Se dare un nome alle cose e agli eventi significa istituire una relazione linguistico-ontologica tra l’uomo e il suo ambiente – ce lo diceva argutamente Walter Benjamin –, ci sono parole che rimangono “indicibili”, almeno nella loro concezione più interiorizzata. Morte è certamente una di queste, nonostante l’abuso, formale o qualche volta perfino scaramantico, che se ne fa nel linguaggio parlato e nell’arte.

Nel libro La morte spiegata a bambini e ragazzi, di Elvira Ripamonti per RED! Edizioni si affronta uno dei temi che lasciano più sgomenti nella vita e, cioè, la scomparsa di qualcuno che ci è caro e il modo di accompagnare i più giovani nell’accesso a questa durissima realtà.

L’autrice scrive sia in veste di psicologa e psicoterapeuta, sia in veste di donna che ha già vissuto gravi, premature, inspiegabili perdite familiari. Perché la morte dei cari sfiora chiunque, anche coloro che per lavoro aiutano gli altri a superare, a loro volta, quel tipo di trauma.

I bambini, si sa, possono dire ogni cosa. Una specie di stream of consciousness guidato da competenze fresche, genuine, prive di schemi pregiudiziali e di preconcetti. Una pregrammatica emozionale. Ma cosa accade quando alla parola morte devono abbinare concretamente uno dei significati più terribili che si possano immaginare, come l’improvvisa scomparsa di un genitore, di un fratello, di un animale domestico, di un nonno, di un amichetto?

Siamo in una società in cui la spasmodica mania per l’immagine – che tutti coinvolge, nessuno escluso, anche chi scrive e bisogna pur ammetterlo! – rischia di assolutizzare una presentificazione (spesso dematerializzata dalle dimensioni digitali) fondata su schemi di riconoscibilità univoca, tra cui i canoni estetici, che espellono o marginalizzano (sottraendoli dall’indicizzazione non solo mediatica ma anche, in qualche modo, mentale) i caratteri di realtà che, invece, sono parte integrante della vita, come la malattia nel suo iperrealismo o la morte che, una volta avvenuta, esternalizza il soggetto dalla sua stessa presenza e, quindi, rappresenta un opposto ideale a qualsiasi forma di spettacolarizzazione.

Ripamonti, con uno stile lineare, accessibile a tutti e ricco di spinte emotive che mettono in luce quanto il suo dettato non sia scolastico ma derivi da una consapevolezza profonda, tratta della Death Education e di come sia buono e giusto parlare della morte ai nostri bambini restituendo dati di realtà e non misteri fantasiosi che, essendo inverosimili, possono ingenerare paure e insicurezze ancora più grandi. L’autrice riporta un’affermazione molto esemplare, a tal riguardo, di Maria Trozzi, psicologa americana esperta di lutto infantile: “i bambini non temono la verità detta con amore, ma la paura che sentono negli adulti che tacciono”.

Ricordo ancora, come se fosse oggi, il mio primo contatto con la morte, da bambina. Ad un certo punto, mi accorsi di non aver più visto il mio bisnonno da qualche giorno e chiesi di lui. Era morto per una polmonite e mia madre mi disse: “Nonno Ernesto è andato al Paese del Sole”. “E io non ci posso andare?”. Non sono certa della risposta che ricevetti, ma ricordo bene quanto mi fece infuriare. Avevo quattro anni, e avrei avuto tanti altri incontri precoci con la morte ma, di certo, quella spiegazione vaga e poco credibile non mi aiutò a iniziare un percorso sano di consapevolezza.

La Death Education – luminosamente illustrata in questo libro da Elvira Ripamonti – insegna come la morte può abbandonare il suo storico ruolo di cesura tra le persone e diventare una porta, il cui passaggio è di certo dolorosissimo, verso “un significato più profondo della vita e dell’amore”. Ancora, si legge: “la parola condivisa non anticipa il dolore, lo umanizza”. Ripamonti ci spiega che la possibilità – forse il dovere – dell’adulto di mostrare un dolore presente e attuale “offre al figlio un’esperienza di sicurezza autentica: non negando il dolore, ma mostrando che anche nella tristezza si può restare integri”. Una pratica quotidiana, seppur molto complessa, in cui chi è più grande è chiamato ad un esercizio profondo di autenticità verso chi è più giovane. Un’autenticità che coinvolge il pianto, la memoria, la rabbia, la rassegnazione, la mancanza, e poi anche i ricordi allegri del defunto e i piccoli gesti costruttivi di un futuro diverso ma non impossibile in cui le figure di riferimento rimangono tali anche se soffrono. “Allora piangiamo insieme” è una frase dolcissima che il figlio dell’autrice ha dedicato alla sua mamma mentre lei stava piangendo per la prematura morte della sorella, davanti a lui, con il coraggio educativo di chi sa di non dover nascondere le proprie lacrime ai più piccoli.

Mi concedo una breve chiosa polemica: a volte, piangere e struggersi sui social (nel paradosso di una perpetua autofiction spesso malriuscita) ci risulta più facile che farlo con i nostri figli. Ma, naturalmente, per fortuna, ciò non vale per tutti.

Ripamonti riporta le parole illuminanti di un filosofo americano, Ernest Becker: “L’uomo è unico tra gli animali perché sa di dover morire. E tutta la sua civiltà è un tentativo di dimenticarsene”. Non posso che pensare, a questo punto, alla grandissima lezione dell’antropologo Ernesto De Martino che ha spiegato, nel solco di un lungo saggio su “La fine del mondo[1]”, che “i morti non fatti morire dai vivi tendono a tornare in modo irrisolvente, magari in una maschera che li rende irriconoscibili e contaminando tutto il fronte delle situazioni possibili della vita reale. Fine del mondo e morte. Il pensiero che l’individuo singolo finirà inevitabilmente col morire rischia di diventare un sintomo morboso nella misura in cui si isola nella coscienza e la invade paralizzandola; chi si chiude in questo pensiero per ciò stesso inizia a morire (…)”.

La disabitudine al pensiero della morte come concetto reale può pericolosamente contribuire all’assenza di strumenti idonei per far fronte a quest’evento nefasto. Come società, siamo sempre più lontani da tutti quei riti e quelle abitudini di gruppo che le civiltà arcaiche attuavano per rendere accettabile e collettivizzante la caducità.

La nominazione della morte è forse il primo passaggio necessario affinché un fisiologico seppur devastante dolore non diventi un’ossessione o, ancor peggio, una malattia.

Per De Martino, la morte biologica dell’individuo, se opportunamente veicolata, significa rinascere alla “intersoggettività dei valori”. “Muori e diventa”, diceva Goethe. In realtà, tutta la vita è un continuo divenire trasformativo, per dirla con Eraclito e Lavoisier: epperò ci tocca continuare a impararlo. E ci tocca anche capire come raccontarlo.

I bambini fanno un sacco di domande, anche scomode. Cosa c’è dopo la morte? La mamma può morire? Che succede se muore papà, chi mi accompagna a scuola? Il nostro gatto può ritornare? La nonna smetterà di mancarti, un giorno? I vermi mangiano il corpo del nonno morto che sta nella bara?

Non sempre l’adulto ha una risposta. Ripamonti accompagna il lettore in un excursus di domande impossibili non tanto per fornire le relative risposte impossibili bensì alcune praticabili modalità di riflessione condivisa che siano limpide, lineari, credibili e che possano aiutare il bambino (e forse anche l’adulto) nella sua necessaria regolazione emotiva. In questo quadro, una risposta come “non lo so, ma ci possiamo pensare insieme” è un’ottima risorsa di condivisone affettiva in cui il bambino non si sentirà solo nell’incertezza e non si riterrà in difetto nel suo momento di fragilità, perché sarà una condizione partecipata, in qualche modo autorizzata e normalizzata dall’adulto.

Come scrive Ripamonti, “mostrare ai figli che si può continuare a desiderare anche dopo la perdita – cioè a scegliere la vita, la relazione, la speranza – è tra le forme più profonde di educazione affettiva”. È pur vero, però, che anche all’adulto può accadere di non saper gestire il dolore di un lutto grave, rimanendone intrappolato in modo passivo e involontario. Ogni vulnerabilità ha la sua chiave di lettura, degna di ascolto, di un suo spazio sociale e del dovuto rispetto, al riparo da pregiudizi e vergogna. E ogni paura, compresa quella della morte, può essere capovolta: non trasformata ma attraversata; non evitata ma interpretata come accesso alla gratitudine per quello che è o che è stato, con l’umiltà di chi guarda a qualcosa di troppo grande per essere compreso del tutto. Si tratta di meccanismi che possono (e dovrebbero) funzionare a livello collettivo, attraverso strumenti istituzionalizzati, e non solo individuale, ma siamo ancora ben lontani da tutto ciò.

La morte di una persona cara o di un animale amato può diventare uno spazio di narrazione corale, un silenzio condiviso affettivamente. Un rito, come l’atto -simbolico prima che fisico- di accendere lanterne in una data speciale e lasciarle volare nel cielo notturno per sfiorare metaforicamente chi non c’è più.

Ma i nostri morti, se non possiamo essere sicuri che siano in cielo, possiamo riconoscerli in questi nostri corpi terrestri, frementi di amore – commossi, arrabbiati o più raramente pacificati – mentre, dei cari defunti, tratteniamo la memoria, la dignità, il peso specifico del loro passaggio sulla terra e nelle nostre vite.

A partire da questo libro che non è solo un saggio o solo un trattato scientifico ma un’opera trasversale da cui poter cogliere molteplici input esistenziali, riflettendo sul tema della morte, e non senza coinvolgimento personale, non posso non pensare al poeta Paul Celan, al suo vivere nell’assenza e nella perdita, in un rapporto molto stretto eppure irrisolto con la morte, fino al gesto ultimo.

“La morte è un fiore che solo una volta fiorisce.
Ma fiorisce come nient’altro fiorisce.
Fiorisce, appena lo vuole, non fiorisce nel tempo.

Essa viene, una grande falena, che adorna steli cedevoli.
Tu lasciami essere uno stelo, così forte, che la rallegri[2]”.

L’auspicio, la speranza, il furore di questo trattato di Elvira Ripamonti è proprio che ogni dolore per la morte possa trovare, con dedizione e con pazienza, il suo spazio, delimitato e preciso, all’interno della vita che è molto più ampia della sola idea della fine. Un ottimo modo per onorare il debito di gratitudine verso chi abbiamo amato e non possiamo più stringere a noi, ma anche verso noi stessi.


[1] E. De Martino, La fine del mondo – contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi 2019.

[2] P. Celan, Conseguito silenzio, Einaudi 1998.

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Autore

gblanco@minima.it

Gisella Blanco vive a Roma. Collabora con Il Foglio. Scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia cartaceo e on line, per Liguria Day, per Poesia di Luigia Sorrentino, per Smerilliana. Ha seguito la comunicazione della Fiera del Libro di Iglesias, del Premio Nazionale Elio Pagliarani, Elba Book e del TeverEstate per il Cibaldone Culture Festival. È giurata nel Premio Internazionale Città di Sassari per la sezione Poesia.

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