Una roulotte senza ruote, ferma sulle rive del Trasimeno. Nessuno sa con certezza a chi appartenga. Nessuno sa come sia finita lì. Chi ne sente il bisogno può entrare, sedersi, passare qualche ora da solo. Quando qualcuno ne chiede la rimozione, trovare il proprietario diventa necessario. Da questo luogo prende forma Misurare il vuoto (Lindau), il primo romanzo di Caterina Villa. Villa vive a Roma, lavora come giornalista televisiva alla Rai e ha pubblicato racconti su riviste e antologie.
Nicola, Ofelia, Simone e T. arrivano alla roulotte con età e esperienze diverse. Nicola è anziano, ha un tumore ai polmoni, il rimpianto di un amore passato e le chiavi della roulotte. Ofelia ha appena perso la madre, con la quale aveva un rapporto conflittuale. Simone è cresciuto passando attraverso famiglie affidatarie e vive una relazione tossica che sente, in qualche modo, di meritare. T. resta più difficile da decifrare: nella roulotte lascia biglietti che, poco alla volta, entrano nelle vicende degli altri.
Misurare il vuoto entra nelle loro vite quando qualcosa è già accaduto. Una perdita, un abbandono, un errore, una malattia. Il romanzo si muove soprattutto in ciò che viene dopo, quando un avvenimento si deposita nella vita quotidiana e continua a modificarla. Il vuoto del titolo non coincide allora soltanto con ciò che non c’è più, ma con lo spazio che quell’assenza occupa nel presente.
La roulotte è parte di questo movimento. È vecchia, rattoppata, con la muffa negli angoli. Non è un luogo di cura. Offre una sospensione: per qualche ora chi entra può allontanarsi dalle incombenze, dalle relazioni, dall’immagine che gli altri hanno di lui. E proprio questo luogo provvisorio rischia di essere portato via.
Misurare qualcosa significa dargli una dimensione. Ma quale misura può avere un’assenza? Villa segue questa domanda attraverso elementi molto concreti: le macchie nei polmoni di Nicola, il corpo di Ofelia che si raccoglie su se stesso, la tinozza di Simone. Il vuoto passa così dai ricordi ai corpi, dagli spazi alle relazioni.
La storia procede per capitoli brevi e punti di vista differenti. Anche la memoria si muove tra passato e presente. Non restituisce semplicemente ciò che è stato. Torna nei gesti, nelle paure, nelle scelte. I personaggi ricordano perché ciò che è accaduto continua, in forme diverse, a riguardarli.
È nel rapporto con gli altri che le loro storie finiscono per avvicinarsi. L’incontro non cancella ciò che è accaduto e non restituisce ciò che è stato perduto. Cambia, semmai, il punto dal quale ciascuno guarda la propria assenza.
Misurare il vuoto significa allora provare a riconoscere quello spazio: capire quanto ciò che non c’è più continui a prendere parte alla vita di chi resta.
Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano, Minima et Moralia e Vanity Fair Italia.
