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Foto di Pierre Bamin su Unsplash

La mia biblioteca è il mio harem. Alcune sono state semplici infatuazioni, cotte, sbandate, flirt di una stagione. Qualcuna dura da più di quarant’anni. Ma c’è una gerarchia, un ordo amoris, per usare un’espressione che viene dalla teologia medievale prima che dalla critica letteraria, e non è solo mentale.

Di Borges si dice che avesse un metodo tutto suo per pesare quella gerarchia: nascondeva del denaro dentro i libri, come un salvadanaio, e le banconote di valore maggiore finivano nei volumi che amava di più. In cima, con i tagli più alti, Le mille e una notte. Poi, a scendere, tutti gli altri, in un ordine di preferenza reso letteralmente materiale.

C’è qualcosa che mi commuove in questo gesto, e non è solo la sua eccentricità. È che Borges non si limita a dichiarare un amore: lo nutre, lo affida a una custodia, lo rende un piccolo rito segreto tra lui e il libro. Il volume amato non è solo letto: è protetto, quasi venerato, come una reliquia che contiene un’offerta. È un ordo amoris fatto materia: non basta amare un libro, bisogna anche poterlo dimostrare.

Ed è lo stesso universo emotivo in cui si muoveva Leo Spitzer quando uno studente bussò alla porta del suo studio e lo trovò immerso nella lettura fra pile di carta.

«Buongiorno professore, disturbo? Sta studiando?»

«No», rispose Spitzer, «sto godendo».

Si racconta così, e la battuta è troppo bella per non imprimersi nella memoria. In una riga liquida tutta la separazione moderna fra lavoro intellettuale e piacere: come se «studiare» fosse un verbo troppo burocratico per rendere conto di un’esperienza che è fisica, quasi sensuale.

Spitzer, uno dei grandi filologi del Novecento, leggeva i testi come organismi vivi, non come reperti da sezionare. Nei suoi saggi migliori si sente quasi il piacere tattile della lingua. Non stava semplicemente applicando un metodo: stava entrando in una corrente di intensità.

È la medesima tensione interiore in cui si muoveva Caravaggio quando si trovò davanti alla Santa Margherita di Annibale Carracci: «ci moriva sopra in riguardarla», dissero di lui. «Sto godendo» e «ci moriva sopra» sono due formulazioni diverse della stessa idea: l’intelligenza come godimento, non come accumulo.

Anche per questo mi è sempre sembrato un po’ riduttivo parlare della cultura come di un patrimonio. Un patrimonio si possiede, si conserva, si trasmette. Ma la cultura, almeno quella che ci riguarda davvero, non ha molto a che fare con il possesso. Ha piuttosto a che fare con una forma di inquietudine. Un libro ci interessa perché ci manca qualcosa che non sappiamo ancora nominare. Lo prendiamo in mano e, se va bene, non siamo più esattamente quelli di prima.

Roland Barthes, nel Piacere del testo, distinguerà il plaisir dalla jouissance. Il primo ci accompagna e ci conferma; la seconda ci sposta, ci mette in crisi, introduce una frattura nelle nostre abitudini. Ci sono libri che ci fanno stare bene e libri che, mentre li leggiamo, ci fanno perdere per un momento il posto in cui eravamo.

È una distinzione che riguarda il corpo prima ancora che la teoria. Barthes pensa il testo attraverso immagini tattili, come qualcosa che possiede una pelle e una grana, che si offre al lettore non soltanto per essere interpretato ma per essere toccato, attraversato, desiderato. Non a caso Le plaisir du texte è costruito per frammenti, piccole entrate alfabetiche, quasi aforismi: una forma che sembra sottrarsi in anticipo alla pretesa di sistematizzare il piacere.

Anche Proust, nell’introduzione a Sésame et les lys, descrive la lettura come una conversazione con persone molto più sagge di noi che però non ci interrompono mai. È un’immagine che rovescia l’idea della lettura come semplice apprendimento. Il libro non insegna soltanto: parla con te. E quando finisce, la conversazione non è detto che sia finita. Forse è proprio questo che fanno i libri che amiamo davvero: non rispondono soltanto alle nostre domande, ma ci lasciano con domande che prima non avevamo.

Ma cos’hanno in comune, davvero, il rito di Borges, la battuta di Spitzer, la jouissance di Barthes? Il fatto che nessuno di questi gesti nasca da un bisogno di informazione. Nascono da un desiderio. E il desiderio, nella sua forma più elementare, è tensione verso qualcosa che manca. Non si esaurisce mai del tutto: soddisfatto, si spegne o si sposta altrove. La curiosità funziona allo stesso modo, applicata non al non-avere ma al non-sapere: non manca un oggetto, manca un contenuto conoscitivo. Una domanda soddisfatta ne apre altre.

Cioran lo scriveva, in un saggio su Gabriel Marcel, con una lucidità che vale la pena ricordare: «La curiosità, non lo si ricorderà mai abbastanza, è il segno che si è vivi e ben vivi»; e poco dopo la definisce «la modalità intellettuale del desiderio». Se è così, la curiosità non è mai stata pura razionalità distaccata. Ha una componente pulsionale, quasi erotica in senso lato: un investimento affettivo nel voler sapere, non soltanto un bisogno funzionale. Non vogliamo sapere soltanto perché ci serve una risposta. A volte vogliamo sapere perché ci piace il movimento stesso che ci porta verso qualcosa che ancora non conosciamo.

È una vecchia intuizione, che la tradizione psicoanalitica ha cercato di leggere anche attraverso il concetto di epistemofilia: il desiderio di sapere come parente, trasformato e sublimato, della pulsione. Il libro-scrigno di Borges, in questa luce, non è soltanto un aneddoto curioso. È un piccolo modello. Un valore che si nasconde, che non si consegna subito, che deve essere cercato. Il denaro nascosto fra le pagine rende materiale qualcosa che altrimenti sarebbe invisibile: la misura dell’amore.

Per secoli, del resto, il desiderio di sapere ha avuto una componente temporale necessaria. Dovevi cercare il libro, ordinarlo, aspettare che arrivasse, andare in biblioteca, seguire una nota a piè di pagina, imbatterti per caso in un nome sconosciuto che apriva un’altra strada. L’attesa, la deviazione, l’errore, l’incontro casuale non erano semplicemente ostacoli al desiderio di sapere: erano il tempo in cui quel desiderio restava vivo.

Una parte della mia formazione, forse, è consistita proprio nell’imparare a riconoscere questi tempi morti come qualcosa di vitale e stimolante. Un titolo annotato su un foglietto e dimenticato per mesi. Un nome incontrato in una recensione che rimaneva in testa senza che ci fosse ancora un libro da leggere. Una citazione di cui non conoscevi la provenienza e che ti costringeva a cercarla. Un autore nominato di passaggio da qualcuno, e poi rintracciato anni dopo. La cultura aveva una sua lentezza materiale. Non era soltanto il tempo necessario per leggere: era il tempo necessario per arrivare al libro. E spesso il libro non arrivava da solo. Bisognava attraversare altri libri.

Da ragazzo collezionavo le varianti degli standard jazzistici. Night and Day, What a Difference a Day Makes: ne avevo quasi trenta versioni di ciascuno, e le più preziose erano le più assurde. Un Night and Day sirtakizzato trovato durante un viaggio in Grecia, un What a Difference a Day Makes suonato dalla banda di Triuggio, in Brianza.

Le trovavo per caso, all’estero, nei negozi di dischi, nei mercatini, da amici che tornavano da qualche parte. Senza cercarle davvero, o meglio, cercandole nel modo in cui si cerca qualcosa che non si sa ancora di volere.

Quella frase, a pensarci, contiene già una piccola contraddizione. Come si può cercare qualcosa che non si sa di volere? Eppure è forse una delle forme più autentiche della ricerca. Non si parte sempre da una domanda precisa. A volte si parte da una disposizione, da una curiosità senza oggetto, dalla sensazione che da qualche parte ci sia qualcosa che potrebbe interessarci.

È il contrario della ricerca su Google, almeno nella sua forma più semplice. Lì devi già sapere abbastanza per formulare la domanda. Devi avere un nome, un titolo, una parola, un problema. La ricerca tradizionale poteva invece cominciare da una vaghezza. Entravi in un negozio di dischi senza sapere che cosa avresti comprato. Guardavi uno scaffale. Tiravi fuori un disco perché aveva una copertina strana. Leggevi il nome di un musicista. Scoprivi che aveva suonato con un altro. Cercavi quel secondo nome. La ricerca si costruiva mentre procedeva. Infine le riversavo tutte sulla stessa cassetta, poi sul cd, e le mettevo alle feste a casa mia. A un certo punto gli ospiti si accorgevano della somiglianza.

«Ma non è la stessa canzone?»

«No», rispondevo io. «Sono tutte interpretazioni diverse».

Era vero, ma non era questo il punto. Il punto era la variante. La distanza infinitesimale fra una versione e l’altra, il timbro di un cantante sconosciuto, un arrangiamento improbabile, la provenienza misteriosa di un disco che aveva viaggiato prima di arrivare nelle mie mani. Il piacere non consisteva soltanto nell’ascoltare la canzone: consisteva nell’averla trovata.

C’era anche un’altra cosa. Quelle versioni avevano una storia prima di diventare una collezione. Non erano semplicemente file equivalenti fra loro. Una veniva da un viaggio, un’altra da un negozio, un’altra da un disco trovato per caso o sentito alla radio e di cui anche solo ricostruire il titolo e l’autore era un’avventura, perché non esisteva Shazam. La differenza musicale era minima, ma la differenza biografica poteva essere enorme. Forse collezionavo anche questo: non le canzoni, ma i percorsi che conducevano alle canzoni.

Smisi completamente quando arrivò Spotify. Non perché le varianti fossero diventate più difficili da trovare. Era accaduto esattamente il contrario: erano diventate tutte disponibili con un semplice clic. Bastava digitare il titolo e, in pochi secondi, potevo avere non trenta versioni ma centinaia, tutte quelle esistenti. Il mondo che avevo impiegato anni a cercare era improvvisamente tutto lì. E proprio per questo aveva perso qualcosa. Non la musica. La ricerca.

Mi accorsi allora di una cosa che vale anche per i libri. La scarsità non riguarda soltanto ciò che possediamo. Può riguardare il percorso che ci porta a possederlo. Una cosa trovata dopo averla cercata per anni non coincide del tutto con la stessa cosa trovata in tre secondi. L’oggetto è identico, ma l’esperienza non lo è. Nel primo caso l’oggetto porta con sé il tempo della ricerca. Nel secondo è già separato dalla storia che avrebbe potuto avere.

Le banconote di Borges valevano perché erano nascoste. Le mie versioni di Night and Day valevano perché erano rare. Ma forse la rarità non riguardava soltanto l’oggetto: riguardava il tempo necessario per arrivarci, le deviazioni, gli errori, le persone incontrate, i negozi in cui entravi senza sapere che cosa avresti trovato. La curiosità aveva bisogno di uno spazio vuoto fra la domanda e la risposta.

Oggi quello spazio si è quasi completamente ristretto. Una canzone chiama un’altra canzone, un nome un altro nome, una domanda una risposta. Google, Spotify, Wikipedia, ChatGPT: la cultura contemporanea ha trasformato la ricerca in una disponibilità permanente. Quasi niente deve più essere aspettato, inseguito, ricordato a memoria o trovato per caso.

Ma la curiosità non coincide con l’informazione. L’informazione è ciò che manca e che può essere fornito. La curiosità è il desiderio di qualcosa che, prima ancora di trovarlo, non sapevamo di cercare.

Ed è qui che la questione diventa più sottile. Un algoritmo può suggerirci qualcosa che non avevamo pensato di cercare. Può persino produrre una forma di serendipità artificiale. Spotify può farci ascoltare un musicista che non conoscevamo, Google può portarci su una pagina che non avevamo previsto, Wikipedia può aprire una catena di nomi, ChatGPT può mettere in relazione due cose che non avevamo pensato di accostare.

Il problema, dunque, non è semplicemente che la tecnologia ci dà troppe risposte. È che rischia di confondere la ricerca con il risultato. La differenza è piccola, ma decisiva. Se cerco qualcosa e ottengo immediatamente qualcosa che assomiglia a una risposta, posso avere la sensazione che il movimento sia finito. Ma la curiosità non è soltanto il desiderio di arrivare. È anche il piacere di essere portati altrove.

Un buon libro non funziona come un motore di ricerca. Non restituisce necessariamente ciò che gli chiediamo. A volte ci costringe a formulare meglio la domanda, altre volte ce la pone lui, altre volte ancora ce ne fa dimenticare una per sostituirla con un’altra. E spesso ci fa perdere completamente la strada. È per questo che una biblioteca può essere ancora un luogo erotico, e forse lo è proprio perché non è efficiente. Un libro ne nasconde un altro. Una nota a piè di pagina apre una strada laterale. Uno scaffale mette insieme due libri che nessun algoritmo avrebbe accostato. Cerchi Proust e finisci su Ruskin; cerchi una parola e trovi un autore; cerchi una consolazione e torni a casa con una nuova inquietudine.

La biblioteca, in questo senso, non è soltanto un deposito di risposte. È una macchina per produrre desideri. E il desiderio, finché desidera, non arriva mai. La curiosità, in fondo, è questo: il modo che abbiamo inventato per continuare a desiderare quando non sappiamo ancora che cosa desideriamo.

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sergiogarufi@minimaetmoralia.it

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