(fotografia di Laila Pozzo)
di Mario De Santis
Danzare la poesia. Il verbo per Virgilio Sieni va inteso come transitivo, ed è quello che fa nello spettacolo “Ma a che serve la luce?” in cui è solo la materia stessa dei versi de “Le ceneri di Gramsci” di Pasolini, il loro ritmo, la successione di parole a generare nel corpo di Sieni – prima emesse dal sussurro della sua voce danzando, poi eseguendola seguendo il flusso della stessa voce del poeta friulano, che risuona come unica “musica” a dettare i movimenti. Uno spettacolo, ideato nel 2025 per il cinquantenario della morte dello scrittore, di cui Sieni firma coreografia, spazio e luci ed è unico performer, realizzato con il Centro di Produzione della Danza Cango/Firenze, Fondazione Teatro della Toscana, e che, dopo il passaggio Festival Milano Oltre al Teatro Elfo Pucccini, prosegue nel suo tour (prossima tappa 5-6 dicembre, Potenza Piazza Pagano, poi in Giappone).
Ci sono le costanti dell’idea di danza di Sieni, spesso ideate a partire da un dialogo con opere o eventi (accade anche nell’ultima realizzazione della Compagnia Virgilio Sieni “Preghiera. Tempi di guerra” in cui la coreografia nasce dalla lettura di Tempi di guerra di Gabriella Ripa di Meana (Astrolabio, 2024) e sarà in scena al Teatro Astra nella stagione TPE da novembre.
Vorrei provare dunque a leggere “Ma a che serve la luce?” più dal punto di vista della danza (per cui bisogna avere una diversa competenza storica e tecnica) come uno spettatore interessato alla scena, ai corpi e alla poesia. Cosa, chi fa poesia, può trovare questo esempio di corpo in scena che disegna una sua lingua.
L’intreccio danza/poesia Sieni lo ricorda citando nelle note di regia Paul Valery, che scrisse un celebre su questa arte (“L’anima e la danza”) che, per il poeta del “Cimitero marino”, “non va in nessun posto” e crea un sistema chiuso di atti che traggono valore unicamente dalla loro forma.
Sieni però non è un formalista, questo è evidente. Privilegia – come la citata coreografia di “Preghiera” e altri lavori della sua storia artistica – l’aspetto politico e umano, il discorso collettivo, l’urgenza del presente. Così è per questo corpo a corpo con il testo di Pasolini, dove il poeta medita sostando davanti alla tomba di Gramsci. Le parole, introiettate nella memoria, vengono restituite da Sieni, ricreate dal respiro. Scandisce come dalla compressione espiratoria il poema dal suo incipit “Non è / di maggio / questa/ impura aria” e via via danzerà-dirà il testo, come per rigenerarlo, rimetterlo in uno “sforzo di rifare la vita”, come Pasolini descrisse la tensione collettiva di quel dopoguerra in cui scriveva “Le ceneri”. Quanto è necessario, anche per noi, in un esteso stato di pace apparente, questo sforzo davanti a ceneri e macerie.
Il corpo di Sieni, fin dal primo passo sembra farsi avanti, in quello stato che – prendendo una definizione che Valery osò per la poesia – che sembra un’“esitazione prolungata tra suono e senso”. Le braccia spostano masse di “impura aria” attorno a noi. Al tempo stesso, disegnando una fluidità e in penombra, Sieni batte con le mani un ritmo sul proprio petto. Nel suono più arcaico, il corpo c’è. Prima degli strumenti, i Sapiens forse iniziarono così: battito di mani. Ritmo. Eco. Presenza, assenza. Pensiero che immagina. Voce. Il suono. Una nascita, armonie. Siamo sulla soglia dell’aura.
Su questo punto del corpo che emette voce danzando si possono convocare i poeti. Due tra quelli più importanti, tra i contemporanei italiani, hanno dedicato alla voce attenzione e riflessioni: Gian Mario Villata e Mariangela Gualteri( in modo tangente ma diverso da tutta l’esperienza slam poetry, spoken word ecc. che qui non trattiamo).
Villalta con il recentissimo “Il canto delle parole. L’avventura della voce e della poesia” (Garzanti, 2026) ripercorre anche antropologicamente, oltre che dal punto di vista delle neuroscienze, l’importanza nella vita umana della voce. Come l’arcaico battere sul petto di Sieni, Villalta riparte dall’esperienza di 50-60 mila anni fa, dal “il canto degli antenati” (dal titolo del libro di Steven Mithen) quando le “forme più antiche della parola sembrano convergere sul canto, accompagnato dalla danza e dalle percussioni” scrive Villalta. La caratteristica evolutiva dell’“Homo Loquens”, il suo nascere ancora incompleto, crea uno stadio intermedio di “lallazione” prima del linguaggio a cui guarda la poesia moderna. Un’origine nel primo “collaudo” della vita attraverso la parola. Villata è allievo e studioso di Andrea Zanzotto, che ne “La Beltà” e altri libri, è stato il poeta del ‘900 che più di tutti ha indagato questa dimensione, chiamata con termine dialettale veneto, “petèl” (Villalta, Zanzotto e prima ancora Pasolini hanno intrecciato il ricorso al dialetto con questa indagine sull’origine della lingua).
In qualche modo – se è vero come scrive Villalta – che “l’essenza della poesia sta nella “comunione della lingua che coinvolge tutto il corpo” perché il linguaggio è “tecnologia incorporata – allora “Ma a che serve la luce?” è opera che parla poeticamente e ai poeti, per dirla con Dante “va significando”.
La parola, mentre Sieni danza, è scavata da dentro il suo corpo, assunta nella sua cellula fonoritmica, associata a un gesto (la danza come la LIS), genera, prolifera si fa nuovo affluente nel fiume-poemetto. Lo sforzo nell’emettere ogni singola parola di Sieni è nel petto compresso della lallazione. Se il dire entra nella danza che – come scrive ancora Sieni nelle note – “disattiva il senso delle parole” l’effetto non è l’azzeramento, ma la moltiplicazione delle possibilità di percepirlo.
È qui che la poesia mantiene in Sieni un contatto con ciò che Mariangela Gualtieri ha chiamato “incanto fonico” nel libro omonimo uscito nel 2022 (“L’incanto fonico”, Einaudi,) mutando la definizione da Amelia Rosseli. Gualtieri è poeta non solo per scrittura – che è l’altro tema della seconda parte del libro di Vilalta, la pagina e la lettura muta – ma sta dentro una partecipazione di lungo corso all’esperienza teatrale, in questo caso con Teatro della Valdoca, nel sodalizio con Cesare Ronconi. All’inizio di quell’esperienza, racconta Gualtieri, “leggevo poeti, da Eschilo a Milo De Angelis mentre gli attori facevano il loro training di riscaldamento”. Dopo qualche anno ha iniziato con versi propri, ma sempre “sulla scena” a contatto col gesto del corpo, fonazione, significato, ritmo, respiro soprattutto, che pure appartiene, scrive Gualtieri, “al corpo sottile”. I “riti sonori”, le performance di Gualtieri che dice le sue poesie su un palco, potremmo definirle danze immobili. Il corpo è “tutto poggiato si oscuro vuoto di cavità uterina” scrive Gualtieri con precisione fisiologica e deflagrazione simbolica. Del resto “il metro” scrive da par suo Villalta “è una figura di suono riconoscibile all’udito come sono le figure della danza – pliè, tendu – riconoscibili all’occhio”.
Nel suo ragionare Gualtieri va “da pagina a voce”, mentre a Villata interessa anche il contrario, da voce a pagina, da qui la sua attenzione alla lettura silenziosa del testo scritto (da Ambrogio e Agostino tra il Terzo e Quarto secolo dell’era cristiana). Passaggio alla scrittura è storia recente. Come è noto, Platone diffidava della scrittura, ma Villalta evidenzia il paradosso di un filosofo che ha lasciato libri fondamentali e immaginava che la parola detta si incidesse come con uno stilo nella memoria.
Nel corpo, dunque, per noi moderni, con la sua tessitura logica, la sua grammatica. A Villalta però preme difendere l’idea che la poesia non sia solo lettura silenziosa, intesa come “cimitero dei suoni”, ma che anche quando è solo letta nella mente (secondo analisi di neuroscienziati su cervello e lettura) in realtà è voce. Lo confermano le neuroscienze: accade lo stesso fenomeno nel cervello. Anche senza suono, c’è una “voce”, interiore, nel corpo, nei circuiti neurali. È il “suono del pensiero” scrive Villalta citando gli studi e le ricerche di Andrea Moro.
Qui per certi aspetti si può tornare a Sieni, perché l’introiezione della parola, espressa in questo danzare Pasolini, sul filo tra silenzio e fuoriuscita vocale, movimento e silenzio. L’energia cinetica come la parte visibile che danza su questo spartito neurale, come lo definisce Villalta. La coreografia è un’arte, è “discorso”, ha una “grammatica”. Sieni la accorda, nella seconda parte, alla voce di Pasolini, dopo aver dato carne alla sua parola nella prima.
Colpisce in Virgilio Sieni come danzi non solo la musica della metrica delle “Ceneri”, nella seconda parte, ma in qualche modo segua intonazioni e timbro della voce di Pasolini, le inclinazioni emotive stesse e anche il silenzio che sta attorno o tra le parole. Nella prima parte dello spettacolo la dizione di Sieni danzante si poggiava anche sul tappeto di note “sussurrate” di William Basinski, perché “è un brusio la vita”; nella seconda il coreografo volteggia su questa impalpabile partitura, non solo la poesia di Pasolini, non solo la sua stessa voce, ma una voce interiore che è di tutti, ed è lì in questa “con-vocazione” che brilla uno spirito di comunità, una “corporea, collettiva presenza”, una chiamata a reagire.
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