“Il vero impegno della mia vita è con lo specchio e la bilancia”
(F. M. Esposito, Storia della mia fame)
“Mi chiamo Francesca Marzia e da più di vent’anni soffro di un disturbo del comportamento alimentare. Mi chiamo Francesca Marzia e in questo doppio nome rivelo il mio corpo sempre altalenante in lotta con sé stesso. Mi chiamo Francesca Marzia e questa è la storia di come ho ribaltato un numero: il 64 in 46; e poi il 46 l’ho fatto scendere ancora di molte tacche. Mi chiamo Francesca Marzia e vorrei davvero sapere a che numero dovrei corrispondere per farmi volere bene, perché si accorgano che esisto. Mi chiamo Francesca Marzia e questa è la mia storia. La storia della mia fame. Che cosa mi ha tolto il mio Dca? Tanto per cominciare: il culo.”
Nel suo nuovo libro dal titolo Storia della mia fame, appena uscito per la casa editrice 66THAND2ND, Francesca Marzia Esposito si mette a nudo raccontando dettagliatamente la trasformazione di una ragazza normopeso in un corpo ultraleggero. È un’inesorabile discesa agli inferi, un tête à tête con l’ago della bilancia e le sue inquietanti oscillazioni, un racconto accentuato peraltro dalla ritmata scansione in capitoli che riportano nel titolo quasi esclusivamente numeri: 0; 64-62; 62-61 e così via…trasformando l’indice in bilancia. E fino a quanto si può scendere? La perdita di peso è drastica, da 64 kg si passa a 33: “gli anni di Cristo, la perfezione”; eppure dalla perfezione è necessario risalire almeno un paio di chili per sopravvivere. Se infatti l’ingombrante “culo da portoricana puledra del West” sparisce, al suo posto compare un culo talmente svuotato su cui è impossibile sedersi, “non culo” che rimane ugualmente un problema che l’autrice stessa definisce “più sottile” perché “esiste una me che vuole recuperare peso e forma, e un’altra me che vuole rimanere inesistente. Esiste una me che vuole guarire e una me che vuole rimanere in questa condizione che non considera malattia.”
Ma chi sta parlando? Francesca? Marzia? O l’una e l’altra insieme? Non basta ripetere il proprio nome per esistere, e forse nemmeno spezzarlo in due; anche se la ripetizione nelle prime pagine, nonché la ripresa, con una piccola ma significativa variazione sul finale, risuona come un mantra. L’unica cosa che conta davvero è identificarsi con un numero, essere quel numero, come si legge in una delle pagine più belle di questo memoir in cui per un attimo la prosa riesce a sganciarsi dal resoconto ossessivo della realtà e, puntellata dalla ripetizione letteraria di “piove”, si fa lirica, struggente:
“Passano due anni. Tre anni. Quattro anni. Sette. Compio trent’anni e piove. Trentacinque e sono fidanzata, poi mi sfidanzo. Insegno. Guadagno, mai abbastanza. Peso 40 e una pioggia battente crolla dal cielo, dal soffitto, dalla testa. Piove sempre mentre rimango nei pressi dei 40. A volte sono quaranta e due etti. Quaranta e cinque. Quando diventa quaranta e sette mi do una regolata. Basta rimanere leggera un giro e torno al numero giusto. Non soffro per come mangio. Mangio le cose a cui sono abituata. Quando ne voglio di più, mangio. Quando mi sento gonfia, tiro. Ma non è una punizione. Mi regolo. Mi conosco. Il corpo leggero mi appartiene, sono io. Sono diventata quello che volevo. È passato un sacco di tempo dalla ragazzona coscia selvaggia. La J.Lo della Bassa mi pare un’invenzione. Quelle cosce, quel culo sporgente stanno in un tempo inesistente. Un tempo che ha a che fare solo con il pensiero. Anche il dolore piove. Piove il ricordo di quel corpo, piove e fluidifica nella sua forma stemperata.
È annacquato e cocente, il corpo passato. Mi fa male un corpo fantasma, come quegli arti amputati che rimangono presenti e dolorosi nella loro inesistenza. Che strano circuito è la mente. Un labirinto misterioso. Una serpentina che a volte fa sragionare nel dedalo sentimentale. È sadica, la mente. Si diverte a ingarbugliare. Quello che credi di volere e quello che vuoi, li prende e te li mischia. Gioca alle tre carte, la mente. E intanto piove. Piove sui palazzi, sulle strade, sugli spuntoni del 40.
Mi attengo al numero. La vita procede. Il quaranta no, rimane immobile sulla bilancia. Sono fatta di quaranta. Questo numero che mi porto dietro da anni mi corrisponde. Intanto invecchio“.
Apparire, comparire e scomparire sono tre movimenti che attraversano il libro, tre nodi da sciogliere, tre desideri coesistenti che non si elidono a vicenda.
La lingua si raccoglie intorno a un vuoto, quello spazio in mezzo alle gambe che cresce man mano che le “coscione” si assottigliano. Il capitolo 0 allora vuole rappresentare visivamente quel buco che il “body checking” maniacale tiene sotto controllo di continuo. Ma è anche un irraggiungibile grado zero della scrittura: perché più il corpo si svuota, più la prosa si riempie. Più ci si vuole liberare dal cibo più il cibo è onnipresente. Oltre alle tavole anche le pagine sono imbandite.
Quella di Esposito è una lingua in piena che travolge, fagocita i lettori.
Il cibo è il pensiero dominante che colonizza il corpo e la mente della scrittrice, mette le distanze nelle relazioni amicali e amorose, autoesclude. “Io. Ho. Già. Mangiato.” è la risposta pronta dell’autrice, la frase che la protegge dal mondo esterno.
Come fare allora con una madre che manifesta l’affetto sbrinando carne, mondando spinaci, sostituendo “i baci con le polpette”? Se all’inizio la madre viene additata responsabile del corpo della figlia, in quanto è lei ad averla generata e aver usato il cibo come “compensazione”, progressivamente diviene l’unica persona a farsene carico; l’unica da cui la stessa figlia si lascia in qualche modo accudire. C’è nel disturbo alimentare che la travolge un desiderio sempre più forte di regredire all’infanzia, il desiderio forse di ritornare a un corpo bambino. L’impossibilità di divenire donna, nonostante l’età che avanza, è un altro tema affrontato nella sua complessità e soprattutto nella sofferenza che procura; a ciò si aggiunge l’osservazione, più volte ripresa, su quanto l’anoressia sia una malattia che non riguarda soltanto le giovani.
“Peso di nuovo 35. Lo dico a mia madre, quasi si commuove e dice: Continua. Io non so bene come valutare la cosa, una vittoria, una sconfitta. Insisti, dice mia madre, piano piano si sistemerà. Vado avanti, imparo a badare al mio bene, mi visualizzo come se fossi una bambina da imboccare. È una forma di immaturità, devo crescere, devo diventare adulta, prima di morire, mi dico a volte“.
Il racconto del rapporto tra madre e figlia è forse uno degli aspetti indagati più toccanti, dove la prosa feroce e a tratti esasperante si concede alcuni momenti di abbandono, e il dolore si mostra in tutta la sua autenticità.
Ovviamente non è solo nella relazione con il materno che l’autrice individua i semi della malattia: vi sono nella prima parte del libro pagine interessanti in cui si analizzano le dinamiche tra amiche e/o compagne: il bisogno di essere come le altre, addirittura la ricerca di un’omologazione che sembra imposta dalla società nonché dallo stretto rapporto che si instaura tra il corpo dell’autrice e quello della città in cui vive, Milano, e della periferia milanese in cui abita.
“Sono troppo lontana dalla forma che richiede questa città. Esattamente come quei vecchi: così come loro se ne stanno a bagno nel loro mondo, stallo anch’io in un corpo obsoleto. Sono un tripudio di carne adatta a un passato anni Cinquanta, adatta a un luogo del regresso. La mia forma fisica richiederebbe un altro contesto scenografico. Una quinta geografica fatta di cieli assolati e grandi distese di terra e pietra, seminati in un’altra èra, un’altra civiltà“.
Lisa Bentini si è laureata in Letteratura Contemporanea a Bologna. Docente di Lettere nella scuola dal 2006 è intervenuta in seminari e pubblicazioni su romanzo, poesia e teatro. Scrive inoltre sulle pagine culturali del Manifesto, sulla rivista on line Limina e sul Blog della casa editrice Topipittori.
