di Girolamo Grammatico
La sinossi di W., il romanzo d’esordio di Tiemen Hiemstra, potrebbe stare in poche righe.
Olaf e W. vivono un’amicizia adolescenziale intensissima. Crescono insieme, si cercano, discutono, ridono, viaggiano, diventano adulti quasi guardandosi l’uno attraverso gli occhi dell’altro. Poi, durante gli anni universitari, W. scompare senza salutare nessuno. A Olaf rimangono due compiti impossibili: accettare la scomparsa del suo migliore amico e cercare di comprenderla. Impossibili perché non ha, Olaf, nessun indizio decisivo che gli permetta di dare un senso a ciò che è accaduto. E per gli esseri umani è di vitale importanza.
Da un plot così essenziale, Hiemstra riesce però a far germinare, senza mai diventare didascalico (anzi, a tratti appare così semplice che ci si dimentica della sua grande capacità di posizionare echi narrativi ovunque), una quantità sorprendente di domande: che cosa significa essere autentici? Quanto siamo davvero conoscibili? Possiamo autodeterminarci o siamo inevitabilmente il prodotto delle relazioni, dell’epoca, dei linguaggi e delle immagini che ci hanno preceduto? Abbiamo bisogno dello sguardo dell’altro per diventare noi stessi? E fino a che punto un’amicizia può salvarci dalla solitudine, se una parte di noi rimane comunque irriducibilmente inaccessibile?
Tutte queste domande passano attraverso il rapporto tra Olaf e W. e, soprattutto, attraverso il tentativo, fallimentare, di Olaf di ricostruire l’amico dopo la sua scomparsa: ricordi, fotografie, testimonianze, file.
E meme.
È su quest’ultimo elemento che vorrei soffermarmi, anche perché temo sia destinato a passare inosservato. Io, che colleziono i meme sessisti che incontro in rete per osservare come stereotipi e immaginari riescano a sopravvivere dietro una battuta, non potevo non innamorarmi del “Sarcofago dello spasso”.
È una cartella che Olaf scopre nel computer di W. mentre, dopo la sua scomparsa, cerca disperatamente qualcosa che possa spiegargli perché l’amico sia partito. Dentro c’è di tutto: meme, immagini assurde, testi, haiku, pensieri, frammenti filosofici. E c’è un documento di centosettantasei pagine, una sorta di tesi sull’impossibilità dell’autenticità. Olaf consulta quel materiale quasi ossessivamente. Lo guarda come si guarda una stele in una lingua perduta, convinto che da qualche parte debba esserci un messaggio rivolto proprio a lui. Perché se qualcuno può decifrare W., pensa, dovrebbe essere la persona che gli è stata più vicina. L’amico che lo ha conosciuto più intimamente di chiunque altro. A un certo punto, davanti a uno dei meme, succede qualcosa: Olaf ride. Ride sempre più forte, fino a riconoscere nella propria risata quella di W. Per un istante ha quasi l’impressione che l’amico stia ridendo nella stanza accanto.
Il digitale diventa allora una forma molto contemporanea di fantasma. Rende intermittentemente presente colui che è assente e che vorremmo vicino.
E il nome “Sarcofago dello spasso” acquista una profondità inattesa, perché Hiemstra, con l’abilità dello scrittore navigato, lo aggancia ad un evento importante dell’infanzia di W.: infatti da bambino, subito dopo la morte del padre, W. aveva scritto una poesia nella quale immaginava proprio un sarcofago sospeso nello spazio, legato a sé da un filo d’argento. Era, secondo il racconto che farà anni dopo, il momento in cui aveva compreso veramente cosa significasse morire. Il sarcofago adulto sembra così possedere una genealogia emotiva molto più antica. Olaf conosceva già quella poesia perché W. gliel’aveva raccontata, ma aveva persino sospettato che se la fosse inventata. Soltanto trovandola nel Sarcofago scopre che quel testo esisteva davvero
Tutto ciò, per me, è narrativamente affascinante.
Siamo abituati a pensare ai meme come a oggetti digitali (specialmente noi nati nel ‘900): immagini che riceviamo, salviamo, modifichiamo e inoltriamo. Ma gli studi sui meme suggeriscono da tempo una lettura più complessa. Limor Shifman ha proposto di non considerare il meme come un singolo oggetto che semplicemente si replica, ma come una famiglia di contenuti collegati attraverso tre dimensioni: content, form e stance. Ed è soprattutto quest’ultima a essere interessante: la stance riguarda il modo in cui chi comunica si posiziona rispetto al messaggio, al destinatario, al codice condiviso, al tono con cui quel contenuto deve essere interpretato. In altre parole, una parte del significato del meme non è dentro il meme, ma nella relazione che coltiva.
Studi più recenti sugli ironic memes hanno mostrato come persino il nonsenso apparentemente più gratuito possa contribuire alla costruzione di identità di gruppo: capire quel particolare tipo di assurdità significa dimostrare di possedere una certa alfabetizzazione culturale, riconoscersi come appartenenti a un “noi”.
Studiando i PoV memes su TikTok, Tommaso Trillò ha proposto il concetto di echoic affiliation: un’affiliazione che nasce dalla ripetizione e dal riconoscimento di uno stesso codice e che può creare legami, anche effimeri, fra persone che “capiscono” la medesima forma culturale. Il punto non è soltanto sapere da dove provenga un’immagine o un suono: è riconoscere come deve essere usato e perché, in quel contesto, faccia ridere.
Hiemstra mostra tutto ciò al lettore attraverso la costruzione del legame tra Olaf e W.
Olaf racconta che ridevano tanto più quanto meno la loro battuta risultava comprensibile agli altri. A volte era sufficiente una piega della bocca perché l’uno sapesse esattamente che cosa stesse pensando l’altro. In certi momenti la fusione era tale che Olaf dice di non riuscire più a distinguere la propria coscienza da quella di W.: “la diga era crollata”.
È quasi una descrizione letteraria perfetta dell’affiliazione attraverso un codice condiviso. Il meme allora smette di essere semplicemente qualcosa che una persona manda a un’altra per diventare ciò che accade tra loro quando una manda qualcosa e l’altra capisce. Una specie di pacca sulla spalla in salsa semiotica.
Mandarsi un meme significa anche questo: ho visto una cosa e ho pensato che proprio tu l’avresti capita. La battuta diventa così una piccola prova di appartenenza reciproca: noi sappiamo perché ci fa ridere, anche quando gli altri non lo capiscono. Fino alla formula più elementare e più intima: noi due sappiamo perché questa cosa fa ridere e dunque noi due siamo noi.
È qui, credo, che l’uso dei meme in W. diventa uno dei dispositivi più raffinati attraverso cui Hiemstra mette in scena l’impossibilità di trasformare una persona in dati. Olaf commette continuamente lo stesso errore: tratta le tracce lasciate da W. come se, accumulandone abbastanza, potesse finalmente ricostruire l’originale. Ma un meme non gli restituisce necessariamente W. Gli restituisce W-in-relazione-con-lui.
Olaf cerca di capire l’amico ricostruendone l’identità e continua a trovare il loro rapporto. Cerca l’altro e trova il tra. Non a caso, proprio nel Sarcofago, W. formula uno strano paradosso: nel momento in cui osserviamo il mondo, il nostro stesso atto di osservarlo diventa parte del mondo osservato e quindi lo modifica.
La conclusione è quasi un koan: «Per vedere il mondo bisogna distogliere lo sguardo».
Olaf fa esattamente il contrario per tutto il romanzo. Non riesce mai a distogliere lo sguardo da W. Lo ricorda. Lo analizza. Lo cerca. Ingrandisce fotografie. Scorre file. Interroga persone. Torna sui luoghi. Rilegge le lettere. Forse proprio per questo non riesce mai veramente a vederlo.
Anche gli studi sulla memoria digitale stanno cominciando a mettere a fuoco qualcosa di simile. Una review del 2025 sulle trasformazioni della memoria collettiva nei social media include esplicitamente la memetic memory tra le nuove pratiche attraverso cui ricordiamo: la memoria digitale non è un deposito immobile, ma qualcosa che viene continuamente selezionato, ricontestualizzato e fatto circolare.
Alexander O. Smith e Jordan Loewen-Colón hanno proposto di considerare i meme contemporaneamente come dati culturali e memoria culturale, insistendo proprio sulla difficoltà di ridurre completamente la cultura alla sua dataficazione.
Il romanzo sembra intuire qualcosa di analogo. Olaf non si limita a ricordare W. attraverso un meme. Il meme, per un istante, riattiva W. Ma non perché contenga magicamente la sua identità, lo riattiva perché rimette in moto una relazione.
Ed è forse questa la cosa più dolorosa che il romanzo comprende. Olaf può conservare le fotografie di W., i suoi file, può conservare i suoi testi e persino le loro battute, ma non può conservare ciò che accadeva fra loro quando ridevano insieme. Ed è forse anche ciò che ci manca quando, da adulti, ripensiamo ad alcune amicizie dell’adolescenza. Ciò che accadeva in quello spazio giovane e spensierato non apparteneva né all’uno né all’altro. Quei momenti andati esistono soltanto nello spazio che si apre tra due persone che si connettono emotivamente. E quando una di quelle persone scompare, ciò che perdiamo non è soltanto qualcuno. Perdiamo anche una parte di noi che poteva esistere soltanto insieme a lui. Forse è questo, alla fine, il vero sarcofago dello spasso: non una tomba in cui W. continua a vivere, ma il luogo in cui Olaf torna continuamente a cercare qualcosa che nessun hard disk potrà restituirgli. Il loro “noi”.
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