di Antonio Potenza

Avevo creduto che tornare in paese mi avrebbe aiutato a dimenticarla. Scordare tutto: dalla sua erre moscia, al choker nero, fino ai suoi dipinti. Persino il suo nome se necessario: A-ma-nda. Tutte a. Soltanto a. Lettere rosso brace come i suoi occhiali a punta.

Dovevo scappare perché anche la mia casa, quella di Milano, dove l’ho vista arrivare e poi restare e non uscire più, stava diventando rossa: per la precisione bordeaux mania e io ho paura del bordeaux perché quando copre le parole quelle si fanno cattivo presagio. Questo colore, di fatto, non è che mi sia mai piaciuto ma ad aggravare il mio gusto c’è questo fatto per cui era bordeaux la blusa di mamma quando mia sorella è scappata di casa. Non la tolse per giorni. Io — che avevo dieci anni e ora trenta — da allora non ho più rivisto mia sorella e non ho più tolto la blusa bordeaux dalla testa. Maledetta sinestesia. 

Quindi gioco d’anticipo: prima che arrivi il bordeaux, scappo. Tornare a Marina, vicino al mare, avevo creduto potesse ricalibrarmi i colori. Perché Marina è azzurra e nebbiosa e tuttavia ci ho messo poco a notare che anche il colore del mio paese natale mi ricordava Amanda. Marina infatti aveva lo stesso colore dei cazzi degli uomini che vanno in terapia da Amanda: uomini che ascolta e poi scopa a fine seduta. Ho la casa piena dei loro nudi dormienti con queste verghe turgide e bluastre come pannocchie di cielo. Uomini di cui sono diventato geloso perché godono del privilegio di poterla toccare, uomini che odio al punto da disprezzare anche me stesso per il seccante fatto che li disprezzo.

Detesto tutti perché nessuno ha capito che amare Amanda è una cosa che mi è proibita.

Comunque, fuggire a Marina alla fine non era servito. Dopo pochi giorni, Amanda mi aveva raggiunto, avvisandomi prima con un messaggio, poi con diverse chiamate. Non avendole mai risposto avrà ragionato sulla strategia da adottare per incontrarmi e a quanto pare la soluzione era stata sgattaiolare nella mia abitazione di notte, posizionarsi ai piedi del letto e chiamarmi sussurrando il mio nome. Una volta svegliato me l’ero ritrovata nella penombra ad armeggiare con gli occhiali. Sembrava le continuassero a scivolare sul naso, così provava a tirarseli su in modo goffo con la punta del manico del pennello che stringeva nella mano sinistra. Credeva di farmi una sorpresa, probabilmente. Invece, avevo urlato e poi l’avevo spinta via e infine avevo preso il computer.

Prima di aprire le bozze del romanzo e fare quello che ci era chiaro fossi costretto a fare, mi aveva guardato nuda in mezzo al salotto con lo sguardo molle di chi sa cosa sta per succedere e lo stesso non capisce perché sta succedendo. Potevo infatti saperlo solo io, che l’avevo immaginata.

Le ultime parole che aveva sentito erano state: «Scusami Amanda, ma con te la storia arranca».

Le ultime che aveva pronunciato: «Guavdami un’ultima volta, per…».

Ma io avevo già selezionato tutto il suo capitolo e l’avevo cancellato. 

Sul piumone è rimasta una macchia di colore. Azzurra.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati