In un’epoca dominata dalla proliferazione degli schermi e dall’esposizione digitale, la poesia rischia di ridursi a una forma di auto-narrazione narcisistica, venendo meno quell’esercizio di apertura verso l’altro concesso dall’uso stesso della metafora quale dicitura dell’invisibile e dell’intangibile, quale definizione opaca dell’interiorità individuale, almeno secondo Goodman. Non a caso, in Arcipelago N (Einaudi, 2021) Vittorio Lingiardi distingue tra amor proprio ed egocentrismo patologico, e non demorde, continuando a sostenere che psicoanalisi e poesia condividano inconscio, parola e silenzio, nonché la fiducia nella capacità simbolica della mente – come ha argomentato durante la diciannovesima edizione di Ritratti di Poesia e, più approfonditamente, nello Speciale di “Laboratori critici” (Samuele Editore) uscito per l’occasione.

James Hillman parla di una «base poetica della mente». Lei crede che psicoanalisi e poesia condividano una stessa radice, ossia la capacità di trasformare l’esperienza emotiva in una forma simbolica?

«In analisi chiediamo al paziente di associare liberamente, cioè di lasciare che le immagini e le parole si colleghino tra loro in modi inattesi. Anche la poesia nasce spesso così: da un’immagine che ne chiama un’altra, da una risonanza emotiva che trova la propria forma. In entrambi i casi parlerei di trasformazione, anche in senso bioniano. Poesia e psicoanalisi riguardano entrambe la ricerca espressiva di una verità personale idiomatica. I versi sono righe brevi, la poesia si serve della rima e di figure formali che permettono letture del mondo immediate e accensioni profonde, ritmiche. Quasi neurali. Mi viene in mente un bellissimo articolo di Antonia Byatt: Observe the neurons: Between, above and below John Donne. Considero la poesia un modo di pensare. Le idee escono dalle dita e si sviluppano in modi imprevisti. Un altro psicoanalista, Thomas Ogden, dice che la poesia è un grande esercizio per l’ascolto analitico. Ci rivolgiamo alla poesia e alla psicoanalisi con la speranza di trovare o ritrovare forme di vita interiore che ci siamo preclusi. La poesia cattura ciò che siamo abituati a perdere. Come i sogni al risveglio, i versi non trascritti svaniscono. Sylvia Plath descrive la nascita del verso come una porta che si apre e poi si chiude. Nell’intervallo, dice, intravvediamo qualcosa: un giardino, una persona, un temporale, una libellula, un cuore, una città».

Tra biologia e archetipi, nei suoi saggi il corpo risulta un delicato archivio di memorie. La poesia può essere ancora uno spazio in cui il corpo torni a raccontarsi, sebbene medicina e tecnologia tendano a frammentarlo in dati e funzioni?

«Il corpo è un archivio di memorie biologiche, relazionali, culturali. “Touch has a memory”: il verso di Keats riassume quasi tutto quel che serve sapere sul tatto. Come siamo stati toccati, oppure non toccati, da piccoli si deposita nella memoria fisica che è poi una memoria psichica. Ogni cicatrice ha una storia. “Che ti piaccia o no, / i tuoi geni hanno un passato politico, / la tua pelle una sfumatura politica, / i tuoi occhi un aspetto politico”, scrive Szymborska in una poesia che guida spesso i miei pensieri di cittadino ma anche di medico. Per non parlare dell’ode al “corpo elettrico” di Whitman. Potrei proseguire all’infinito, perché infinito è il corpo della poesia. La medicina e la tecnologia, quando funzionano bene, ci aiutano a capire e curare il corpo; ma inevitabilmente lo scompongono in numeri, parametri, immagini diagnostiche. La poesia compie il movimento opposto: restituisce unità all’esperienza incarnata. Per questo oggi, di fronte alla perdita delle “relazioni toccanti” e alla frammentazione tecnologica dei corpi, la loro dimensione poetica è più che mai necessaria. L’unico corpo che abbiamo è quello che possiamo raccontare: è questa l’idea che mi ha spinto a scrivere Corpo, umano, dove i nostri organi, oltre che medici e psicologici, diventano poetici. Un modo per cercare un ordine, forse un senso, e una consolazione».

In Io, tu, noi (Utet, 2019) descrive l’identità come un teatro popolato da diversi stati del sé. La poesia contemporanea rispecchia questa molteplicità interiore? E funge ancora da punto d’incontro dialogico tra “io” e “tu”?

«La poesia che amo contiene sempre un tu, anche quando non lo nomina. Poesia e psicoanalisi sono entrambi sistemi di convivenza dei diversi stati del sé. L’io poetico non è una voce compatta e sovrana, ma un campo di tensioni, riverberi e dialoghi che finalmente trova una forma. Scrivere o leggere una poesia significa abitare per un istante uno spazio intermedio tra io e tu, interno ed esterno. In quest’area intermedia si sviluppa la nostra vita psichica. È un campo gravitazionale in cui l’esterno entra nella nostra immaginazione e l’immaginazione illumina il paesaggio».

A proposito di paesaggio, Seamus Heaney definisce la poesia un mondo intermedio in cui la natura, i nomi dei luoghi e le loro leggende si incontrano e prendono vita, facendoci abitanti non solo di un paese geografico, ma anche di un paese della mente.

«È “il senso del luogo”, dice, il legame tra paesaggio e poeta. Bastano pochi versi, l’immagine di una donna che guarda dalla finestra della sua stanza, per mostrarci come il paesaggio sia sempre dentro e fuori, contemporanea scoperta di sé e del mondo: “L’angolo di paesaggio / a ogni mio risveglio” … La finestra è quella della stanza di Emily Dickinson, dove il ramo di un pino può trasformarsi in un mare (“Dalla finestra ho come scenario / solo un mare – con uno stelo”) e “suggerire alla fede, suggerire alla vista…”».

Lei ha sottolineato che il trauma può «spegnere la parola». Può la poesia diventare uno dei linguaggi privilegiati per restituire voce a esperienze psichiche che non riescono a trovare espressione nella prosa ordinaria?

«Il trauma frantuma l’esperienza e la rende difficile da raccontare. La poesia, con il suo ritmo, le sue immagini ed ellissi, può avvicinarsi a ciò che non è dicibile. Non spiega il trauma, ma può toccarne l’ombra. Molte testimonianze poetiche – penso a Paul Celan o a Sylvia Plath – mostrano il respiro del linguaggio attorno all’indicibile. La poesia non cura il trauma, ma può aprire uno spazio in cui la voce torna possibile. Scrivere poesie al tempo stesso tiene nel mondo e salva dal mondo. Io ho iniziato nei primi anni Ottanta, nella sala d’aspetto dell’Istituto dei tumori di Milano, dove mia madre era ricoverata. Senza sapere perché ho preso un foglio e ho scritto una poesia. Un modo spontaneo di dare forma al dolore: per contenerlo, ma anche guardarlo. Usando una lingua speciale, per me nuova ma al tempo stesso nota. Molti anni dopo ho letto che Robert Frost descrive la poesia come an arrest of disorder, a momentary stay against confusion (“un arresto del disordine”, “una sosta contro la confusione”).  La parola poetica è la parola scelta e la poesia è un tentativo estremo di ricomposizione. Per arrivarci ci vuole sofferenza, perché la poesia si nutre di “disorder”. Senza movimento amoroso, senza desiderio, paura, abbandono, non arriva un verso. O ne arriva uno banale o sintetico. Quella poetica è una parola aurorale che però ha conosciuto l’invasione del desiderio o il dolore della perdita. È una violenza interna, dice Wallace Stevens, che ci protegge da una violenza esterna, l’immaginazione che si oppone alla compressione del reale».

In una cultura dominata dalla velocità e dalla comunicazione immediata, quale compito può avere la parola poetica? Può essere una pausa interiore, simile alla “virgola” di cui tratta in Corpo, umano (Einaudi, 2024), capace di restituire tempo al pensiero e ai sentimenti?

«La poesia c’è perché, come dice Cocteau, è indispensabile. Anzi, per Brodskij è un “imperativo biologico”. Non saprei dire qual è il suo compito: per ogni poeta e per ogni lettore o lettrice immagino sia un’esperienza diversa. Sicuramente la poesia richiede una capacità di scelta. Pulisce il linguaggio e lo trasforma, e di questo c’è sempre bisogno. Viviamo in una cultura dell’accelerazione, dove le parole circolano rapidamente senza sedimentarsi. La poesia introduce una diversa temporalità. Può essere rapinosa, ma invita a fermarsi, rileggere, inoltrarsi. Quando prevalgono l’afasia, le voci prepotenti o i rumori di fondo, la poesia continua a ricordarci il valore della parola scelta e ascoltata».

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Autore

m.bianchi@virgilio.it

Matteo Bianchi (Ferrara, 1987) si è specializzato in Filologia moderna a Ca’ Foscari sull’opera di Corrado Govoni. In versi ha pubblicato, tra gli altri, La metà del letto (Premio Metauro, Barbera 2015), Fortissimo (Premio Maconi Giovani, Minerva 2019), Christopher (Interlinea, 2025) e la plaquette L'altro imperatore (l'Obliquo, 2024). Di critica, invece, i saggi Il lascito lirico di Corrado Govoni. Dai crepuscoli sul Po agli influssi letterari (Mimesis, 2023) e Contemporaneo. Alessandro Manzoni e la parola in controluce (Oligo, 2024). Giornalista, scrive tra le altre per “Il Sole 24 Ore” e per “Left”. Dirige il Centro Studi “Roberto Pazzi” e il semestrale “Laboratori critici” (Samuele Editore).

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