di Roberto Mandracchia

La Fiera del libro di Iglesias è giunta alla sua undicesima edizione. Un traguardo raggiunto dalle persone che fanno parte dell’associazione culturale ArgoNautilus con il patrocinio del Comune di Iglesias, della Fondazione di Sardegna e della Regione Sardegna (una cosa notevole per chi viene come me da una città i cui amministratori risultano spesso abbastanza sordi nel contribuire alla nascita, e soprattutto al perseverare, degli eventi di questo tipo). Iglesias è una cittadina di venticinquemila abitanti che è come tutte le cittadine di venticinquemila abitanti: una serie di piazze, delle strade principali e delle stradine secondarie che in realtà sono dei vicoli, delle chiese, delle mura antiche, un monumento ai caduti e un mercato civico. Ma in una delle piazze, la più grande, svetta il monumento a Quintino Sella, che era di Biella. E perché mai nella terra della fregola e dei culurgiones c’è il mezzobusto di un biellese? La risposta, come per tutti i monumenti, si collega al passato: Iglesias si trova nel settore sud-occidentale della Sardegna, nella regione del Sulcis-Iglesiente, terra di miniere di carbone, piombo, zinco e ferro, oggi riconvertite a musei sull’arte mineraria e a testimonianze di storia collettiva (lo stesso destino della maggior parte delle miniere della mia provincia, Agrigento, e in generale della Sicilia).

Non tutte le cittadine di venticinquemila abitanti, in effetti, hanno un Istituto Minerario (voluto da Quintino Sella, eccolo qui, appena dieci anni dopo l’Unità d’Italia) che adesso è in parte museo e in parte una scuola con indirizzi differenti da quello originario, ma che all’interno ospita ancora la galleria che usavano per simulare i lavori nei giacimenti. Ma adesso che non ci sono più le miniere, cosa si sono inventati gli iglesienti? I musei sulle miniere, ovvio, e le fiere dove invitano scrittori, editori, librai e altre anime disperatamente allegre di quel genere. E io unisco questi due mondi con la mia miopia tenuta a bada dagli occhiali da sole graduati e con i pensieri che vanno a quel ragazzino coi capelli rossi e gli occhiacci grigi che ancora vaga e vaga laggiù, sperso nei cunicoli della cava come tutti noi.

Le miniere riposano nei versi

La Fiera del Libro pullula di presentazioni, tavole rotonde tecniche, laboratori per le scuole e mostre tematiche. E un percorso letterario per le strade di Iglesias, che faccio, arrivando in ritardo per colpa della colazione prolungata ai tavoli del bar di piazza Pichi. Le guide di Iglesias Turismo e le lettrici di ArgoCircolo Letterario conducono il gruppetto del quale faccio parte su e giù per la città, leggendo passi di scrittrici e scrittori e così scopro varie cose che mai avrei sospettato, pur essendo la seconda volta che vengo ospite alla Fiera. La prima è che le mura antiche delle città di venticinquemila abitanti nel caso di Iglesias, sono mura medioevali pisane e il castello che la sorveglia dall’alto è stato voluto dal Conte Ugolino della Gherardesca, avete presente? «La bocca sollevò dal fiero pasto» e «Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno» (l’Italia è fondata sul mangiare; a volte persino i figli). Proprio lui, quello della Comedìa di Dante. La seconda è che scopro un legame fra Luigi Pirandello e Iglesias. Nel capitolo V de I vecchi e i giovani il mio concittadino cita Iglesias parlando di un personaggio: «Il Governo gli diede il posto nel Corpo degli ingegneri minerari, e lo mandò in Sardegna, a Iglesias, dove ci fece un lavoro tutto colorato su una montagna… Sarrubbas… non so… ah, Sarrabus, già, dico bene, Sarrabus (parlano turco, in Sardegna), un lavoro che fa restare, sorella mia, allocchiti». E del resto chissà quanti Ciàula sardi avranno scoperto la luna. Ma Pirandello aveva anche ragioni biografiche che lo legavano a questa cittadina, perché vi aveva vissuto per cinque anni la sorella col marito ingegnere minerario e, quindi, esiste un carteggio epistolare in cui il futuro premio Nobel definisce la Sardegna “isola dell’oblio”, e mostra di conoscere bene Iglesias e la sua fontana del Maimone e il vento che vi si insinua fra le strade [Lettere giovanili da Palermo e da Roma (1886-1889)]. La terza è, appunto, la fontana del Maimone (o Mamone), una divinità della mitologia nuragica legata all’acqua e alla pioggia. La sua statua domina la fontana che si trova nella bella piazza Lamarmora, crocicchio di vie principali. Per descrivere come appare Maimone e cosa rappresentava per gli iglesienti di un tempo (e forse ancora oggi) mi affiderò alle parole della scrittrice Grazia Sanna Serra e del suo libro I sudditi del dio rosso:

era il dio della beffa; era conquista e terrore, odio e carnalità, schiavitù e liberazione. Voleva dire anche trionfo, sconfitta e derisione: si prestava a tutto (…) nel suo volto singolare poco si scorgeva di umano. Alla base del naso corto e troppo largo si aprivano due narici da scimmia, la bocca pareva essere stata appiccicata lì in un secondo momento, quando la statua era ormai finita (…) due labbra prominenti e arrotondate come ventose (…) occhi globosi e ravvicinati, dalla sclera liscia, e siccome in essi non era cenno alcuno di pupille, pareva guardare tutti e nessuno, ridere o piangere a seconda di chi lo guardava e di come lo si voleva guardare. Le gambe corte, dalle ginocchia tozze e nerborute (…) in quella figura (…) c’era qualcosa di non finito, come se la mano che l’aveva sbozzata si fosse fermata a metà dell’opera, impaurita dall’entità misteriosa che aveva sentito vivere nella pietra” e cosa ne pensavano gli abitanti? “asserivano di aver veduto muoversi la statua (…) di averla udita singhiozzare o sospirare, o ridere o piangere (…) era l’arma della beffa: beffa per gli oppressori ruzzolati dai loro sgabelli, per gli impostori sbugiardati, per gli imbroglioni scoperti, per le coniugate infedeli, per i poveri camuffati da ricchi, per i nuovi arricchiti camuffati da gentiluomini, per gli apostati e gli spretati (…) per i bambini voleva dire paura (…) per i brutti era spesso dileggio e per le gravide l’orrido da non guardare… e la maggior parte di queste, fin dal terzo mese di gravidanza, gli passava accanto solo per attingere alla fontana, senza mai guardarlo, a tracciare innumerevoli segni di croce in mezzo al ventre duro. Molte fra le donne in attesa, poi, rinunciavano ad attingere alla fontana sopra cui troneggiava Mamone e compivano così più passi al fine di evitarla fino al tempo del parto, andando ad attingerla ad un’altra. Di molti storpi e ciechi e gobbi si diceva che le madri avessero guardato l’idolo quando ne erano incinte. Per ognuno, quella singolare figura, era lo specchio del proprio modo d’essere, dei propri nascosti desideri, delle proprie inconfessate aspirazioni, e di ogni brama buona e cattiva.

Efis Collu o Efisio Collu

In realtà, questa scoperta nasce per un equivoco, ma chi siamo noi per sindacare sempre su tutto. La storia che parte dal percorso letterario è quella di un poeta dialettale iglesiente di nome Efis Collu e si incastona per sempre nella nostra memoria per questo dettaglio della sua vita: per quindici anni lavora come professore di Lettere e poi abbandona l’insegnamento e si mette a fare il minatore. Chi sa che faccio il professore di Lettere si volta a fissarmi con un sorrisetto e da qui (l’equivoco è che non era mica Efis Collu ad averlo fatto, ma un altro poeta legato a Iglesias che si chiama Manlio Massole, come scopriamo giorni dopo; troppo tardi per tornare indietro davvero) il povero Collu diventa un mito e un tormentone che parte da questo nucleo di ospiti siciliani e si diffonde a macchia d’olio a chiunque ci capiti a tiro (perdonate davvero il mio campanilismo, ma sono convinto che i siciliani abbiano questa dote: sono un wi-fi vivente di leggende irresistibili, basate più o meno sul nulla). Per onorare il ricordo di Massole, metto qui una sua bellissima poesia che spiega bene perché aveva preferito lavorare in miniera invece di insegnare. Si intitola Pelle di mulo e fa:

Ho preso la croce
della mia gente in croce
Ora anch’io ho lo sguardo 
del mulo imbrigliato.
Otto ore serviamo da servi
otto ore imbestiati in pelle di mulo.
Gli uomini son loro, i padroni del mondo.
Ma non è un segreto
che prepariamo lotte e vittorie
per bruciare tutte le pelli di mulo.
Ad uno ad uno tutti gli uomini
risponderanno a nome d’uomo.
Ho sentito sulla schiena
la bastonata che fa ribelli:
se imparo la calda vernaccia tra gli amici
nessuno dirà più: è quello
che ha la casa piena di libri.

Un Incanto Patronus contro l’ordinario

Mentre viviamo in una società tendenzialmente forcaiola che fatica spesso a distinguere l’autore dall’opera, per tutto il giorno gli altoparlanti in giro per la città diffondono la colonna sonora dei film di Harry Potter, le vetrine dei negozi del centro sono addobbate come se fosse natale e il natale fosse Harry Potter (hanno persino una doppia insegna con riferimenti al mondo creato dalla Rowling) e moltissimi (bambini, ragazzini e adulti) sono travestiti da personaggi di Harry Potter. Una struttura permette ai telefonini di ruotare intorno ai bambini vestiti da Harry o Ron o Hermione a cavalcioni di una scopa e nel mentre scattare foto a raffica, ma si può avere una foto anche con il binario 9 ¾, sulla motocicletta con sidecar di Hagrid (con lui presente) e sulla Ford Anglia volante. Una cosa da fuori di testa e del resto cos’è la narrativa se non una stupenda cosa da fuori di testa?

Chissà perché mi accorgo soltanto adesso che la porta del mio b&b affaccia direttamente sulla fontana del Maimone, il quale mi vede passare e spassare già da tre giorni, e pur non essendo superstizioso penso a lui quando, nella controra, mi stendo sul letto e schiaccio i miei occhiali da sole storcendo in modo terribile una delle due aste. In pratica, col mio rifuggire dalle lenti a contatto, mi ritrovo totalmente in balìa della miopia.

Aspetto che si faccia l’orario in cui apre l’ottica più vicina cercata su Google Maps, gli altoparlanti per le vie trasmettono un crescendo potteriano, consegno i miei occhiali tutti storti all’ottico e penso che l’operazione di restauro rubi poco tempo: un giro di vite qui, un altro lì ed ecco a lei come nuovi. Non dico di aspettarmi la rapidità di un “Oculus Reparo” che schizza da una bacchetta magica, ma una cosa del genere. Invece: Torni tra un’oretta. Così lascio i miei occhiali assieme al mio cognome e ritorno in piazza Pichi in un altro crescendo potteriano (il Maimone sempre lassù che mi vede passare, figurarsi). In piazza avviene qualcosa, ma io sto lì che tento di continuo di mettere a fuoco cosa e alla lunga mi sto innervosendo. Vengo intercettato (perché io ormai sembro Mr. Magoo) da Erika (parrucca rosa da Ninfadora Tonks) che finalmente esaudisce una mia richiesta: il testo della poesia di Efis Collu che hanno letto durante il percorso letterario. Prendo in mano il foglio tutto contento e mi ricordo che non conosco la lingua sarda e meno che mai questa variante del sardo campidanese.

La poesia si intitola Terra arroccada e chiedo lumi alla gente del posto: prima a Valeria, che è accanto a me, e poi si aggiunge Silvia e poi Giorgia e poi Edoardo (che ringrazio tutti) e, senza volerlo, trasformo quella semplice richiesta in un accanito workshop di traduzione, proprio nel giorno che sarebbe stato dedicato a Ilide Carmignani. I ragazzi partono spediti, ma alcune parole o sequenze di parole sfuggono loro e allora si consultano e io sono sempre lì a cercare di metterli a fuoco e pronto ad annotare sul taccuino le parole in italiano che via via sgranano. Poi guardo l’orologio, lascio i ragazzi alle prese con le trappole del poeta e ritorno all’ottica in un andante potteriano. Ritiro i miei occhiali e fendo una ridda di bambini coi fulmini disegnati da un pennarello sulle fronti, mentre gli altoparlanti riversano un allegro ma non troppo potteriano, e dopo essere tornato alla vista torno anche in piazza Pichi dove trovo i miei traduttori che si scambiano opinioni su una parola che non sanno bene da che parte afferrare. A quel punto ho la migliore idea di tutti i giorni della Fiera: rivolgerci al signor Gianni, il proprietario della libreria Duomo là vicino. Ha una certa età, si occupa di libri e infatti ci rivela che conosceva di persona Efis Collu e, mentre indossa la tunica nera svolazzante che è l’uniforme di Hogwarts, dà un notevole contributo ai miei aiutanti nel colmare i vuoti di significato del testo. Felici e soddisfatti otteniamo una traduzione in italiano di questa Terra corrosa che parla appunto delle miniere e di cosa significava per i sardi lavorare nelle miniere e di cosa significa chiudere quelle miniere che restano comunque terra devastata, ma la loro terra devastata:

Con la chiusura delle miniere
i villaggi accanto si sono gelati.
(…)
Ma tu non lo senti, o Ughetto,
il passare delle ore che ancora suonano
il flauto nei polmoni?
E come gela entrando dritto nelle costole
il vento addosso all’ultima scorta
che non uscirà fuori sudata?

O Mario!
Quella discarica rossa è un libro
che racconta quanto sudore versato di continuo (letteralmente: acino d’uva dopo acino d’uva)
scavando fuori dal cuore
del monte caricato nei vagoni.
(…)
Ma porta la chitarra, o Paolino!
Questa terra corrosa è la nostra!
Terra stanca di essere venduta, aperta e sfruttata.

Andiamo a svegliare la miniera assonnata!
Attacca canzoni toccanti, per far tornare
un po’ di allegria nelle nostre anime.

Per trenta miniere chiuse,
quattro piante di corbezzolo in elemosina ci hanno lasciato.

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