A cent’anni dal Nobel, a Rebeccu si torna alle pagine di una scrittrice troppo spesso identificata con la sua isola. Tra lettura, traduzione e pratiche artistiche, Grazia Ritrovata, il progetto ideato e diretto da Valeria Orani, interroga la possibilità di ritrovare la grazia nel presente, facendo della sua necessità nella società contemporanea e del ruolo delle arti nel dialogo una riflessione condivisa.
Un centenario può confermare la distanza che ci separa da una scrittrice, soprattutto quando la celebrazione prende il posto della lettura. Nel caso di Grazia Deledda, tornare ai testi significa anche incrinare la familiarità apparente con cui ne pronunciamo il nome, lasciare che il dissidio fra libertà individuale e ordine comunitario riacquistino la loro forza di disturbo. La grazia che dà il titolo a Grazia Ritrovata. Un percorso di comunità globale si colloca in questa lettura inquieta dell’opera, dove il nome dell’autrice incontra una questione che riguarda il presente: quale spazio sappiano ancora offrire le arti all’ascolto, alla comprensione di esperienze lontane dalla propria, alla possibilità di modificare uno sguardo.
Ideato da Valeria Orani, direttrice artistica di 369gradi, il progetto, che rientra all’interno della stagione culturale di Rebeccu Arte 2026, assume la ricorrenza del Nobel come occasione per mettere al lavoro questa eredità. A Rebeccu, villaggio medievale nel territorio di Bonorva, e negli altri comuni del Meilogu, la ricerca letteraria incontra le arti performative, la traduzione e le storie degli abitanti. Fra settembre e dicembre, fino all’approdo a New York, l’opera deleddiana sta attraversando una comunità di lettori, studiose, artisti e traduttrici che ne interroga le parole a partire dalle proprie esperienze. Anche il paesaggio entra in questo confronto: luogo da cui si legge, oltre che materia della scrittura, custodisce appartenenze che il lavoro comune può rendere meno ovvie, più aperte alla discussione.
Ottobre ha dato a questo confronto una forma particolarmente intensa, facendo della lettura un’esperienza che coinvolge la voce, il corpo e la scrittura. Nei primi giorni del mese, Mi ritrovai, il laboratorio del Teatro delle Albe condotto da Ermanna Montanari e Marco Martinelli, ha accostato Dante a Deledda attraverso Pia de’ Tolomei. Nella richiesta di essere ricordata che Pia affida al poeta si può riconoscere anche un problema della memoria letteraria: essere nominati non equivale a essere ascoltati. Deledda, tanto riconoscibile nell’iconografia culturale italiana quanto meno frequentata nelle sue pagine, conosce bene questa sproporzione.

Resta, prima di tutto, il lavoro sulle pagine: il tempo necessario a capire come una frase trattenga un giudizio, quanto di un personaggio passi attraverso ciò che non dice. Il laboratorio condotto lo scorso 19 ottobre a Bonorva da Martha Witt, scrittrice e docente di Scrittura creativa alla William Paterson University, dove dirige il percorso di Arti performative e letterarie dell’Honors College, nonché traduttrice anglosassone di Deledda, ha preso avvio dai testi per arrivare alla scrittura. Un passaggio che rende più esigente la lettura: provare a scrivere significa anche accorgersi delle decisioni che, nel libro di un altro, sembravano naturali.
Alla fine di ottobre, tra il 28 e il 30, Con parole mie porterà questo lavoro dentro una pluralità di lingue e biografie. A condurlo sarà la drammaturga Nalini Vidoolah Mootoosamy, con la partecipazione della studiosa Sonita Sarker. A partire dai testi di Deledda, i partecipanti saranno invitati a dare forma a un ricordo, un’immagine, un sentimento, provando a spostarli da una lingua all’altra, a cambiarne il registro, ad ascoltare ciò che accade durante il tentativo. Una parola mancante o un’espressione fraintesa possono rivelare il punto in cui due esperienze cessano di coincidere. Restare su quella difficoltà, prima di correggerla, è già un esercizio di attenzione.
Nata alle Mauritius e cresciuta in Italia, Vidoolah Mootoosamy lavora da anni sul rapporto fra lingua, migrazione e appartenenza, anche attraverso laboratori con migranti, richiedenti asilo e seconde generazioni. Nella sua scrittura teatrale il riconoscimento ha conseguenze materiali: riguarda chi può attraversare un confine, chi deve giustificare la propria presenza, chi dispone dell’autorità per stabilire l’identità altrui. Lost & Found, produzione 369gradi finalista al Premio Riccione 2023, affronta la libertà di movimento e la sua distribuzione diseguale, determinata dall’origine delle persone.
L’incontro con Deledda avviene dunque su un terreno preciso. Nei suoi romanzi, appartenere a una comunità significa riceverne una lingua, una memoria, un posto nel mondo; significa anche esporsi al suo giudizio, alla difficoltà di essere riconosciuti quando si devia dal comportamento atteso. Le esperienze contemporanee della migrazione portano altre storie e altri conflitti dentro questa lettura, rendendo più esigente il confronto con le pagine.
È una cautela che attraversa anche la ricerca di Sonita Sarker, docente di Women’s, Gender, and Sexuality Studies e di English al Macalester College di St. Paul, in Minnesota. I suoi studi femministi e postcoloniali interrogano il rapporto fra appartenenza, cittadinanza e costruzione della nazione, con particolare attenzione all’autorità delle donne di rappresentare se stesse. Deledda occupa una posizione significativa in questa ricerca proprio per lo scarto fra la sua affermazione come scrittrice e le definizioni entro cui è stata ricondotta.
In Women Writing Race, Nation, and History: N/native, pubblicato da Oxford University Press, Sarker le dedica il capitolo Grazia Deledda: From Island to Continent and Never Back Again. Attraverso quattro dimensioni dell’appartenenza – discendenza, terra, apprendimento e lavoro – esamina il rapporto fra l’immagine che l’autrice costruisce di sé e quella che le assegna la cultura nazionale. La questione riguarda il potere di attribuire significato a un’origine: chi decide quando essa costituisca un sapere e quando, invece, diventi un limite. Da questa prospettiva, la Sardegna deleddiana acquista un rilievo ulteriore. La posizione periferica attribuita all’isola consente di osservare le gerarchie attraverso cui una nazione organizza il proprio racconto, riconoscendo ad alcune esperienze un valore generale e trattenendone altre nella particolarità locale. Il confronto che Sarker propone con autrici come Zitkála-Šá, scrittrice e attivista nativa americana, rende visibili queste operazioni senza presupporre che storie differenti siano sovrapponibili. A essere interrogate sono le condizioni in cui una donna prende la parola e viene riconosciuta come soggetto capace di raccontare il proprio tempo.
Il lavoro proseguirà a New York il 10 e l’11 dicembre. Al Martin E. Segal Theatre Center del CUNY Graduate Center, il symposium internazionale del 10 dicembre affiancherà gli interventi critici alla restituzione del percorso sardo, con Martha Witt, Sonita Sarker e Nalini Vidoolah Mootoosamy. Il coordinamento coinvolgerà Giancarlo Lombardi, Valeria Orani, Frank Hentschker e Donatella Mulvoni. L’11 dicembre, alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University, la proiezione di Quasi Grazia di Peter Marcias, tratto dall’opera omonima di Marcello Fois, porterà la riflessione sul terreno del cinema e della rappresentazione biografica.
La grazia evocata dal progetto si espone anche a questa incertezza: alla possibilità che l’incontro con un’opera cambi il modo in cui ascoltiamo un’altra persona, senza garantirci di comprenderla fino in fondo. Deledda conosceva bene l’opacità dei legami, ciò che resta taciuto anche nelle relazioni più strette. Tornare a leggerla significa concedere tempo a quella complessità. Dopo un secolo di riconoscimenti, è ancora nelle vite contraddittorie dei suoi personaggi che la scrittrice può sottrarsi all’immagine composta che le abbiamo assegnato.
Grazia Ritrovata è un Progetto Speciale 2026 del Ministero dei Beni Culturali (Dipartimento Attività Culturali, Direzione Generale dello Spettacolo), prodotto da 369gradi centro di diffusione e produzione cultura contemporanea con il sostegno di Regione Sardegna (Assessorato Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport), Fondazione di Sardegna, e in collaborazione con i Comuni di Bonorva, Borutta, Cheremule, Giave, Ittireddu.
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La fotografia di Valeria Oriani è di Nanda Sias
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