In

di Sarah Spinazzola

Dà una spinta e la porta si apre. Non è un granché come porta. Ha diversi graffi e le venature nel legno sono aperte. Getta un’occhiata rapida senza badarci troppo. I commenti spietati li terrà per dopo. Richiude la porta dietro di sé e prende un respiro. Sente un odore dolciastro simile alla vaniglia che le dà sollievo. Il sollievo dura un attimo perché ha lasciato i guanti in macchina e ora le dita le fanno male. Sono rigide e violacee. Le sfrega per rianimarle e intanto si guarda intorno.
Un monolocale tutto in legno.
Complimenti, Van, non potevi trovare di peggio.
Ha caldo, si toglie il cappotto. Lo appoggia sul divano. Più che appoggiarlo lo lascia cadere senza vita. Non vuole più occuparsene. Si è resa conto di aver scelto la giacca meno appropriata per un posto come quello.
Che se ne andasse tutto al diavolo.
Sbuffa, si getta sul divano. L’occhio senza volerlo le cade sul tavolino. C’è un libro, lo tira su, accavalla le gambe e lascia che il calore penetri di nuovo nei vestiti, nella pelle, nel sangue. Scorre qualche pagina, giusto il tempo di capire se fa per lei.
Non fa per lei.
Quella scoperta agisce come un ago che la punge e la costringe ad alzarsi con una nuova fretta.
Si strofina ancora le mani. Teme che l’aria gelata di là fuori possa raggiungerla com’è successo prima, ma non solo, teme qualcos’altro. Qualcosa a cui non ha ancora dato un nome ma conosce la sostanza.
È paura.
Camminando le viene fame. Apre un armadietto poi un altro. Trova un pacco chiuso di biscotti. Lo apre strappando male l’involucro. Un taglio verticale invece che orizzontale. Mastica lentamente, attenta a non far briciole mentre cammina. Cerca di darsi un tono, una regolata. Come se sapesse bene cosa sta facendo e perché è lì. Perché è fuggita e cosa succederà dopo.
Si avvicina a una finestra con delle tendine bianche e rosse. Guarda fuori ma c’è il buio più totale. Nessuna luce, neanche piccola. C’è neve ovunque, la percepisce da dietro il vetro.
Il suo corpo è avvolto dal silenzio e dal rumore della stufa che ogni tanto sibila come se l’aria artica di oggi fosse offesa di non poter ghiacciare tutto lì dentro e la stufa chiedesse scusa dicendo:
Sto solo facendo il mio lavoro.
«Non mi piace essere presa in giro» dice come se lo stesse già raccontando alla sua amica. È offesa come sarebbe chiunque che sta aspettando qualcuno che non arriva.
Forse è solo in ritardo.
Guarda fuori e mangia compulsivamente. Si maledice per tutta la strada a rischio congelamento che ha fatto per raggiungere quel posto. È stato un azzardo. E poi inventarsi quell’appuntamento folle. Ora è sulle spine.
È per qualcuno a cui tiene.
Ripesca tra i ricordi senza fretta. Li rimette in ordine uno alla volta come farebbe con dei libri su uno scaffale. Ogni tanto si distrae.
Il maglione di lana le pizzica continuamente il collo. Si gratta per togliersi il fastidio e raggiungere una tregua ma è inutile. Il vero fastidio è quell’attesa che le urta contro.

Non arriva ancora nessuno e non ha notizie da almeno mezz’ora. Ma ha deciso che non userà il cellulare, no signore. Almeno fino a che la situazione non sarà così innegabile da farle ammettere che passerà lì la notte senza nessuno. Improvvisamente conclude che rimarrà in quella scatola di legno almeno fino a domattina. Qualcosa le risale dalla gola, forse è acido. Le blocca il respiro.
Che rabbia essere sola. Avrei voluto che fosse qui.
Il cellulare non dà nessun cenno. Accende la tv. C’è qualcosa in tedesco. Vorrebbe spegnere subito, le fa orrore. Legge la scritta: Seifenoper.
Sarà una di quelle soap opera che fanno nel Canton Ticino o chi lo sa.
Mette il muto e fissa gli occhi degli attori senza nessuna fantasia. Ricontrolla l’ora: le nove meno un quarto. Il ritardo si accumula. Sta diventando un fatto ma non ci vuole pensare.
Poi un suono dal telefono. Un messaggio. Lo legge subito.
“Sono in ritardo”.
Un calore si espande nel suo petto. Legge di nuovo il nome sullo schermo: Fred.
Spegne la tv. Ora è vero che si vedrà con lui. Si toglie le scarpe. Si risiede sul divano rannicchiando le gambe come una sirena. Non è più la donna di due minuti fa. Scorre qualcosa sullo schermo del telefono mentre altri ricordi tornano a bussare alla memoria. È da qualche tempo che non si vedono. Forse due mesi.
Chissà com’è ora. Mi aveva detto che era ingrassato.
Il suo corpo non le aveva mai dato problemi né da grasso né da magro. Anche se magro, magro non lo aveva mai visto. Forse una volta sì, nel periodo in cui si stavano separando. Poi aveva ripreso subito peso.
La porta si spalanca. Una folata d’aria ghiacciata la raggiunge prima della sua presenza.
«Chiudi, chiudi» dice Van saltando giù dal divano.
Fred dà una spinta secca alla porta. Sul berretto ha strati di neve.
«Non si dice ciao?»
 Van fa un passo indietro.
«Certo: ciao.» 
«Mi hai fatto venire in questo posto assurdo.»
Ha ragione, è tremendo.

«Dai, è solo per questa volta…»

«Puoi starne certa: non ci rivedremo mai più, Vania».
Un laccio le stringe lo stomaco.
Si accorge di essere in piedi davanti a lui per prendergli il giaccone e appenderlo da qualche parte.
Van ha sempre avuto la sindrome della guardarobiera.
«Vuoi un tè?»
È una delle cose che chiede quando è agitata e non ha più idee.

Ora che si è tolto la giacca vede com’è fatto. Non le pare più in carne del solito. Ha un po’ di pancia, ma è come se lo ricordava.
«Sei ancora a dieta?» gli chiede mentre apre gli sportelli della cucina, indovinando dove possa trovare un pentolino. Fred non si accorge che Van non conosce quel posto; è assorto da un’aura di pensieri a strati e densi.
«Eh?»
Fred la guarda alzando gli occhi per un istante poi si butta sul divano. È in cerca di un angolo dove stare tranquillo e riprendersi dalla fatica fatta per arrivare lì.
«Dico: mangi? O sei a dieta? O niente?» ripete Van.
«Ah, la dieta, dici? No, non ci penso più.»
Si guarda intorno, osserva il nero fuori dalla finestra. Vede il suo riflesso sul vetro. Si trova un po’ vecchio. Si ravviva i capelli schiacciati dal berretto. Van lo osserva e si domanda se la stia guardando dal riflesso. Se l’è sempre chiesto.
Trova il pentolino e apre l’acqua. Il rubinetto fa uno strano rumore che richiama i pensieri di Van a quello che stava facendo. Fred prende il libro dal tavolino e lo sfoglia come se fosse una rivista. Lo riappoggia subito.
Chissà perché incontrarsi proprio lì. Dev’essere per un motivo importante. Forse per stare nascosti. Altrimenti non si sarebbero visti clandestinamente. In ogni caso Van ha deciso che non sarà lei quella che attacca a parlare. Vuole prendere tempo e aspettare che l’acqua si scaldi.
Lo sguardo di Fred inizia a vagare per la stanza. Si starà chiedendo dove dormiranno. Se lo è chiesto anche lei. E si è risposta che probabilmente il divano è un divano letto e si apre.
«Non ci abiterei mai in questo posto» dice alzandosi e mettendosi le mani in tasca.
Fa due passi verso il muro di fronte per osservare meglio un quadro.
«Pessimo gusto, tra l’altro.»

«Ma non siamo qui per questo, giusto?» dice Van, pentendosene un secondo dopo.
Dio, ti prego, fa’ che non rilanci con una frase del tipo “e quindi per cosa siamo qui?”.

Fred stacca gli occhi dal quadro, la guarda e risponde:
«Già».
Nel frattempo Van versa l’acqua nelle tazze e mette dentro le bustine.

«Dai! Una tazza con disegnata una mucca…» esclama lui. «Non si può, che diavolo!»
Dalle sue parole sembra che Fred avesse altre aspettative prima di arrivare lì. Sì, ma quali? Uno chalet romantico? Forse è solo teso.
«Perché dici quella cosa, che non ci vediamo più?»
«Secondo te?! Hai idea di quante bugie ho dovuto dire a tutti per essere qui ora? E questo solo per te, perché al telefono non potevi: dovevi vedermi. Beh, ora sono qui, giusto? Ti va bene?»
È pieno di risentimento nei suoi confronti. Van deve avergliene combinate tante se le parla così.
«Sì, e grazie per essere venuto. È vero, volevo vederti. Stare un’ultima volta insieme.»
«È la quinta ultima volta che ci vediamo, Van. Ma io non posso più farlo. Non ha senso. E scusami se ti sembro arrabbiato. Alla fine ce l’ho più con me che con te.»
«Perché?»

«Perché non ho il coraggio, sono un codardo. E poi non lo so. Ma tu non c’entri. Guardati. Sei bella come un angelo, perdonami se te lo dico così… come faccio a prendermela con te?»
Abbassa lo sguardo. Qualcosa le fa male, la irrita e la tocca tutto insieme. Non sa cosa rispondere. È come se ci fosse sempre stata un’energia più grande di lei e di lui a tenerli lì nonostante tutto. Non è una cosa da amanti, di questo sono certi. Fa schifo a tutti e due essere amanti. Eppure nessuno dei due riesce a cambiare la situazione.
C’è un posto in cui Van sa che è stata sposata con lui. Ma solo lì.
«Che tè hai preso? Sa di erba.»
«Non lo so, è il primo che ho trovato. Non ti piace?»
«Mah, non so.»
Il cellulare di Fred fa un suono di notifica. Lui si volta, fa per alzarsi poi torna a sedersi.
«Era il tuo?»
Non dice nulla. Prende la tazza tra le mani per scaldarsi le dita, assorbito dal vuoto davanti a sé.
Van sente gli argini di una diga tremare.
«Ascolta, non lo so perché siamo qui» dice. «Volevo vederti, volevo dirti qualcosa, anche se so che non c’è molto da dire. Abbiamo già parlato tanto e alla fine non ci abbiamo mai ricavato nulla.»
Fred si alza con la tazza in mano e va a sedersi sul divano.
«Io posso stare qui fino a domani all’alba. Ho inventato una scusa.»
Van vorrebbe alzarsi e sedersi vicino a lui. Vorrebbe tenerlo in questo attimo, ma tutto le dice che questo attimo finirà presto. Allora che senso ha?
«Ti sei messa il mio maglione» dice lui per interrompere il silenzio. «Ti sta bene.»
«Hai visto? Mi piace molto.»
«È piccolo. Si vede che le maniche sono corte.»
«Non importa, è bellissimo.»

Qualcuno bussa alla porta. La maniglia si abbassa senza attendere il tempo della risposta. Si affaccia il volto rugoso di una signora.
«Scusate, posso?»
«Ma certo, prego» dice Van mollando la tazza sul tavolo. Va incontro alla donna con la premura che avrebbe con una parente. «Ci mancherebbe, venga pure.»
Intanto Fred si alza dal divano. Improvvisamente è tornato ospite.
«Volevo lasciarvi le chiavi e chiedervi se potete mandarmi i vostri documenti in Whatsapp.» «Sicuro, va bene.»
«Più o meno a che ora lascerete la casa domani?»
«Molto presto» risponde Van, guardando Fred che fa sì con la testa.
«Per le sette.»
«D’accordo, a domani. Se avete bisogno scrivetemi pure. Ora vi lascio, cari ragazzi, non vi disturbo più.»
Van accompagna la porta e la chiude girando la chiave tre volte. Si volta e si ritrova Fred addosso. Le spinge la schiena verso il legno della porta. Le sue labbra quasi su quelle di lei, tanto vicine da sentire il suo respiro. Fred rimane lì così, in attesa di una sua mossa. Van sente una tristezza improvvisa nella pancia. Scivola via e si siede sul divano.
«Che hai?»
«Non mi va. Non così.»
Cosa vuole da me? Perché è venuto?
A Van sfugge sempre il senso di quello che fa lui.
«Non voglio illuderti» dice Fred lasciando andare un lungo sospiro. «Non siamo fatti per stare insieme. Io ho la mia vita, tu la tua.»
Van alza gli occhi al soffitto. Quando Fred attacca così sa già dove vuole andare a parare. Dice quelle cose per convincersi, e mentre le dice ogni volta si rende conto di quanto non creda alle sue stesse parole. Sente di nuovo freddo, questa volta ai piedi. Una parte di lei vorrebbe andarsene, l’altra vorrebbe dormire con lui.
Istintivamente apre il cassetto del tavolino basso davanti a loro. C’è un mazzo di carte.
«Potremmo giocare, che dici?» domanda all’improvviso, come se si fosse dimenticata delle parole buie di un attimo fa.
«Tu hai già mangiato?» chiede lui.
«No. Cioè, sì, qualcosa prima di venire qui. Mezzo panino. Tu?»
«Quasi niente.»
Fred si alza, apre il frigo, trova uno spumante. E delle sottilette. Le tira fuori. Apre i cassetti della cucina. Van osserva la sua schiena e per un attimo se lo immagina come se fossero insieme nella loro casa. Se l’era sempre immaginata con un divano bianco molto grande, una pianta dalle foglie verde brillante. Una libreria alle spalle del divano. Nient’altro.
Lui in una cucina però non riesce proprio a immaginarselo.
Fred si ritrova in mano un pacco di fette biscottate. Le tira su e la guarda.
«Meglio di niente, no?»
Si siede al tavolo e prepara dei mini panini.
La fitta che aveva Van è andata via, si alza anche lei, finisce di bere il tè.

«Hai ragione, sa di erba».
Fred solleva lo sguardo e la vede, forse per la prima volta, da quando è arrivato lì. Lui seduto, lei in piedi di fronte a lui. Lei conosce i suoi occhi. E lui conosce gli occhi di lei.
Lui sa chi è lei, e lei sa chi è lui. Solo che nessuno dei due può dirlo.
«Dai, siediti» dice mentre le porge un micro panino.
Solo l’idea delle sottilette mangiate a quel modo le fa schifo. Lo tiene tra le mani, lo annusa. La sottiletta è fredda, la sente con la punta delle labbra, le dà un fastidio tremendo. È un freddo immotivato che le dà un brivido lungo la schiena.
Lo riappoggia.
«Mai che ti vada bene qualcosa che faccio» dice mentre dà un morso al panino. «Vabbè, dai, dammi le carte. Dove sono?»
All’improvviso Van vorrebbe essere altrove. Sente l’errore madornale di aver scelto tutto questo, l’appartamento, il tempo freddo, lui qui. E lei che non è libera di sparire.
A un tratto le pare di stare col suo primo marito. Recriminazioni. Lei che si accendeva una sigaretta dopo l’altra. Ora ha smesso di fumare già da un po’.
Ogni minimo gesto brusco o parola detta male, e la baracca scricchiola. Non sa dire quale, ma sente che è sempre lo stesso eterno sbaglio, fatto tanti anni prima che continua a ripetersi ancora e ancora e ancora.

~

Sarah Spinazzola è nata a Milano nel 1983. Ha esordito nel 2012 con Il mio regalo sei tu (Marcos y Marcos). Nel 2018 per Rizzoli è uscita la raccolta di racconti per ragazzi Insetto o scherzetto? Del 2019 e 2020 sono Manuale di sopravvivenza senza genitori e Manuale di sopravvivenza alle scuole medie (entrambi Marcos y Marcos). Nel 2021 è uscito per Harper Collins La befana vien di notte 2 – Le origini. Il suo ultimo libro è Manuale di sopravvivenza al primo amore (Marcos y Marcos 2024).

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Autore

vanni.santoni@gmail.com

Vanni Santoni (1978), dopo l'esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L'età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera. Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

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