Pubblichiamo un articolo uscito sull’Indice dei libri, che ringraziamo.
di Luca Bufano
È giusto pensare che le traduzioni invecchiano e che sia perciò necessario ritradurre, per ogni nuova generazione di lettori, l’opera originale. Ma si tratta di un fenomeno relativo. Esistono traduzioni che continuano a restituirci stile e sfumature linguistiche, il ritmo e il sapore del prototesto, meglio di quanto non facciano traduzioni successive, commissionate con lo scopo di rendere l’opera più accettabile al gusto corrente (operazione tanto più diffusa oggi, quando il lavoro del traduttore è facilitato da vocabolari a portata di mouse e da altri strumenti informatici). Un valido esempio ci viene dalla storia delle traduzioni del romanzo ‘italiano’ di Hemingway, primo volume degli Oscar Mondadori, ora ritradotto in occasione del sessantesimo anniversario del lancio della fortunata collana.
Erano passati soltanto tre mesi dalla pubblicazione di A Farewell to Arms (settembre 1929), quando Cesare Pavese chiedeva al suo amico americano, Anthony Chiuminatto, di inviargli tutti i libri disponibili di Hemingway e soprattutto l’ultimo, di cui a Torino si stava parlando molto senza che se ne fosse vista una copia. Pavese capisce l’importanza dell’autore (“Hemingway è lo Stendhal del nostro tempo”, scrive nel diario), ma non tradurrà mai niente di lui. Invece, incarta una copia del secondo romanzo di Hemingway per lasciarla nella portineria della casa di Fernanda Pivano, insieme a Leaves of Grass di Walt Whitman, all’Autobiografia di Sherwood Anderson e alla Spoon River Anthology, esortando la sua ex allieva: “Traduca, traduca, traduca”.
Nella primavera del 1943 esce la prima edizione parziale di Spoon River curata da Fernanda, e Pavese, di lei fieramente innamorato, la incalza affinché si dedichi a Hemingway: “Le ho fatto il contratto per Addio alle armi; spero che martedì Einaudi lo firmi, e allora partirà… abbiamo ricevuto l’accettazione per l’Addio… pensi piuttosto a tradurre l’Addio… E l’Addio quando lo traduce?… si ricordi di fare Farewell…” Ma siamo ormai alla vigilia dei bombardamenti alleati su Torino e le bombe colpiscono anche la casa dei Pivano, i quali trovano rifugio a Mondovì. Con l’occupazione nazista la casa editrice Einaudi viene commissariata, l’intero gruppo dirigente è disperso. Durante una perquisizione negli uffici di Corso Re Umberto viene trovato il contratto, erroneamente intestato a Fernando Pivano, per la traduzione di A Farewell to Arms: odiato da Mussolini, era anche uno dei libri bruciati a Berlino nel 1933. Franco, il fratello maggiore di Fernanda, viene arrestato, e lei si precipita al comando delle SS dietro Piazza San Carlo, dov’è trattenuta a sua volta e interrogata per dodici ore. Alla fine saranno entrambi rilasciati, ma Fernanda rimarrà sottoposta a sorveglianza fino alla Liberazione. Occorre ricordare questo episodio, di cui Hemingway verrà a conoscenza in occasione del suo viaggio in Italia, nel 1948, per capire il desiderio di incontrarla e la richiesta che venisse pubblicata soltanto la sua traduzione del romanzo.
Siamo nel 1944. Mentre Einaudi e Mondadori si preparano a disputare la cosiddetta “partita Hemingway”, che si sarebbe conclusa con la vittoria della casa milanese, nella Roma ancora occupata dai nazisti la piccola casa editrice Jandi Sapi riesce a pubblicare, senza averne acquisiti i diritti, E il sole sorge ancora tradotto da Rosetta Dandolo; L’invincibile, una raccolta di sei tra i migliori racconti di Hemingway; e quindi, nel dicembre del 1945, Un addio alle armi. Sebbene nel colophon del libro si legga “unica traduzione autorizzata di Bruno Fonzi”, si trattava a tutti gli effetti di un’edizione pirata. Mondadori ha perciò facile gioco a far ritirare le copie in distribuzione e a dare alle stampe la propria versione del romanzo. Addio alle armi, nella traduzione di Giansiro Ferrata, Puccio Russo e Dante Isella, vede la luce nel 1946: un elegante volume rilegato, con copertina e otto illustrazioni di Renato Guttuso, che va presto esaurito. Appena tre anni dopo, la traduzione di Fernanda Pivano esce nella collana Medusa, e nel 1965 diviene il primo Oscar: lentamente maturata e conclusa in contatto con l’autore, è divenuta essa stessa un classico, ineguagliata dalla nuova versione.
Anche le prime due traduzioni, però, erano tutt’altro che approssimative. Bruno Fonzi, che nei successivi trent’anni firmerà le traduzioni di numerosi classici americani del Novecento, interpreta correttamente lo stile minimalista hemingwayano, e la tipica paratassi è spesso più evidente nella sua traduzione che in quella di Ferrata et al; traduce più fedelmente il titolo (se Hemingway avesse preferito Addio alle armi avrebbe scritto Farewell to Arms, ma scrisse A Farewell to Arms, consapevole che non avrebbe smesso di interessarsi a “quel perpetuo e sporco delitto che è la guerra”), i rari arcaismi, e rende in perfetti endecasillabi i due versi di Andrew Marvell citati da Frederic, sintesi poetica del carpe diem hemingwayano; rispetta la divisione del libro in quarantuno capitoli, mentre Ferrata unisce arbitrariamente il tredicesimo e il quattordicesimo portando il totale a quaranta. Sempre Ferrata traduce pidgin italian con un italiano da negro invece che con il più corretto italiano maccheronico di Fonzi e Pareschi (ancor meglio, Fernanda lascia a testo pidgin per spiegare in nota il significato); altri interventi, come la correzione del nome Greffi in Greppi o la traduzione di termini slang come dago e wop, erano sbagliati, giustamente corretti da Pivano e quindi da Pareschi. Fu in occasione di questo lavoro che Giansiro Ferrata si guadagnò il soprannome di Ferrata corrige, ma sostenere che la sua traduzione riduceva il romanzo a una languida storia d’amore è privo di fondamento. Se conteneva omissioni o perdite, queste riguardavano l’espressività del vocabolario: il lessico, non il significato. Un lessico che, in alcuni casi, poteva offendere il gusto del lettore italiano alla fine degli anni Quaranta.
Maxwell Perkins, l’editore di Hemingway, si era lamentato per la presenza di alcune parole ritenute impubblicabili, ma l’autore gli aveva risposto dicendo che quelle parole erano tutte in Shakespeare e che toglierle avrebbe indebolito il testo. Una delle parole in questione era whore, che nel libro appare tre volte. C’è una sola parola in italiano che la traduce ed è puttana (anche Dante la usa tre volte). Fonzi preferì prostituta, mentre Ferrata si spinse oltre nell’autocensura, sostituendola con una buffa perifrasi (e sei volte su sette traduce l’inequivocabile son of a bitch con carogna). Tre anni più tardi, Pivano emenda la traduzione in modo definitivo (like a whore: come una puttana). Anche whorehouse è sicuramente più volgare di casino, ma in questo caso la scelta era obbligata.
Durante il lavoro di revisione, Pivano fece notare a Hemingway che Vittorio Emanuele non portava la barba. “Sì, dobbiamo eliminare la barba senza sciupare il ritmo”, le rispose lui. E così venne fatto per le due occorrenze. Tre quarti di secolo dopo, Pareschi elimina il congiuntivo e rimette al re la “barbetta da capra”, ovvero il pizzetto.
Esempi / Raffronti tra versioni
“What’s the matter, darling?”
“I never felt like a whore before,” she said. I went over to the window and pulled the curtain aside and looked out. I had not thought it would be like this.
“You’re not a whore.”
“I know it, darling. But it isn’t nice to feel like one.” Her voice was dry and flat.
“Che c’è, tesoro?”
“Non avevo mai avuto prima d’ora la sensazione di essere come una prostituta” disse.
Tornai alla finestra, riaprii le tende e guardai fuori. Non avevo pensato che avrebbe fatto quest’effetto.
“Tu non sei una prostituta.”
“Lo so, amore. Ma non è piacevole sentirsi come se uno lo fosse.” La sua voce era secca e sorda. (Fonzi)
“Cosa c’è cara?”
“Non mi ero mai sentita così. Una di quelle donne che conoscete per la strada,” disse. Tornai alla finestra e spostai le tende, di nuovo guardai fuori. Non avevo pensato che potesse succedere questo.
“Sai di non esserlo” risposi.
“Lo so, caro. Ma non è bello sentirsi come loro.” La voce era bassa, senza timbro. (Ferrata)
“Che cosa c’è, cara?”
“Non mi ero mai sentita come una puttana” disse. Mi avvicinai alla finestra e scostai la tenda e guardai fuori. Non avevo pensato che andasse così.
“Non sei una puttana.”
“Lo so, caro. Ma non è bello sentirsi così.” Aveva la voce asciutta e incolore. (Pivano)
“Cosa c’è, cara?”
“Non mi ero mai sentita una puttana prima d’ora” disse. Mi avvicinai alla finestra e scostai la tenda e guardai fuori. Non avevo immaginato che andasse in quel modo.
“Non sei una puttana.”
“Lo so, caro. Ma non è bello sentirsi così.” Aveva un tono asciutto e incolore. (Pareschi)
***
“Come on,” said the captain. “We go whorehouse before it shuts.”
“Su,” fece il capitano. “Andiamo al casino prima che chiuda.” (Fonzi)
“Muoviamoci” disse il capitano. “Forza al casino. Su prima che chiuda” (Ferrata)
“Su” disse il capitano. “Andiamo al casino prima che chiuda.” (Pivano)
“Su” disse il capitano. “Andiamo al casino prima che chiude.” (Pareschi)
***
Vittorio Emmanuele, the tiny man with the long thin neck and the goat beard.
Vittorio Emanuele, l’ometto dal lungo collo sottile e la barbetta caprina. (Fonzi)
(…) l’ometto dal lungo collo e sottile, col pizzetto di capra. (Ferrata)
(…) l’ometto dal lungo collo sottile. (Pivano)
(…) l’uomo con il lungo collo sottile e la barbetta da capra. (Pareschi)
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