di Giulia Bergamaschi

Quando ho letto Le ragioni del disamore, il libro di Federica Gregoratto uscito a fine agosto per Nottetempo, mi trovavo ancora vicino al mare. E tuttavia, essendo fine agosto, mi apprestavo al consueto, annuale eppure sempre più malinconico saluto. Al mare, al riposo, all’estate, che, pur essendo diventata una parentesi climaticamente invivibile, non manca di riempirmi di tristezza quando la vedo andar via.

Credo non ci fosse momento migliore per leggere questo libro che in quelle ultime, gloriose giornate d’estate, appena appena contaminate da qualche nuvoletta grigia, timido presagio della fine. Penso che per molte di noi l’estate porti con sé una sorta di slancio adolescenziale, che più si cresce più diventa difficile conciliare con le rigidità nelle quali ci si va costituendo, e che eppure continua a tormentarci, come un prurito, una malinconia di cose mai avvenute. L’estate, la luce del sole che brucia, mi ricorda che sono viva, che qualcosa sotto la fatica pulsa ancora e vuole sporgersi verso il mondo. La fine dell’estate suona un po’ come la fine di un amore, e quest’anno le ho dato commiato leggendo la scrittura limpida e forte di Gregoratto.

Come accade il disamore? Gregoratto nota subito che sull’amore, le sue esigenze e delusioni, si è scritto tanto, in letteratura come in filosofia. Il mistero del disamore è meno esplorato: il momento, l’attimo, o il lento accadere della fine dell’amore. Il disamore, ben diverso dall’odio o dall’indifferenza, segna il lutto dell’amore, il momento in cui questo sentimento così fondamentale per la nostra cultura diventa altro da sé, si trasforma. Un crepuscolo che può essere improvviso, oppure lento e doloroso, come sappiamo tutti, e come molti di noi staranno sperimentando proprio in questo momento. Gregoratto chiarisce fin da principio: il disamore non corrisponde alla fine della relazione. Così come spesso l’amore non corrisponde all’inizio, il disamore eccede la relazione: si può continuare ad amare anche dopo la fine della relazione, si può rimanere insieme nel disamore, in modo quieto e rassegnato o burrascoso e ostinato.

Ma come accade il disamore? Gregoratto, da filosofa, non può che rivolgersi alla sua disciplina per esplorare questa domanda. Ma Gregoratto è anche una donna, una donna che ha amato e perduto, e per trattare filosoficamente di disamore ci fa il regalo del racconto di sé, e non solo nella forma dell’esperienza vissuta, ma anche di ciò che l’ha ispirata, della letteratura che ha letto: Ingeborg Bachmann, Hannah Arendt, Karoline von Günderrode, Christa Wolf. Ma anche i film e le serie che ha visto: Anatomia di uno scandalo, Materialists, Pretty Woman.

Il risultato è una danza – per me assolutamente ascrivibile all’esercizio filosofico – che si snoda tra letteratura, filosofia e racconto di sé. Nell’operazione di Gregoratto non ho potuto fare a meno di leggere una certa volontà di sincerità. Il disamore, d’altronde, comanda il coraggio della parresia: dire il vero su di sé, assumendosene le conseguenze e i rischi. Per questo, leggendola, possiamo sentirci esentate dalla vergogna, prese in carico nel viaggio e nell’accettazione della sua tristezza: il disamore è una questione triste, come triste è ogni fine, ma non per questo deve spaventarci. Questa sincerità va a braccetto con la curiosità: «se abbiamo provato a superare l’approccio mistico all’amore» scrive Gregoratto nelle prime pagine «quello per cui certe cose si fanno, ma non si possono dire o capire – perché darlo per scontato di fronte al disamore?». E allora cerchiamo di capirlo, questo disamore.

L’analisi di Gregoratto lascia al disamore la sua natura elusiva, plurale e sfuggente – tipica dei grandi sentimenti umani – e, invece di indicarne tre cause compiute, mi sembra delinei delle costellazioni di ragioni tra loro prossime, legate da somiglianze di famiglia.

La prima domanda che si pone è se l’amore possa finire a causa di un male, di un torto subito. Entra così subito e a pieno titolo nelle questioni del nostro tempo, in cui la violenza nelle relazioni, di ogni tipo, è un fenomeno sistemico, diffuso e normalizzato. Gregoratto racconta la trasformazione che attraversa il soggetto che si trova in una relazione violenta, fino a diventare fantasma, spettro di sé. La violenza può essere esteriore, ma anche interiore: accade quando emozioni e sensazioni vengono private di legittimità e della consistenza della realtà, portando la persona a dubitare di sé e di ciò che percepisce intorno a sé. Conosciamo questa dinamica con il termine gaslighting, che per Gregoratto rappresenta soltanto uno dei percorsi attraverso cui può compiersi questo processo di spettrificazione relazionale. In tutti i casi, però, la persona è in parte spettatrice della propria vita e in parte chiamata a muoversi, a fare qualcosa, in un’ambiguità dolorosa che, quando riesce a spostarsi dalla vergogna e dalla paura verso la rabbia, può condurre al disamore, che in questo caso diventa una – sempre triste – liberazione.

Interrogarsi sul rapporto tra disamore e violenza impone tuttavia di affrontare un tema caro a bell hooks e, sempre più caro alle giovani generazioni, giustamente stanche e spaventate dalla normalizzazione della violenza psicologica e fisica nelle relazioni. Gregoratto, sostenendo la tesi della continuità della violenza – per cui la violenza è un problema sistemico e non individuale – ci invita a riflettere sul fatto che «in un contesto di violenza sistemica, com’è per esempio la società patriarcale, l’amore tende non solo a farsi impermeabile alla violenza, ma anche a richiamarla, a pascersi in essa» (p. 25). Ci chiediamo spesso perché le persone che ci sono vicine permangano in relazioni che fanno loro del male, talvolta con giudizio, altre con genuina preoccupazione, ma forse con poca curiosità verso il complessissimo intrigo che può crearsi tra amore e dolore. «L’amore che verrà», quello che dovremmo cercare di costruire «arrabbiandoci sul serio», secondo Gregoratto, sarà comunque un amore a luci e ombre. Bisogna essere molto cauti nelle nostre idealizzazioni di purezza e innocenza, perché rischiano di diventare soltanto nuovi modi di mettere la polvere sotto il tappeto. Anche la nostra, di polvere: per questo ha più senso pensare che, insieme alla rabbia, sarà necessaria la cura: «prenderci pazientemente cura dei fantasmi».

In seconda battuta, non si può non interrogare il desiderio, sfuggente ed elusivo nella vita come nella sua esplorazione filosofica. Può l’amore finire perché è finito il desiderio? «Il circuito di slanci e tensioni erotiche e amorose tra due o più persone è molto più che una serie di interazioni tra sostanze chimiche e percorsi neuronali» scrive la filosofa, emancipando subito il suo discorso da un certo riduzionismo fisiologico, ma riesce anche a sottrarre il desiderio al suo appiattimento sulla mancanza, sul bisogno di novità, sulla tensione alla conquista. Racconta come il desiderio trasformi spesso gli amanti ma non la relazione: mentre questi sperimentano una tensione nuova verso il mondo, la relazione rimane arroccata sugli stessi meccanismi e automatismi. È allora in questa «scollatura tra la vivacità dell’io e un legame stagnante e automatizzato, come vedremo, che l’amore si perde.

Il disamore non si spiega solo come un blocco della trasformazione, ma anche, allo stesso tempo, come un suo eccesso» (p. 26). In queste situazioni si apre probabilmente uno scarto tra un desiderio che gira a vuoto nella relazione e una sua propaggine coraggiosa, un po’ spericolata, che nasce quando ci accorgiamo di non poterci più riconoscere e incontrare di nuovo diverse dentro la relazione: un desiderio di sé. «Il desiderio si blocca e muore, allora, nel punto in cui tutto ci appare compiuto, portato a termine, quando ci sentiamo, forse illudendoci, completi. Quando non ci riconosciamo più e non riconosciamo l’altro come libero, anche di desiderare altro, e in modo diverso. Quando non sappiamo accettare, e godere, di una certa insoddisfazione e frustrazione. Quando la certezza e la sicurezza si sono mangiate tutti i margini di vaghezza e confusione, e nulla, parrebbe, può ancora arrivare a sorprenderci». Se la relazione rischia di trasformarsi in questa trama troppo stretta per il semplice passaggio del tempo, come fare spazio alla luce del desiderio senza che nell’altra persona si instilli la paura? Sappiamo quanto il vigore del nostro desiderio, quello slancio esultante che temiamo possa rimanere solo un ricordo, dipenda da questo gioco, talvolta al massacro, tra sicurezza, completezza, libertà e possibilità di alterazione, che si potrebbe riassumere nella domanda: posso diventare altro mentre rimango insieme a te? In questi anni assistiamo alla diffusione di forme di relazione alternative, che mettono in discussione il privilegio accordato alla monogamia e le aspettative che le si accompagnano, aprendo alla possibilità che la continuità di un legame non debba necessariamente coincidere con l’esclusività, né la sicurezza con la rinuncia ad altre possibilità di esperienza. Sebbene trovi questo cambiamento assolutamente interessante, tanto sul piano personale quanto su quello politico, per la sua capacità di scardinare tanti vecchiumi morali che ci portiamo dietro dall’idea dell’amore romantico, non credo che rappresenti la soluzione al problema del desiderio. L’«amore che verrà» dovrà ancora fare i conti con questa tensione, descritta benissimo da Gregoratto, che la sola messa in discussione della monogamia e dei suoi implici non basta a sciogliere, essendo, a mio parere, solo un sintomo – per quanto pervasivo – del nostro profondo bisogno di sicurezza nel desiderio.

L’amore può finire anche perché non c’è un mondo in grado di accoglierlo: qui Gregoratto passa dalle ragioni dei singoli soggetti a quelle storiche e sociali. «L’innamoramento può sempre capitare, come evento, nonostante tutto. Ma la possibilità di sostenere un amore dipende in larga misura da un certo contesto storico, culturale, politico, economico, che deve poter dare agli amanti una casa, lo spazio, l’evento, la forza, l’immaginazione per trasformare la passione e il desiderio in abitudini […] libere e consapevoli» (p. 27). Analizza così la crudele realtà dell’«esilio dal mondo» di cui avremo fatto tutte conoscenza diretta o vicaria una volta entrate nella precarietà della vita adulta. Sappiamo che le strutture sociali escludono e discriminano tantissime persone in ambiti diversi; ecco, tra queste aperture, questi «privilegi», c’è anche l’amore: non possiamo tutte permetterci di amare chi vogliamo, e non paga romanticizzare l’impeto dell’amore a ogni costo: come nota lucidamente Gregoratto, nella storia romantica del film Material Love, vediamo la protagonista scegliere l’uomo con un lavoro precario, l’esultanza dell’amore che vince su tutto, che però, convenientemente, chiude il sipario dopo il momento della scelta. Funziona per motivazioni narrative, ma non possiamo vedere se i protagonisti riusciranno a continuare ad amarsi allo stesso modo schiacciati dalla precarietà economica, dalle case in affitto, dalle bollette, dalle vacanze inesistenti o risicate.

Si potrebbe dire, ed è stato detto, che Gregoratto, parlando della fine dell’amore, ci racconti moltissimo dell’amore stesso. È certamente vero, soprattutto quando nelle ultime pagine Gregoratto comincia a parlare sempre più spesso della casa, di cosa avvicina l’amore alla sensazione del sentirsi a casa propria. Verso le ultime pagine, scrive queste parole: «Nell’amore abbiamo creduto, non errando, di trovare una casa, che magari non è da nessuna parte se non nel luogo che si dovrà ancora autorizzare a creare. Scegliamo di sentirci finalmente a casa proprio così, accettando di non averne davvero una» (p. 133). Questo passaggio mi ha rammentato una frase di Paolo Virno che mi è particolarmente cara: «Non c’è nulla di più condiviso e di più comune, in un certo senso di più pubblico, del sentimento di “non sentirsi a casa propria”. Nessuno è meno isolato di colui che avverte la spaventosa pressione del mondo indeterminato[1]». In questo bisogno condiviso – a un tempo privato e politico, esistenziale e materiale – di stabilità, sicurezza, di fermare il tempo, di una casa, si annoda il nucleo a un tempo così esistenziale e politico del disamore. Gregoratto parla moltissimo di amore, ma mi sembra che il pregio del suo lavoro sia il coraggio di sostare su questo limen dell’indeterminato, dell’«appena prima» il momento in cui tutto sta per cambiare, i fiori non sono ancora secchi, ma non riescono ad assorbire più acqua dal terreno e i bordi dei petali si sono fatti più asciutti.

La vertigine, lo strapiombo, per quello che siamo oggi e che non saremo mai più, il dolore della perdita che occhieggia poco più avanti, il desiderio – se c’è – di qualcosa di diverso. Nessuna delle ragioni che racconta Gregoratto spiega da sé il disamore, nessuna si lascia assolutizzare – come vorrebbero tante narrazioni contemporanee sulle relazioni tossiche e l’amore per se stesse – e l’autrice ci accompagna sul ciglio di questo precipizio. Un viaggio emotivamente complesso, che mostra come si possa fare filosofia mentre si parla di cose quotidiane – qualcuno direbbe troppo mondane – e intanto si incanta, si perturba, e, incredibilmente, si riesce anche a consolare di questo dolore universale che è l’impermanenza, il continuo mutamento di ciò che ci circonda, che ci dà sicurezza anche se non ci fa (più) bene.


[1] Paolo Virno, Grammatica della Moltitudine, Derive e Approdi 2002, p. 20-21

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Giulia Bergamaschi si occupa di filosofia della psichiatria ed epistemologia femminista, e in particolare del ruolo sociale e politico della cultura terapeutica, delle categorie diagnostiche e dei concetti psicologici. Laureata in filosofia e in psicologia, ha conseguito un dottorato in filosofia della psicologia all’Università di Bologna. È autrice di La terapia non ci salverà (Tlon, 2026).

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