di Chiara Merli

“Non passeremo più neppure dall’altra parte dello specchio: quella era ancora l’età dell’oro della trascendenza”.
J. Baudrillard, Simulacri e fantascienza

Foto di Aleksandr Popov su Unsplash

Il corpo macchina ha divorato lo stesso corpo macchina: l’involucro del cyborg viene superato nella sua stessa sussistenza. Con ciò si intenda che giunti a un picco della sua estensione nell’uomo, seppur non ancora giunta al parossismo, il concetto stesso di “corpo macchina” include sé stesso in un campo semantico che lo annulla: nel momento in cui esiste si supera, e superandosi sparisce.

Bisogna dunque riflettere sulle vere estensioni del corpo allo stato tecnologico attuale, pur senza considerarle in maniera tecnica; considerare bensì le idee dei prolungamenti che iniziano a renderlo inesistente.

La meccanica del corpo non è mai stata priva di estensioni altrettanto meccaniche, in una concezione vichiana della storia nella quale gli invarianti restano sempre i medesimi.

In questo inizio del secondo quarto di secolo del terzo millennio, si specifichi comunque per dare una temporizzazione netta, si balla sulle macerie di una società tardocapitalista non ancora giunta a un apice e proprio per quello fallimentare; quando forse toccherà il suo picco, se la società intesa come popolazione mondiale nel suo insieme non cambierà direzione, si toccherà un apice di fusione sensoriale tra uomo e ambiente; per ora ci accontentiamo di una immaterialità non diventata ancora veramente tale, ma in potenza. Una potenza d’atto che la rende ovviamente una variabile possibile ma non certa: si pensa, seguendo una semplice gaussiana, che l’apice arriverà e con quella una curva discendente; dopodiché, le nostre previsioni sono tutte improbabili. Se però si vuole restare nell’alveo di questo ragionamento si può ipotizzare anche una datazione, ovvero il secolo del capitalismo avanzato che è stato il Novecento e lo stesso tempo dimezzato per accelerazione per un apice e una discesa; se questa gaussiana fosse probabile, possiamo pensare che chi nasce ora si troverà, in tarda età, al limite della curva.

Ora, in quest’ottica il nostro approssimarsi tecnologico è senz’altro ingenuo e più di tutto fa sospettare che siamo ancora in un’infanzia tecnologica; eppure, viviamo in un campo elettromagnetico veicolato da strumenti sempre più precisi, altrettanto si riescono a immaginare altri campi fisico-chimici-biologici che possono essere veicolati, o meglio sfruttati, in una logica di mercato e controllo che però permette un avanzamento veloce.

La tecnologia a servizio di un concetto elementare di “male” è sfruttabile per buoni avanzamenti; un’atomica qualsiasi porta con sé ritrovati tecnici di potenzialità ovviamente contraria.

Muoversi come robot seguendo musica robotica in capannoni adeguati alle logiche performative di un ambiente immersivo di luci e canoni significa muoversi su questo tipo di macerie: le macerie sia di un tempo distrutto da un uso tecnologico controllante e sconsiderato sia di un tempo che non è ancora giunto al suo apice. Siamo dunque infanti del pensiero quando balliamo techno, e passiamo nottate a immaginare perché questi suoni ci si avvicinano tanto, e non a noi come individui ma noi come collettività, una collettività al contempo ai limiti del collasso e come in ogni epoca proiettata verso un futuro che riesca a sintetizzare e ricomprendere le buone istanze di presente, passato e futuro. Come poc’anzi questa caratterizzazione di bene e male non ha un’accezione morale: siamo sicuri che chi legge sappia decidere, kantianamente, cosa inserire in questi alvei.

Passare dall’altra parte dello specchio non è un concetto quantistico; dematerializzarsi per riapparire in nuova forma altrove rispetto allo specchio sì. L’infanzia della tecnica che ci rende crudeli e ingenui ha in sé la cifra per questa sparizione e riapparizione parziali, fornendo un veicolo e un mezzo tecnico per approssimarsi in una dinamica sensoriale uomo-ambiente dematerializzante. Ballare a ritmo di techno implica una grande comprensione dello spazio contemporaneo, e con comprensione si intende qui un concetto soprattutto spaziale; abbracciare lo spazio di luci pulsanti immaginando quanti e quali movimenti tardomeccanici si possano compiere è ciò che in quello stato di trance, non necessariamente indotto da sostanze psicoattive, chi gioca in quegli ambienti può sperimentare.

Come tutti i giochi va giocato con una certa serietà, e per questo si potranno vedere volti e corpi interamente concentrati nel provare a plasmare lo spazio con il proprio corpo esteso in uno spazio adeguato: quello che non riescono a fare musica luci e corpi farà infatti l’immaginazione, che pretende di far sì che si possa credere, ballando, di arrivare con estensioni sensoriali in tutto lo spazio che si sta abitando in quel momento, che porterà poi a una diversa postura nel mondo, nella quotidianità; così come si parla di integrazione psichedelica, ovvero di portare nel quotidiano le esperienze psicoattive, così si può parlare di una integrazione nel mondo che derivi da quell’esperire. Come tutti i riti di derivazione tribale è contestualizzato, non è infatti un’abitudine; è però un abito che permette di entrare in contatto momentaneamente con uno spazio adeguato a un esperire che scivoli in una sorta di totalità.

Grazia e apocalisse sono concetti che possono venire in mente ballando: vi sono difatti una comunanza rituale che permette di vibrare in un unisono e contemporaneamente un memento mori che fa presentire un’apocalisse vicina. Si può pensare che un’apocalisse non sia un concetto di distruzione e morte, bensì una benevola sparizione che faccia restituire verginità a un pianeta maltrattato. Si può pensare che chi danza sulle macerie ancora abbia speranza nella grazia di un’apocalisse, si può pensare anche che quello che unisce l’umanità in questi riti sia estendibile a un modello di società volto a una coabitazione creativa e produttrice di bellezza e novità, estesa da macchine che possano essere strumento sensoriale ed euristico di una epistemologia nuova e volta, al contempo, alla sparizione.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati