Per parlare oggi, a 110 anni esatti di distanza dalla nascita di Michelangelo Antonioni, di uno qualsiasi tra i film da lui diretti, c’è un solo interrogativo che ha senso porsi: cosa ci racconta del presente quest’opera? Nello scegliere Blow-Up, l’opera migliore mai ispirata da uno scritto di Julio Cortázar (il racconto “Le bave del diavolo”), allora, mi piacerebbe provare a trovare una risposta proprio a questa domanda, e per farlo vorrei isolare due elementi del film: il primo è uno sguardo. (Esiste uno studio dedicato esclusivamente agli sguardi più importanti, più belli, più complessi della storia del cinema?) Lo sguardo a cui mi riferisco è quello di una donna, Jane (Vanessa Redgrave), che si trova in un parco in compagnia di un uomo e a un certo punto lo abbraccia, e nel frattempo rivolge la sua attenzione altrove, in un’altra direzione, mentre il protagonista del film, il fotografo Thomas (David Hemmings), fa degli scatti cercando di non farsi notare dai due (non ci riuscirà).
Successivamente, nel corso di una lunga sequenza praticamente muta e dalla forte valenza meta-cinematografica (si assiste in sostanza a un’operazione di montaggio all’interno del film), Thomas, seguendo proprio la traccia indicata da quello sguardo, scopre tra le foto che ha scattato un’anomalia; di lì a poco si rivelerà essere una mano con una pistola: l’indizio di un assassinio. Dal modo in cui si articola la particolarissima detective story di Blow-Up, si potrebbe ricavare l’impressione che tutto inizi e finisca con la tecnica – la macchina fotografica prima crea le premesse per l’indagine, poi consente di condurla. Eppure l’unico elemento davvero determinante è quello umano: lo sguardo di Jane.
Rivedere oggi Blow-Up secondo me invita proprio a riflettere su questo tema, sulla componente umana che persiste laddove siamo portati a vedere solamente la tecnica e la tecnologia. Blow-Up oggi allora mi fa pensare, ad esempio, all’intelligenza artificiale1 – trovo problematico già il nome che le è stato dato: esiste davvero un’intelligenza artificiale, o è solo la cara vecchia intelligenza tutta animale degli esseri umani, trasferita altrove, in processori e algoritmi? Certe tendenze attuali, che mirano all’inumano, si presentano a volte come manifestazioni di umiltà: dipingono un’umanità che si sente ormai vecchia e superata come specie, disposta per così dire a passare il testimone a nuove entità, si spera – si teme – presto o tardi senzienti, dotate di capacità superiori; ma avere accesso all’inumano – crearlo, addirittura – a me, più che umiltà, sembra la hybris definitiva. L’inumano è incomprensibile finché non ci trovi una traccia di umanità dentro – proprio come dalle foto Thomas non ricaverebbe niente senza seguire la traccia dello sguardo di Jane2.
Allo stesso modo, Blow-Up mi fa pensare alle nostre osservazioni dello spazio profondo. Quando Patricia (Sarah Miles), un’amica di Thomas, lo aiuta ad analizzare gli ingrandimenti delle foto, gli fa notare la somiglianza tra lo zoom di una siepe e i quadri astratti di una loro conoscenza comune, il pittore Bill (John Castle). Quell’ingrandimento io trovo però che somigli anche a certe foto – sì, parliamo nuovamente di foto – pubblicate dalla NASA, come quelle scattate dal telescopio spaziale Hubble (ce ne sono alcune in cui ormai quasi mi aspetto di veder sbucare fuori una mano con una pistola); ma anche in questo caso, l’osservazione dell’universo non è oggettiva: vediamo solo ciò che cerchiamo e siamo capaci di comprendere e in primo luogo di vedere – vediamo solo ciò che riusciamo a immaginare, mi verrebbe da dire. E qui si potrebbe già tirare in ballo il finale di Blow-Up, che è in fin dei conti un’opera sulla percezione3, ma forse è ancora presto.
Detto dello sguardo, passerei invece al secondo elemento che avevo promesso di isolare: è una frase. Cambia scena, cambia ambientazione: non più il parco, ma l’appartamento di Thomas, che ha ricevuto un’inaspettata visita da Jane. Lui improvvisamente alza il volume dell’album jazz che sta suonando sul suo giradischi e la invita a prestare attenzione; lei inizia a muoversi seguendo il ritmo della musica, ma lui le passa da fumare e le intima di rallentare, dicendole infine: “against the beat”. A me piace molto l’idea di poter trovare in un film una battuta che valga come una dichiarazione di poetica, e questo mi sembra proprio il caso: Antonioni spezza il ritmo di Blow-Up ogni volta che ne intravede l’opportunità. Anche la scena di cui sto parlando è inserita in una sequenza, quella appunto dell’incontro tra Thomas e Jane, che viene interrotta da un evento assurdo come la consegna a domicilio dell’elica di un aeroplano. Elica che poi rimanda al modo in cui si andrà ad avvitare la sua ricerca della verità, così come il tema dell’omicidio appare legato al vocabolario della fotografia, ricco di punti in comune con quello delle armi da fuoco: caricare, usare il mirino, scattare che in inglese è “to shoot” e cioè letteralmente “sparare”, da cui lo “shooting”, anche qui alla lettera la “sparatoria”, tipico di settori come la moda; e proprio nella moda lavora Thomas, anche se non ne è soddisfatto – e qui mi prenderei il tempo per un’altra breve digressione: la fotografia è verità finché non hai il tempo di capire che è invece una delle tante deformazioni della realtà. (Lo prova, come scriveva Jurij Lotman, il fatto che “più conosciamo una persona, più la troviamo poco somigliante nelle sue fotografie”.)
Allora, parafrasando Godard, il cinema è la deformazione della realtà ventiquattro volte al secondo – e forse Blow-Up parla anche di questo; di certo, se Thomas è scontento della fotografia di moda è proprio perché la trova carente di realtà – per quanto sembri incredibile, essere circondato, rincorso e assalito in continuazione da giovani modelle gli interessa ben poco – e questo risulta evidente dal progetto a cui si dedica in parallelo, un libro fotografico per il quale ha realizzato alcuni scatti all’interno del dormitorio da cui lo vediamo uscire all’inizio del film: immagini di grande impatto, molto dure, a cui proprio per questa ragione pensa di affiancare quelle scattate invece al parco – nelle quali però troverà qualcosa di ancor più terribile.
È a partire da questo punto che Antonioni va ancor più “against the beat”: il ritmo dà ulteriori segni di cedimento, l’indagine diventa un susseguirsi di false piste, di vicoli ciechi. Thomas decide di andare dal suo amico Ron (Peter Bowles) e mentre è per strada vede Jane, e prova a raggiungerla, e quando non ci riesce finisce a un concerto degli Yardbirds. Cosa sta succedendo? Il film e l’indagine di Thomas stanno cominciando a girare a vuoto di pari passo. È quasi giunto il momento di parlare del finale, ma prima è necessario aggiungere qualcosa sul concerto. Può sembrare una delle sequenze più datate, niente più che una momentanea immersione nella Swinging London degli anni Sessanta (ogni film di finzione non diventa forse anche un documentario con il passare del tempo?), all’interno della quale la chitarra di Jeff Beck viene usata per prendere in giro la nascente idolatria nei confronti delle star; eppure anche qui si intravede la possibilità di un parallelismo: la chitarra passa dall’essere un cimelio nel contesto del concerto all’essere spazzatura una volta gettata in strada, esattamente come l’omicidio passa dall’essere una realtà provata dagli scatti all’essere una fantasia di Thomas quando il materiale fotografico gli viene sottratto4; e qui siamo davvero arrivati al finale di Blow-Up, alla celebre partita di tennis messa in scena dai mimi.
Di fronte a una sequenza così volutamente enigmatica credo che l’unica cosa da fare sia trovare un dettaglio5 e affidarsi al suo potere rivelatore, e il dettaglio è questo: quando Thomas corre a prendere la pallina immaginaria lanciata fuori dal campo dai mimi, prima di (fare finta di) raccoglierla posa la sua macchina fotografica sul prato. Se ne separa molto raramente per tutto il corso del film – ma per raccogliere quella pallina, che non esiste, la posa a terra. Abbandona la tecnologia, si stacca dalla macchina; respinge il potere coercitivo di un dispositivo che lo vorrebbe impossibile testimone di un avvenimento al quale non ha mai assistito. Thomas decide di preferire, alla fattualità di un omicidio che nessuno può dire di aver visto, la fantasia di una pallina sulla quale però tutti i mimi sono disposti a concordare. Smette di andare “against the beat” e inizia ad assecondare il ritmo – a un tratto riesce persino a seguirlo, a sentire il suono della pallina quando viene colpita dalle corde della racchetta: la realtà è inconoscibile, il mondo va immaginato.
Note
1 A proposito di intelligenze artificiali, intervistato da Jean-Luc Godard sul numero 160 dei Cahiers du cinéma, novembre 1964, dunque un mese dopo l’uscita nelle sale di “Deserto Rosso”, Antonioni raccontò questo curioso aneddoto: «Sono rimasto stupefatto, e lo sono tuttora, da una conversazione che ho avuto con un professore di cibernetica dell’Università di Milano, Silvio Ceccato, che gli americani considerano una specie di Einstein. Un tipo formidabile, che ha inventato una macchina capace di guardare e di descrivere, di guidare l’automobile, di fare un reportage da un punto di vista estetico, etico, giornalistico ecc. Non è una televisione, è un cervello elettronico. Quest’uomo, che peraltro ha dato prova di una lucidità straordinaria, non ha mai pronunciato, nel corso della nostra conversazione, termini tecnici che io avrei rischiato di non capire. Ciononostante, ci stavo perdendo la testa. Nel giro di cinque minuti già non capivo più nulla di quello che mi stava dicendo».
2Anche lo spettatore può ricavare qualcosa seguendo quello sguardo: la coppia nel parco viene inquadrata, solo per una volta, da una posizione incongrua, mai utilizzata né prima né dopo all’interno della sequenza. La si potrebbe definire una “soggettiva differita”: sul momento sembra solo un’oggettiva diversa dalle altre; a pensarci meglio – a ripensare allo sguardo di Jane – ci si accorge che è una soggettiva dal punto di vista dell’assassino.
3Se un albero cade nella foresta e non c’è nessuno ad ascoltare, non fa rumore: produce delle vibrazioni nell’aria che diventeranno un suono solo nel momento in cui incontreranno un apparato uditivo. Per quanto contro-intuitivo, il mondo non ha suoni finché non c’è qualcuno che ascolta, così come non ha colori finché non c’è qualcuno che guarda. Se però un albero cade nella foresta e non c’è nessuno ad ascoltare, ma c’è un microfono collegato a degli altoparlanti, fa rumore? È questa, in sostanza, la situazione in cui si trova Thomas.
4All’idolatria delle star non si è forse sostituita l’idolatria della tecnica? Che nella scena del concerto possa essere trovata una chiave di lettura per l’intero film lo testimonia anche Jimmy Page sul suo profilo Instagram, quando ricorda: «The production team seemed to know as little about the plot as we did: in fact, it was said that Mr Antonioni had been asked what was the ‘Blow Up’ during the shoot and he replied ‘This is the blow up’, referring to the guitar breaking scene». “Blow up”, del resto, vuol dire sia “distruggere” che “ingrandire”.
5È la stessa indicazione data da Christopher Nolan quando, intervistato da Wired, ha suggerito che, per capire il finale di “Inception”, il dettaglio importante sia questo: Cobb, mentre la trottola gira, non la guarda.
Bibliografia
– Jean-Luc Godard, Intervista con Michelangelo Antonioni (in Cahiers du cinéma. La politica degli autori. Prima parte: Le interviste), Minimum Fax, 2010
– Jurij M. Lotman, Semiotica del cinema e lineamenti di cine-estetica, Mimesis, 2020
– Davide Persico, Blow-Up e le forme potenziali del mondo, Mimesis, 2020
– Thierry Roche, Blow-Up (in Il cinema dello sguardo. Da Lumière a Matrix, a cura di Federico Pierotti e Federico Vitella), Marsilio, 2019
Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.

Non so quante volte ho visto “Blow-Up. Per intero penso oltre 30. Solo la scena finale probabilmente oltre 100 (quest’ultima credo mi funzioni da analgesico).
Comunque ho perso il conto di entrambe e dopo tutto è una contabilità che non mi sembra molto importante.
La prima volta lo vidi a 17 anni ovvero 50 anni fa al cinema Universale a Firenze: un cinema in cui appena entravi in sala ti pareva di essere nel droga-party vicino al Tamigi in cui Thomas incontra Ron e Veruska fatti come 2 mattoni usciti dalla fornace.
Viceversa è’ importante (e forse anche preoccupante) che ogni tanto, ancora oggi, senta il bisogno-necessità-desiderio di vedere le immagini di quel film.