Quanti Miles Davis contiene Miles Davis, è questa la vera domanda. O comunque il punto di partenza; l’unico punto di partenza possibile prima di immergersi nel labirinto-Miles, un labirinto di cui Davis è stato Minotauro e filo d’Arianna, oltre che naturalmente Teseo. Un cacciatore inesauribile, inventore e sarto, sciamano e incantatore, fate voi, ognuno avrà la propria versione di Miles. Esagerata o minimal – ma sempre credibile.

Che il viaggio abbia inizio. Avventurarsi nelle stanze di Miles è semplice. Tutto quello che c’è da fare è mettere una delle sue incisioni sul piatto e lasciare che l’aria si riempia; le note prendono forma e sostanza. L’orientamento, però, è tutt’altra faccenda, e allora ecco una mappa decisamente utile per addentrarsi nelle regioni della vita e del mistero: Esercizi di Metamorfosi, il saggio di John Vignola (Rai Libri) che restituisce pezzi di Miles ricomponendo un mosaico che quest’anno compie cent’anni. L’impresa, c’è da dire, è ardua, e necessariamente non-lineare. Da questo punto di vista, il racconto di Vignola prosegue per scarti temporali, tracciando una traiettoria agile che parte dagli anni Quaranta per attraversare il secolo scorso di fermata in fermata.

Ritroviamo Miles, giovanissimo, mentre svolge il suo apprendistato con Dizzy Gillespie e Charlie Parker, un attimo prima che la tossicodipendenza divorasse e infine spegnesse Bird. Quindi ecco di nuovo Miles a lavoro con Gil Evans per Birth of the Cool, l’incontro tra due personalità geniali e complementari che segna una delle vette più alte nella storia del jazz. È il 1957 quando l’album vede la luce, mettendo insieme una dozzina di pezzi eseguiti nel decennio precedente. Qui, per mettere a fuoco il suono e la leggenda, la guida di John Vignola diventa preziosa oltre che avvincente: senza tecnicismi ma non rinunciando a fornire dettagli formali, estetici e stilistici, Esercizi di metamorfosi si addentra nelle intenzioni musicali di Miles e nelle sue modalità di esecuzione che tenevano insieme istinto e ricerca, avanguardia e pura improvvisazione.

Con una soglia già così alta, il seguito diventa imperdibile, perché il meglio deve ancora venire e prevede tappe serrate, passando dalla composizione del quintetto ideale a ritiri improvvisi, dal buio della dipendenza alla rinascita. Un ciclo continuo, oscillante, che vede Miles mettere alla prova la propria versatilità lavorando a progetti diversi tra loro – colonne sonore per il cinema, ad esempio – o nelle leggendarie collaborazioni con i migliori artisti del suo tempo. Perdersi nella musica di Miles Davis significa incrociare personalità come Thelonious Monk e John Coltrane, Charles Mingus e Herbie Hancock, oltre ai già citati Charlie Parker e Gil Evans (l’uomo che, ricorda Vignola, «rappresenta una forza quieta e quasi sommessa, ma geniale», laddove Miles «era la forza inquieta e alla ricerca di riflettori, di movimento, di riconoscibilità»); incroci che a volte non potevano che rivelarsi pericolosi, a giudicare dai caratteri in pista. I risultati, però, non erano quasi mai deludenti.

Miles andava veloce, a volta imprimendo alla sua visione della musica accelerazioni inattese e sorprendenti; le intuizioni che lo hanno reso un artista impossibile da confinare in una singola casella. Kind of Blue, considerato il disco jazz di maggior successo di tutti i tempi, potrebbe bastare. Ma sul finire degli anni Sessanta piomba una nuova metamorfosi, la scoperta del rock («La curiosità che spinge Miles verso quella scena parte pure da alcune affinità personali: il suo modo di vestire, le sue performance – con incredibili alti e qualche rovinoso basso – il rapporto burrascoso con le autorità, l’influsso della sua nuova fiamma, Betty Mabry, e l’anticonformismo congenito lo avvicinano a certi stereotipi da rockstar», scrive Vignola); e il caleidoscopio di influenze e intuizioni frullano in pochi mesi di distanza dentro In a Silent Way e Bitches Brew.

Negli anni a venire Miles proseguirà la sua instancabile ricerca, continuando a spiazzare ascoltatori e critica, restando in sella con quella tromba che ha iniziato a suonare quando era praticamente un bambino e che mai abbandonò. È il 1985 quando si toglie lo sfizio di inserire nell’album You’re Under Arrest due cover pop come Human Nature di Michael Jackson e Time After Time di Cindy Lauper, restando fedele a una visione multipla delle cose musicali: Esercizi di metamorfosi esplora il formidabile viaggio di un genio del Novecento, e tra le pieghe del racconto emerge un invito neanche troppo in controluce a riscoprire ancora una volta la musica di Miles Davis.

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gavroche1983@yahoo.it

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell'agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.

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