fantascienza. se ne parla su minima et moralia

Ho seguito con molto interesse e un po’ di sconforto il dibattito sulla fantascienza aperto su La Lettura da un intervento di Mauro Covacich e proseguito, nelle settimane successive, con le repliche prima di Vanni Santoni, poi di Nicoletta Vallorani. Per chi se lo fosse perso o, leggendo queste parole nel futuro, non ne avesse più memoria: nel suo articolo, intitolato “Contro la fantascienza”, Covacich rimprovera a questo genere il fatto di non aver saputo prevedere le innovazioni del mondo in cui viviamo. Fa l’esempio di Philip Dick: «secondo il maestro della fantascienza per aprire una porta nel 1992 sarebbe servita una moneta. La società del futuro, piena di gente con poteri paranormali, avrebbe dovuto inserire monete praticamente in ogni elettrodomestico. Ebbene, per quanto sia facile ridere ex post, fa comunque specie osservare come il nostro presente sia caratterizzato soprattutto dalla rapida e per molti aspetti proficua sparizione delle monete».

Santoni gli risponde facendo notare quanti aspetti del nostro presente siano stati invece anticipati con sorprendente precisione dalla fantascienza, dalle videochiamate ai social media, fino alle criptovalute. «Certo, ci sono anche un sacco di cose che sono state immaginate dalla fantascienza e non si sono avverate, ma chi ha mai detto che il compito della fantascienza è quello di effettuare profezie?», conclude. Segue poi una riabilitazione del genere, condotta chiamando in soccorso una quantità di pesi massimi della letteratura, da László Krasznahorkai a Mircea Cărtărescu, da Don DeLillo a David Foster Wallace, ascrivibili alla causa se non altro per il fatto di essere stati influenzati da opere di fantascienza, quando non per averne scritta una. È tutto corretto, e anche in linea con il titolo del pezzo, secondo cui “E invece tutto è fantascienza”. Però, se «da sempre i confini tra i generi sono permeabili», come recitano le ultime righe dell’articolo, è anche vero che il livello di permeabilità implicato dalla tesi secondo la quale “tutto è fantascienza” sembra un po’ eccessivo. Pure la replica di Vallorani mira a una riabilitazione, questa volta sotto l’infallibile segno dell’impegno civile: «questo genere poco recensito e ancor meno premiato sta servendo a dar voce a molte comunità marginali», scrive. È corretto anche questo, ma dietro a ogni buon proposito di riabilitazione è difficile non scorgere la tacita ammissione di una mancanza, che la fantascienza davvero non merita. Forse se la può cavare benissimo anche coi suoi mezzi, anche senza gli altri grandi nomi della letteratura, anche in assenza di alcuna valenza politica. A me piaceva di più, tutto sommato, l’idea di fondo di Covacich: quella di affidarle un compito.

È un’idea che riporta a una dimensione pubblica della scrittura, in cui chi legge chiede e si aspetta qualcosa da chi scrive. Che cosa? Come suggerisce Santoni, magari non una previsione del futuro; va bene essere esigenti, a nessuno piace concludere un libro e avere l’impressione di aver perso del tempo, ma domandare a un autore di diventare un veggente solo perché sta scrivendo fantascienza appare un tantino esagerato. Io alla fantascienza chiederei solo questo: parlare di ciò che non sappiamo. Si tratta, in fondo, di rispettare l’etimologia della parola: usare la fantasia a partire dalla scienza. L’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica propongono continuamente novità e teorie che non siamo in grado di capire appieno. La fisica quantistica, le neuroscienze o l’intelligenza artificiale aprono scenari dei quali non conosciamo ancora l’impatto. Non abbiamo idea delle conseguenze che potranno avere sulla società o sulla nostra stessa visione della realtà. Da questo punto di vista, azzeccare una previsione può essere considerato persino un demerito: se bastava aspettare, essersi presi la briga di immaginare sarà stato inutile.

Ipotesi e congetture sono fonti inesauribili di materiale narrativo che, se non fosse per la fantascienza, resterebbe inutilizzato. È questo il suo grande compito. Basta identificare e seguire la possibilità più feconda. Prendiamo, a titolo di esempio, il famoso paradosso di Fermi: dove sono tutti quanti? Nell’universo possiamo osservare un’infinità di pianeti e di stelle, ma non c’è traccia di astronavi, di satelliti, di colonie di civiltà extraterrestri. Magari è ragionevole che il cosmo non pulluli di vita come la Terra, neanche Fermi si aspettava un viavai di navicelle spaziali, ma lì fuori sembra non esserci proprio nessuno. È stata proposta una spiegazione molto semplice per questo paradosso: l’universo è un posto troppo grande. A ciò si può aggiungere anche il concetto di “grande filtro”, vale a dire una serie di impedimenti che rendono improbabile, per qualunque civiltà, raggiungere uno stadio tecnologicamente avanzato o conservarlo a lungo. Sommando le due cose, si capisce quanto possa essere raro trovarsi abbastanza vicini e nella stessa finestra temporale; insomma: è davvero complicato incontrarsi. L’idea che l’universo sia un posto troppo grande, però, a livello narrativo lascia molto a desiderare. Per fortuna, tra le tante spiegazioni formulate, c’è anche questa: l’universo è un posto troppo pericoloso. Suona già molto più promettente, non è vero?

La teoria equivale a un ammonimento: chi ha appena messo il naso fuori dal suo pianeta natale farebbe meglio a non farsi notare, perché una civiltà o una tecnologia molto più avanzata potrebbe non esitare a scatenare un’impensabile capacità distruttiva, e senza tanti preamboli. Ecco spiegato perché sembra non esserci nessuno: chi lo sa, bada bene a non rendere manifesta la propria esistenza; chi non lo sa, non sopravvive a lungo. A formulare per la prima volta questa fosca e inquietante ipotesi fu David Brin nel 1983; ma a renderla popolare e a darle il nome con cui è conosciuta oggi, teoria della foresta oscura, è stato Liu Cixin con la trilogia “Il problema dei tre corpi”. L’autore cinese non è stato nemmeno il primo a usare quest’idea in un romanzo di fantascienza: lo aveva già fatto Greg Bear, che in “L’ultimatum” aveva proposto un’immagine simile, parlando di «giungla insidiosa»; ma senza darle il ruolo centrale che la foresta oscura ha nell’opera di Liu Cixin. Oggi quest’espressione è popolare proprio grazie a “Il problema dei tre corpi”, e forse in molti la usano senza nemmeno conoscerne l’origine. Difficilmente un saggio di divulgazione scientifica riesce a diffondere un concetto con altrettanta efficacia.

Un altro esempio può essere il principio di Fermat, in apparenza privo di misteri e a pensarci bene, invece, capace di aprire le porte a una concezione non lineare del tempo. Afferma che la luce, per andare da un punto A a un punto B, usa sempre il percorso più veloce; ma per farlo non dovrebbe conoscere in anticipo la destinazione? Un fotone, quando parte dal sole, sa già che io sto per uscire in balcone e otto minuti dopo mi troverà affacciato con in mano un bicchiere d’acqua per attraversare il quale dovrà leggermente deviare la sua traiettoria? Evidentemente no. Non lo sa più di quanto una palla, rotolando giù da una collina, non sappia già qual è la zona più bassa della valle, che è quella in cui terminerà la sua corsa. Esistono fenomeni nei quali possiamo intravedere finalità, o persino conoscenza del futuro, ma che possono essere spiegati anche secondo il classico nesso tra causa ed effetto. Noi preferiamo quest’ultimo modo di vedere le cose, ma il problema è che, essendo le leggi della fisica simmetriche rispetto al tempo, le due interpretazioni sono entrambe perfettamente valide. Allora qual è vera, tra le due?

In un racconto straordinario di Ted Chiang, che porta il titolo di “Storia della tua vita” e da cui è tratto il film “Arrival”, il principio di Fermat svolge un ruolo fondamentale, proprio come la teoria della foresta oscura nella trilogia di Liu Cixin. Potrei fare altri esempi ancora, parlando magari di come il concetto di macchine auto-replicanti teorizzato da John von Neumann si trovi, pur in assenza di riferimenti espliciti, alla base di un romanzo come “L’invincibile” di Stanislaw Lem; ma l’idea di fantascienza che ho in mente sarà ormai chiara, immagino. Non esiste, ovviamente, una domanda giusta da porre a questo genere: chiedergli di parlare di ciò che non conosciamo, e di sfruttare il potenziale narrativo della speculazione scientifica, ha però conseguenze interessanti. Prendere per buona questa proposta significa, infatti, modificare un po’ il canone della fantascienza: alcuni autori, di sicuro tutti quelli citati fin qui, diventeranno immediatamente dei punti di riferimento; altri appariranno senz’altro da rivalutare; e certi giganti andranno forse lievemente ridimensionati. Ogni amante di questo genere potrà divertirsi a riconoscere quali.

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Autore

g.nicoli@minima.it

Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.

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