Garufi. Per Il secondo sesso c’era invece un problema. Il libro era molto lungo, in due volumi, e si era pensato di ridurlo drasticamente, facendone un solo volume. Una parte era già stata tradotta da Roberto Cantini. Io dissi, con una certa sfacciataggine, che mi sarei occupato del resto: “Lavoro in ufficio e anche a casa, pur di riuscire a finirlo in tempo”. Ancora oggi nel frontespizio de Il secondo sesso, appare il mio nome.
Aveva poco più di vent’anni. Incoscienza giovanile o sapeva già di essere bravo?
Direi soprattutto incoscienza giovanile. Avevo già tradotto qualcosa di minore per arrotondare lo stipendio, quindi conoscevo il lavoro. Ma una cosa del genere era molto più impegnativa. Progredivo anche così, facendo spesso quello che gli altri non facevano. La mia vita lavorativa e quella privata finivano quasi per coincidere, perché anche i miei amici erano persone che avevano gli stessi interessi.
Nel 1969 lasciò il Saggiatore e andò alla Mondadori di Verona.
A Verona entrai direttamente in contatto con la tipografia. Mario Formenton mi disse: “Abbiamo investito molto nelle macchine, io devo farle lavorare. Lei deve inventare o trovare dei progetti che possiamo proporre agli editori stranieri alla Fiera di Francoforte”. Fu lì che imparai il sistema delle coedizioni internazionali. Fare un grande libro d’arte costava moltissimo. Allora editori francesi, tedeschi, americani, inglesi e italiani si accordavano. Se volevamo fare una monografia su Kandinskij, trovavamo insieme l’autore, la producevamo e la stampavamo insieme, poi ciascuno la vendeva nel proprio mercato. In questo modo i costi diventavano sostenibili. Mi occupavo sia di libri illustrati sia di libri per ragazzi e a Francoforte partecipavo alle riunioni con gli editori stranieri. Lì capii fino in fondo che un libro non è soltanto un testo. È anche un oggetto, una produzione, un’industria. La mia vecchia passione per l’arte, la mia esperienza da “guardone veneziano”, improvvisamente diventavano utili anche professionalmente.
Poi vennero il Gruppo Fabbri e la RCS Libri. Per convincere Leonardo Sciascia a venire alla Bompiani impiegò due anni. Come si corteggia uno scrittore?
Andandolo a trovare, parlando delle cose che interessano a entrambi, dimostrando di conoscere davvero quello che sta facendo. Ma soprattutto bisogna capire i suoi bisogni.
Lei che cosa aveva capito di Sciascia?
La sua opera era dispersa fra diversi editori. Nel frattempo avevo avviato i Classici Bompiani e gli proposi qualcosa di più di un nuovo libro. Gli dissi: “Raccogliamo la sua opera in due o tre volumi, sul modello della Pléiade, e scelga un filologo che la curi”. Lui scelse Claude Ambroise. Fece in tempo a vedere i primi due volumi e ne era molto contento.

I Classici Bompiani nacquero anche per non perdere Moravia.
Sì. La Mondadori voleva portarmi via Moravia e io non volevo perderlo. Per fortuna una delle due eredi della Bompiani mi sostenne. La collana serviva anche a dare agli autori della casa una sistemazione complessiva e prestigiosa. Poi allargai il progetto. Andai anche da Gallimard perché volevo Marguerite Yourcenar, che in quel momento era in grande voga. Nella Pléiade erano appena usciti due volumi, uno per la narrativa e uno per la saggistica. Era un modo di costruire un catalogo mettendo in relazione autori la cui opera, in singoli volumi, era pubblicata anche da altri editori. E così feci, per esempio, con Joseph Roth e Canetti dell’Adelphi in accordo con Luciano Foà.
Che cosa si scopre dei grandi scrittori quando si smette di leggerli soltanto e si comincia a frequentarli?
Nel mio caso erano per lo più persone ammirevoli, con qualche inevitabile eccezione. Andare a cena con Sciascia, per esempio, era una festa. Ma frequentarli significava anche scoprire che l’idea che ti eri fatto dei rapporti fra loro poteva essere completamente sbagliata. Una volta, per festeggiare l’uscita del primo volume delle opere di Sciascia, organizzai una cena con lui e sua moglie, Valentino Bompiani e Umberto Eco. Mi aspettavo una serata memorabile. Fu quasi un fiasco. Valentino era ormai sordo, Eco era in grande forma e faceva continuamente le sue battute, ma i frizzi di Umberto e il suo mondo non erano affatto nelle corde di Sciascia. La cena andò avanti, naturalmente, ma capii che le mie aspettative erano sbagliate.
E Moravia che autore era, per un editore?
Negli ultimi dieci anni della sua vita gli sono stato molto vicino, in tutto. Era un autore di un’autonomia assoluta. Potevi correggere i refusi, naturalmente, ma il testo era suo e faceva tutto lui, magari dopo la sesta stesura. Altri scrittori cercavano maggiormente il confronto.
Che cosa le disse Moravia quando, alla Bompiani, lesse per la prima volta Il nome della rosa di Umberto Eco?
La prima cosa che mi disse fu: “Mi pare una lezione universitaria in forma di romanzo”. Non gli piacque. Moravia apparteneva a una stagione narrativa diversa e mantenne quel giudizio anche dopo il successo. Ma questo non impedì che poi lui e Umberto diventassero amici. Quando Moravia morì, chiamai proprio Eco perché tenesse la commemorazione in Campidoglio. Moravia continuava a pensarla allo stesso modo sul romanzo, ma era anche orgoglioso di avere accanto uno che, come si dice, spaccava le pietre.
Anche all’estero, però, fu difficile inizialmente vendere il romanzo di Eco.
Gli editori delle due culture che gli erano più vicine, quella francese e quella anglosassone, inizialmente non volevano il libro. Dicevano: “È un saggista, perché vuole fare il romanziere?”. Oppure non lo avevano neppure letto. Negli Stati Uniti Eco era molto conosciuto nell’ambiente universitario e come autore di saggi, ma serviva qualcuno disposto a guardare oltre l’immagine dell’accademico e a leggerlo come romanziere. Bisognava trovare l’interlocutore giusto, qualcuno capace di capire quello che aveva davanti. Anche questo era il lavoro dell’editore. Non fermarsi al primo no.
Il fiuto dell’editore comprende anche gli errori?
Naturalmente. Non bisogna immaginare l’editore come qualcuno che indovina sempre. Nello stesso periodo cercavo anche scrittori nuovi. Arrivarono Andrea De Carlo, Pier Vittorio Tondelli, dall’America Jay McInerney. Il mestiere comprende le intuizioni e comprende gli errori.
C’è un autore che avrebbe voluto portare alla Bompiani senza riuscirci?
Calvino. Ci provai, ma non ci riuscii. E anche Del Giudice.
Con Eco, invece, l’intesa durò trentacinque anni, fino alla sua morte. A un certo punto non era più soltanto un autore.
No. Era un compagno, quasi un fratello. Aveva soltanto due anni più di me. Condividevamo il gusto per le barzellette, per la battuta, per i musical hollywoodiani, il bisogno quasi insopprimibile di divertirci. Nello stesso tempo sapeva essere severissimo, implacabile nei giudizi quando veniva provocato su certe questioni. Con me c’era una consonanza profonda, anche perché conoscevo il suo lavoro di autore, giornalista e intellettuale, conoscevo le sue idee e i suoi gusti.
Negli ultimi tempi lo accompagnava in macchina alla chemioterapia. Ha raccontato che ascoltavate Chopin e ridevate molto. Oggi che cosa le manca di più di lui?
Tutto. Umberto era un coetaneo, uno con cui avrei potuto continuare a parlare ancora. Sono passati esattamente dieci anni. E mi sembra l’altro giorno.

E alla società che cosa manca di Umberto Eco?
Una coscienza critica. Si poteva essere d’accordo con lui oppure no, ma aveva una tale rilevanza e una tale efficacia nella comunicazione che la sua voce contava. Questa funzione non la esercitava soltanto quando scriveva. Il suo pensiero, i suoi gusti, i suoi interessi erano presenti anche nella conversazione da caffè. Era un testimone a tempo pieno. Lo avevano capito anche all’estero e infatti una parte importante della sua opera continua a essere viva.
Nel 2015 lei aveva da poco compiuto ottant’anni e, insieme a Eco e Elisabetta Sgarbi, fondò La Nave di Teseo. Perché ricominciare proprio allora?
Per una ragione molto semplice. Umberto voleva uscire immediatamente dalla Bompiani, che stava per essere venduta alla Mondadori di Silvio Berlusconi. Disse: “Usciamo subito”. Fu lui a spingere con più decisione e diventò il primo azionista della nuova casa editrice. C’è una bella fotografia dei fondatori a casa di Elisabetta. Umberto è lì con noi fin dall’inizio.

Per Eco era anche una questione personale?
Sì. Diceva: “Non posso lasciare che la mia opera venga sfruttata economicamente da Berlusconi”.
Chi è per lei il più grande editore che ha conosciuto?
Per affetto direi Alberto Mondadori. Ma metterei accanto a lui anche Giulio Einaudi. Due grandi editori, entrambi però segnati da difetti che hanno minato i loro fin troppo ambiziosi obiettivi.
Quali?
Sul piano intellettuale, culturale e del gusto erano straordinari. Sul piano della gestione, invece, darei un voto molto più basso. Tutti e due, in modi diversi, finirono per pagare quella debolezza e dovettero lasciare la gestione nelle mani di altri.
È questo l’equilibrio del mestiere dell’editore?
Sì. Un editore deve avere talento, cultura e gusto. Ma deve avere anche saggezza gestionale. Le due cose devono stare insieme.
Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano, Minima et Moralia e Vanity Fair Italia.
