Douglas Stuart è nato a Glasgow nel 1976. Ha studiato al Royal College of Art di Londra e, prima di dedicarsi alla letteratura, ha lavorato a lungo nella moda e nel textile design. Il suo esordio, Shuggie Bain, ha vinto il Booker Prize nel 2020. Due anni dopo è arrivato Young Mungo. Due romanzi che, attraverso la Glasgow operaia, hanno raccontato famiglia, classe sociale, desiderio, violenza e i codici della mascolinità.
In occasione dell’uscita del suo terzo romanzo, John figlio di John (Mondadori), nella traduzione di Carlo Prosperi, raggiungiamo Douglas Stuart durante il suo soggiorno in Italia, dove sabato scorso è stato, in dialogo con Mario Desiati, tra gli ospiti di Pordenonelegge.
Questa volta Stuart lascia Glasgow per l’isola di Harris, nelle Ebridi Esterne. Siamo negli anni Novanta. John-Calum Macleod, detto Cal, torna a casa dopo gli studi d’arte a Edimburgo, senza denaro e senza il futuro che aveva immaginato. Qui ritrova il padre John, allevatore di pecore, tessitore di Harris Tweed e uomo profondamente legato alla chiesa presbiteriana, e la nonna Ella.
Dopo la Glasgow di Shuggie Bain e Young Mungo, perché questo romanzo aveva bisogno di un’isola?
Da tempo dicevo di voler scrivere un libro sull’essere gay e appartenere alla working class. Poi mi sono reso conto che, ogni volta che ne parlavo, pensavo a una working class urbana. Così ho iniziato a chiedermi che cosa significhi far parte di una famiglia che vive su un’isola, dipendere da un piccolo pezzo di terra e quanto tutto questo possa plasmare una persona. Quando non si ha la possibilità di andarsene altrove e cercare la propria “tribù”, bisogna trovare un senso di appartenenza dove si è. Io sono cresciuto in città e, quando nel 2019 sono andato per la prima volta nelle Ebridi Esterne, ne avevo un’idea molto romantica. Credo che molti le immaginino così: la spiaggia, una vita bellissima, magari il sogno di trasferirsi lì un giorno. Ho scoperto invece una realtà molto dura. Bisogna lavorare la terra, fare i conti con gli elementi e con il clima.
Cal è partito e poi torna. Perché consideriamo quasi sempre la partenza una conquista e il ritorno una sconfitta?
Cal sa che, nel mondo da cui proviene, e soprattutto sotto l’influenza della Chiesa calvinista, non può essere pienamente se stesso. Per lui tornare a casa è quindi una sconfitta. Ma quando si lasciano i piccoli luoghi in cui si è cresciuti e si va nel mondo avviene anche una trasformazione. Si diventa più grandi della persona che si era agli occhi dei propri genitori. Al ritorno bisogna riadattarsi a una realtà che può essere diventata troppo stretta. A un certo punto John dice che Cal, tornando, rovina tutto ciò che lui ama dell’isola. Cal, invece, vede molto chiaramente ciò che manca a quella vita. Quando è partito ha lasciato dietro di sé rapporti spezzati e questioni irrisolte, pensando forse che non avrebbe mai dovuto affrontarne le conseguenze. Il ritorno lo costringe a farlo. C’è poi il tema della cura.
Quale cura?
Io non ho più i miei genitori. Ma mentre scrivevo il libro vedevo molti amici davanti a una scelta difficile: continuare la propria vita altrove o tornare a casa per occuparsi dei genitori. Cal ama la sua casa, suo padre e sua nonna. Ma sa anche che restare significherebbe per lui una sorta di morte romantica e sociale: sarebbe una delle pochissime persone sotto i quarant’anni in una comunità di appena ventisei abitanti.
L’isola di Harris perde molti dei suoi giovani. Che cosa significa per una comunità vedere partire le nuove generazioni?
Le comunità celtiche, scozzesi e irlandesi sono abituate da moltissimo tempo a perdere i propri giovani. John dice che quando se ne vanno è come se qualcuno spegnesse la luce. Credo che sia esattamente questa la sensazione. È anche uno dei motivi per cui ho ambientato il romanzo nel 1997: siamo appena prima che Internet arrivi davvero ovunque e cambi il mondo. Internet cambierà la solitudine di Cal e il modo di vivere la sua identità queer, ma trasformerà radicalmente anche l’isola.
Una delle questioni centrali del romanzo riguarda proprio il rapporto fra le persone e la terra.
Come si fa a legare qualcuno a un luogo abbastanza da permettergli di guadagnarsi da vivere, senza che quella stessa terra diventi una trappola? Il crofting può offrire la possibilità di sostenersi, ma allo stesso tempo può inchiodare le persone lì.
John ha conservato tutto per suo figlio. Ma Cal non desidera quella vita. Quando un’eredità smette di essere un dono e diventa un peso?
Quando ciò che dovrebbe essere un dono diventa un obbligo. In molte famiglie c’è qualcuno che decide di spezzare la catena, di interrompere una storia o un’aspettativa familiare. Questo può provocare sofferenza, anche perché costringe gli altri a confrontarsi con qualcosa che forse non avevano mai voluto ammettere: che anche loro avrebbero potuto fare lo stesso. Cal rifiuta la terra e la vita del crofter. Il suo rifiuto cambia anche il modo in cui vediamo suo padre, perché forse John stesso non aveva mai desiderato davvero quella vita. Semplicemente, non aveva avuto scelta. Ella, invece, viene dalla terraferma e ha scelto di vivere lì, sapendo più o meno a cosa andava incontro.
John e Cal vivono e lavorano fianco a fianco, ma non parlano. Può il silenzio proteggere e, allo stesso tempo, ferire chi amiamo?
Certamente. A volte teniamo dei segreti perché vogliamo proteggere qualcuno, il suo modo di vedere il mondo, oppure noi stessi. Gli uomini del romanzo non potrebbero essere fisicamente più vicini. Lavorano, pregano e mangiano insieme. Eppure, proprio perché sono così legati all’idea di non parlare dei propri sentimenti, esistono oceani fra loro. Una delle sfide tecniche del romanzo era questa: mettere due uomini nello stesso spazio, con lo stesso lavoro, lo stesso nome, la stessa vita, e mostrare che fra loro esiste un’enorme distanza. Io vengo da una famiglia in cui gli uomini non parlavano mai delle proprie emozioni, mentre le donne intorno a loro sapevano tutto, capivano esattamente che cosa stava accadendo.

Cal si chiama in realtà John-Calum: porta anche il nome del padre, ma preferisce farsi chiamare Cal. Essere John figlio di John significa anche dover diventare l’uomo che la famiglia aveva immaginato per lui?
Credo che una certa idea della mascolinità faccia sì che i padri si aspettino che i figli diventino un determinato tipo di uomo. È qualcosa che riguarda anche una struttura patriarcale più ampia. Ci viene detto che un uomo deve essere forte, coraggioso, leale con gli amici, lavoratore. Nel caso di John c’è un’ulteriore aspettativa morale, perché è profondamente religioso. Cal deve quindi non soltanto essere un bravo lavoratore e un “brav’uomo”, ma anche adeguarsi a un modello morale molto preciso. Non gli resta molto spazio. Amo molto questa domanda sull’appartenenza: dove finisce un individuo e dove cominciano i suoi genitori? Quanto di ciò che siamo dipende dalle nostre scelte e quanto da ciò che loro hanno deciso per noi? È una questione con cui molti giovani devono confrontarsi. Il mio compito, come romanziere, era renderla drammatica. Cal non sta semplicemente tornando a casa di suo padre. Sta tornando nel regno di suo padre. John è un diacono della Chiesa.
La religione ha un ruolo centrale nel romanzo. Dove finisce la fede e dove comincia il controllo sociale?
Quella in cui è cresciuto Cal è una forma molto severa di protestantesimo calvinista. Oggi in Scozia è seguita da una minoranza, ma sulle isole ha avuto un’enorme influenza culturale. È una comunità composta da persone gentili, ma il cammino verso Dio che viene loro proposto è incredibilmente duro. Uno dei principi fondamentali è che le Scritture siano la parola letterale di Dio. Non vanno interpretate, modernizzate o adattate. Quello che Dio ha detto, ha detto. Non è un Dio che esiste per confortare. Ma per giudicare.
John è un uomo della working class che crea bellezza. Perché la classe lavoratrice viene così raramente associata alla bellezza?
Non so perché succeda, ma era qualcosa che volevo correggere con questo romanzo. Non si può essere tessitori senza essere profondamente coinvolti nella bellezza: nei tessuti, nei colori, nei motivi. Nel Regno Unito gli agricoltori e le persone che vivono nelle zone rurali vengono spesso rappresentati in televisione o nelle commedie come provinciali, arretrati, ignoranti, privi di cultura. Io invece volevo mostrare che i crofter e gli agricoltori che ho conosciuto erano persone curiose, colte, grandi lettori. Il protestantesimo, paradossalmente, contribuisce a questo. Bisogna leggere la Bibbia da soli, senza un sacerdote che faccia da intermediario. E da lì è facile cominciare a leggere anche altro. Per questo nel romanzo ho dato a questi uomini un book club. Attraverso i libri possono parlare di ciò che nella vita quotidiana non riescono a esprimere. Volevo che ci fosse anche la piccola crudeltà di poter trovare nei libri una vita che nella realtà viene negata.
Nel romanzo convivono inglese e gaelico. Che cosa rappresenta il gaelico per chi vive sulle isole?
Il gaelico è una forma di resistenza. Per decenni il governo britannico ha cercato di sradicarlo dalle isole, descrivendolo come la lingua di gente arretrata. A scuola i bambini che lo parlavano potevano essere puniti dagli insegnanti. Si voleva imporre l’idea che l’unica strada verso il futuro fosse l’inglese. Se quest’ultimo era un segno di potere e di cultura, il gaelico è diventato anche un segno di orgoglio e di sfida. Oggi soltanto circa 45 mila persone lo parlano ancora. È una lingua più antica della nazione stessa e il tentativo di cancellarla l’ha portata molto vicino alla scomparsa.
Una lingua può diventare una forma di potere?
Sì, assolutamente. Mi interessa molto il modo in cui una lingua può creare intimità e appartenenza, ma allo stesso tempo escludere. Chi parla soltanto inglese sulle isole può non vedere ciò che vede un parlante gaelico: differenze nei colori, negli animali, nelle stagioni, nel paesaggio. Quella lingua si è formata per secoli proprio lì. Per questo arrivare sulle isole conoscendo soltanto l’inglese significa non riuscire mai a entrarvi completamente.
Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano, Minima et Moralia e Vanity Fair Italia.
