di Corrado De Rosa

«Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so». L’incipit dello Straniero di Albert Camus riduce il lutto a una frase quasi meteorologica, e fa della distanza emotiva una forma di scandalo. Bagliore di Ilona Wiśniewska comincia su una soglia apparentemente simile: Gert è morto, la sua assenza affiora fra il cimitero di Qaanaaq e il trasporto di una vasca da bagno. Ma qui la sottrazione è il pudore di chi si chiede se abbia davvero il diritto di raccontare il dolore di un altro, consapevole che la memoria affidata alla pagina può trasformarsi in un’intrusione. L’autrice è una kadduna, una straniera, e si interroga sulla propria presenza: incontra la madre di Gert e dopo la visita continua a chiedersi se sia stata una buona idea.

Tradotto dal polacco da Barbara Delfino per Iperborea, nella collana I corvi, Bagliore. Viaggio al limite estremo della Groenlandia segue Wiśniewska per mesi tra Qaanaaq e Siorapaluk, negli insediamenti inuit più a Nord del pianeta. L’autrice vive con cacciatori e insegnanti, pastori e famiglie; condivide case, carne di foca, attese, conversazioni troncate.

Nelle pagine di Bagliore ogni gesto si misura con il paesaggio. Il gelo decide se si può uscire in mare, il mare se ci sarà da mangiare. La luce scandisce il ritmo delle giornate e filtra a fatica dai vetri delle case, velati dalla fuliggine del riscaldamento. La sera, marito e moglie discutono delle sfumature del blu sulla banchisa perché quel colore indica se la slitta potrà passare. La scena è occupata dai corpi: i cacciatori e gli animali scuoiati sul molo, i bambini lasciati presto a orientarsi nel mondo. Wiśniewska riporta le voci con un tono sommesso e dà spazio ai silenzi che seguono le domande. Questa riservatezza ha una ragione che il libro lascia emergere con chiarezza: dove gli aiuti sono lontani e discontinui, contenere il dolore e contare il meno possibile sugli altri diventa una necessità.

Il cambiamento climatico, qui, ha la concretezza dell’esperienza quotidiana: agisce nel ghiaccio che cambia consistenza e rende difficile l’approvvigionamento o nelle rotte di caccia rimescolate. Ma il cuore oscuro del libro è il suicidio, presente nelle famiglie e nelle aule scolastiche. Wiśniewska lo racconta come un fatto quotidiano, ancorato a luoghi e persone precisi. Ascolta chi resta e segue il punto in cui una ferita privata incontra una storia collettiva: sradicamento, perdita della lingua, modernizzazione imposta, alcolismo, diseguaglianze fra Nord e Sud, dipendenza amministrativa da Copenaghen.

Il colonialismo ha il volto dei bambini mandati in Danimarca per essere civilizzati e quelleo di Robert Peary, l’esploratore che portò a New York tre meteoriti da cui gli Inughuit ricavavano lame e punte d’arpione. Con quei trofei viaggiavano anche sei abitanti del Nord esposti come curiosità da museo.

Da Knud Rasmussen a Jean Malaurie, il Nord è stato raccontato come luogo da raggiungere e decifrare. Bagliore entra in questa tradizione e ne sgonfia la mitologia, a partire dal miraggio di un ultimo mondo incontaminato. Wiśniewska sposta l’attenzione sui cacciatori che devono sfamare i cani e su comunità che non sanno se potranno restare. Con Barry Lopez condivide l’idea di un paesaggio che agisce sui corpi e sul pensiero, con Niviaq Korneliussen il ritratto di una Groenlandia in cui lingua e cittadinanza disegnano appartenenze sempre parziali. Il confronto con Stranieri a noi stessi di Rachel Aviv, anch’esso pubblicato da Iperborea, nasce su un altro piano: entrambi i libri mostrano quanto il modo di raccontare il dolore dipenda dalla comunità in cui quel dolore prende forma.

Eppure sarebbe riduttivo leggere il libro soltanto in chiave minore. Ci sono risate, fumate, bambini che chiedono di TikTok, pomeriggi di caccia, carillon, pelli lavorate. C’è una donna che, dopo avere perso una figlia, scrive libri per aiutare chi vive lo stesso lutto. C’è un uomo che, in mezzo a una vita durissima, sa dire da cosa dipenda la propria felicità: sua moglie, la nicotina e la fila di iceberg oltre un vetro che non si riesce mai a pulire del tutto.

È da questa compresenza che Bagliore rivela fino in fondo la sua natura di libro di viaggio. Costringe il lettore a misurare il proprio modo di attraversare sofferenza e felicità con un metro che non è il suo, e a scoprirsi, in questo confronto, più fragile di quanto credesse. 

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