Il pianeta Plutone ha una luna immane.
Si chiama Caronte, ed è talmente grande che il baricentro delle due orbite non cade dentro il pianeta, come succede nelle altre ‘coppie’ del sistema solare, ma nello spazio vuoto che li separa. Per questa ragione molti astronomi si rifiutano di riferirsi a loro come fossero un corpo celeste con il suo satellite, e preferiscono definirli un ‘sistema binario’. Due entità attorno a un punto che non appartiene a nessuna delle due, e nel quale – semplicemente – non c’è niente (con licenza astronomica).
È una meccanica cui anche talune storie sembrano appartenere. George Perec scrisse W o il ricordo d’infanzia alternando due racconti che virtualmente non si toccavano mai, disgiunti e paradossalmente connessi al medesimo sistema dalla fatidica pagina compresa tra il Capitolo undici e il Capitolo dodici, dove campeggiano ‘solo’ tre puntini di sospensione tra parentesi tonde. Forse una figurazione del vuoto di cui sopra.
In modo che parrebbe molto simile, anche la fotografia utilizzata da Sebald come narrazione della realtà e della Storia per altri mezzi – ponte tra scrittura e funzione della verità cui quest’ultima tenta di approssimarsi – è paradossalmente l’agente di quel vuoto che avrebbe dovuto colmare. Nella sua declinazione iconografica, il cristallo della memoria dilata il senso dell’oblio.
In Italia un maestro di simili ‘vuoti’ è Edgardo Franzosini, ma nel suo caso non attraverso l’uso delle immagini, bensì dei documenti ufficiali, le carte, le lettere, come accade nel magistrale Sotto il nome del Cardinale, o nel suo ultimo Per espresso desiderio.
Pochi esempi per trarre una minima, e sufficientemente arbitraria, morale in sincrono con il rilievo astronomico d’apertura: talvolta la scrittura serve a negare la propria convinzione di essere pianeti, per scoprire di essere invece il corpo minore, quello trascinato dal calcolo inesorabile delle cose.
Anche L’inevitabile accade di Alessandro Gazzoli (nottetempo) parrebbe appartenere a questa famiglia. L’abbrivio del mio ragionamento si trova a pagina 187, in forma di trafiletto della Settimana enigmistica, e lo legge una studentessa seduta su un blocco di marmo gelido nel colonnato della Cattolica, mentre aspetta di sostenere il suo ultimo esame. Ha appena completato il cruciverba di scaramanzia, quello che compila prima di ogni esame. Poi prende la matita e cerchia la spigolatura numero 76753. A breve le chiederanno conto di un secolo in cui a una piccola luna si rivolgevano molte domande, assai diversa da quella luna di Plutone in grado di spostare invece un intero pianeta.
La donna che abbiamo appena scorto, sposerà il rampollo di una famiglia di contadini emancipati della Val Celtica e insegnerà lettere alle medie del paese, finché nella primavera del 1978 non si scoprirà che suo fratello è l’uomo che tiene prigioniero Aldo Moro. Da quel momento sceglierà di assottigliarsi fino a scomparire, restando esattamente dov’è.
In modo avventuroso ho inanellato Perec, Sebald, Franzosini. Mi viene in mente che i loro fantasmi, quelli che paradossalmente agiscono nelle loro pagine, non possono opporsi alla loro riduzione in personaggi, o peggio alla funzione che a questi tocca simile a una condanna: essere protagonisti, antagonisti, semplici gregari e così andando di maschera in maschera. L’elegia gode dell’impunità che è il suo stesso oggetto a garantirle.
La protagonista di Alessandro Gazzoli è tutt’altro. Una donna viva che ha impiegato quarant’anni a rendersi introvabile, esprimendo così, in modo inequivocabile, la propria volontà. Scrivere a proposito di quella vita significa quindi trascenderla. L’autore ne è conscio sin dagli esordi – «A lasciarle stare, le vite degli altri si spengono da sole, cancellandosi nell’ordinaria amministrazione, nel disinteresse», scrive nel Prologo – e si concede l’intero arco della sua parabola per ‘giustificarsi’.
L’inevitabile accade, è un titolo all’indicativo presente, eppure il codice grammaticale di Gazzoli insiste quasi per intero nel condizionale passato (quel che il fratello della protagonista avrebbe potuto essere, quello che l’autore le avrebbe chiesto se l’avesse incontrata). Il tempo verbale delle cose che non sono accadute è l’unico spazio in cui due corpi – due dimensioni – possono stare insieme, pur non toccandosi mai.
A un certo punto, non riuscendo a cristallizzare la sua protagonista in un’unica esistenza, Gazzoli la moltiplica: sei o sette ‘Arianna’ all’indicativo presente, ciascuna delle quali esclude le altre, a partire dalla stanza di una RSA di Cremona fino al ponte di una barca al largo dell’Asinara. È una resa condotta con soavità letteraria, avendo il pregio di restituire alla protagonista l’unica cosa che la narrazione avrebbe voluto strapparle, ovvero l’indeterminazione.
Resta dunque quel cerchio tracciato sulla Settimana enigmistica, prefigurazione di un’orbita impossibile. Una donna che ha passato mezzo secolo a cancellarsi viene sorpresa, da giovanissima, mentre segna con la punta di una matita l’unico ‘testo’ che spiegherebbe la sua vita intera, ma naturalmente quel gesto non è mai avvenuto, poiché è un’invenzione. Il libro poggia su una prova che non esiste. Come il punto attorno a cui girano i due astri: si può calcolarlo con precisione millimetrica, ma sarebbe una quantificazione del vuoto.
Qualcosa che esiste, ma che non c’è.
Danilo Soscia (1979) scrive per quotidiani, siti e riviste letterarie. Ha pubblicato Atlante delle meraviglie (2018) e Gli dei notturni (2020) entrambi per l’editore minimum fax.
