iosonouncane

Solitamente riesco a capire che sto per affrontare una strana e furtiva onda di dolore dalla frequenza con cui una canzone mi fa piangere – che mi trovi in macchina o in mezzo a sconosciuti è indifferente. Giugno è un mese pericoloso, di cui non mi fido più: porta con sé un tipo di bizzarria molto nascosta, eppure rigida e intensa. Tecnicamente manca una settimana all’inizio dell’estate, stagione che sembra sempre il momento perfetto per collezionare piccole vittorie, piaceri sommessi. Aleggia una tenue vergogna per cui non si può esagerare perché ancora estate non è, le vacanze appaiono lontane, ci facciamo bastare un gelato fuori, due passi in centro, qualche commento sui mondiali ed è di nuovo lunedì. Lucca è una città che brilla anche al buio, lo fa da che ne ho ricordo. Un venerdì sera lentissimo, questo dodici giugno, appena smosso dal vento che non sembra riuscire a entrare attraverso la cerchia muraria ellittica che protegge e nasconde.

Quella di San Francesco, nella piazza omonima, è una chiesa sconsacrata, oggi utilizzata per convegni e concerti; sebbene non sia la prima volta che mi ritrovo al suo interno, dimentico sempre il caldo opprimente che la permea, come se il sacro delle chiese risiedesse anche nella loro infinita temperatura celestiale. Il silenzio e il rigore che percepisco, o che forse mi porto addosso da troppo tempo, accompagna una breve attesa prima che l’altare scompaia nel buio e con esso le capriate lignee e gli affreschi di Pietro Ricchi.

Ritrovo il primo gesto eucaristico di questa serata strana, che non è solo un concerto, non è solo un bisogno, nel pane condiviso da due operai emigrati perché Iosonouncane, stasera, nella chiesa di San Francesco, ha deciso di aprire con Pablo di Francesco De Gregori. L’umanità, la comunione, la solidarietà, appare tutto perduto oggi per cui ricordarsi di questa storia, della potenza di questo brano di mezzo secolo fa, è doveroso.

Quella lucchese è la prima data del tour estivo – chitarra e voce – di Iosonouncane, alle prese con una scelta fortunata e molto amata dal pubblico, anticipata dai quattro live del 2025 a Bologna in occasione dei dieci anni dell’amatissimo DIE.

Avere la possibilità di ascoltarlo di nuovo, dal vivo, con questa soluzione strumentale dinamitarda, amplificata solo da qualche pedale, mi commuove fino alle lacrime. Che lunghissime, copiose, arrivano col dipinto sonoro di Novembre, singolo del 2020 uscito assieme a una cover di Vedrai, vedrai di Luigi Tenco. Quasi incatenata alla fiaba domestica si insinua Il corpo del reato col suo carico narrativo estremo. Una bordata lirica di cronaca e carnale smembramento sociale.

Definirlo concerto sarebbe volgare, questo è stato un processo di riappropriazione, del concetto di artista, del potere taumaturgico dei luoghi religiosi, della infinita bellezza che risiede nella realtà che entra dalle mura e si perde nelle risate sguaiate dei bambini che giocano in piazza.

Iosonouncane offre spazi che arrivano dall’intero repertorio, palesando, ancora una volta, un talento inventivo, imprevedibile, visionario, con quella capacità di raccontare la disgregazione come nessuno, di mostrarci i pezzi e i brandelli dei giorni volati troppo velocemente. Filosoficamente in sintonia con la morte, profondamente pronto ad affrontarla, Incani intona la verità per cui il tempo sta per scadere e nel fronteggiare la morte – che è un’ombra selvaggia, obbligatoria, misteriosa, rapida – decide che occorre riempire ogni frattura con la bellezza. Che miracolo, essere qui insieme per un po’, stasera.

In questa occasione preziosa la sua musica non è una transizione senza frizioni, non è sempre tutto semplice e lineare, ma si schiaccia contro se stessa raccontando un percorso discografico iniziato sedici anni fa con l’arrivo de La Macarena su Roma e proseguito con DIE, IRA, colonne sonore di film, documentari e docu-inchieste, album collaborativi, rielaborazioni. Quello di Iosonouncane è il suono dei bordi, della fine delle rovine. Se, come ha detto una volta Bob Dylan, la forma più alta della canzone è la preghiera, quelle di Incani si sentono come suppliche maestose di un uomo che sarebbe impazzito se non fosse riuscito a esprimere la propria visione del tutto, a raccontare l’agghiacciante e il compassionevole dell’animo umano. Alla fine ascoltiamo la musica e proviamo una sorta di devozione per dischi e cantautori proprio perché ci hanno mostrato che l’intimità non è mai solo una questione privata ma un fatto della vita, dell’esperienza e del condividere con l’altro quest’avventura storta e lucente del quotidiano tragico.

Ed ecco che spuntano brani dell’esordio, e poi del mastodontico e polarizzante IRA, e poi un’altra cover di De Gregori – la struggente e preziosa Finestre di dolore, “tratta dal disco italiano con i testi più misteriosi e belli”- fino a ritrovare terra e sabbia sotto ai piedi con DIE. Ti perdi, in quella voce che si sposta di continuo, in quello sguardo in cui si apre tanto l’abisso quanto l’albore di un giorno nuovo, in quelle risposte orgogliose e rassegnate.

Jacopo Incani ha da sempre catturato il raggio, in maniera dritta e inflessibile, delle nostre circonferenze, dello spazio che abitiamo. E lo fa, ogni benedetta volta, lasciandoci sprofondare nel vuoto di una confusione folle e bellissima. Sotto il pelo dell’acqua, lungo il tracciato della statale che ci riporta a casa, nelle pieghe degli spazi notturni o nella creazione di suoni per immagini incastonate nella memoria collettiva: la realtà di Iosonouncane è il cerchio e non la scala del suono, l’idea di andarsene un desiderio, non una paura. E quindi noi andremo, lontano, in un mondo altro in cui il tempo sarà un anziano pazzo che sparge bellezza e la vita una furia che divampa.

Perché Incani, dall’inizio del suo percorso, non hai mai smesso di raccontare l’esperienza per tentare invece di spiegarla, atteggiamento sempre più comune nel campo dell’arte. Conservare quel mistero che permette alle canzoni di arrivare al nostro orecchio senza essere già decifrate sembra essere un punto ferma per il cantautore, una salvezza che si tiene ben lontana dalle istruzioni per l’uso. Iosonouncane conduce un concerto che non si lascia risolvere, che resiste all’interpretazione, offrendo un passaggio notturno e arcano per quella zona dell’esistenza che non coincide mai completamente con le parole che utilizziamo per raccontarla.

Se oggi Incani è il più grande artista della scena italiana, è anche perché riesce a dare voce alle storie degli altri, a ritagliare una vocalità per ogni dolore, una tonalità per ogni protagonista, una lingua per ogni spazio ignoto. Dentro e fuori dalle canzoni. Gli estremi verso i quali si spinge il suo canto mi ricordano la forza scomoda propria di chi avverte il bisogno di fare emergere lo sguardo sulle cose esaudendo un’intuizione, dell’intellettuale organico, di chi attraversa gli eventi dall’interno, da chi si riconosce nelle vene delle proprie mani, nella geografia del proprio corpo anatomico. E nel non aver mai ricercato una cornice rassicurante, è lì che sento tutta la sicurezza di un suono che sarà sempre e solo la bellezza della vulnerabilità. Vicinissimi al punto di rottura, sul crinale.

Ancora una volta i contorni si sciolgono alla fine dell’ultimo brano, in una confusa immensità, dove tutto è bene. Senza bis. Finalmente. Perché non si può riprendere una storia già perfetta. Anche stasera, mentre usciamo dalla chiesa che non è più una chiesa, mentre ci lasciamo alle spalle le mura illuminate di una città nascosta, penso a un concerto che è un ricordo (“ciò che fu”), e un ricordo è un luogo in cui non si può vivere.

Pablo
Novembre
Il corpo del reato
Summer on a spiaggia affollata
Giugno
Niran
Cri
Viudas
Foule
Finestre di dolore
Buio
Carne
Stormi
Sacramento

Lucca, Chiesa di San Francesco 12/06/2026

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Autore

beatricepagni@minimaetmoralia.it

Beatrice Pagni vive e sopravvive nella campagna toscana, figlia della miglior provincia cronica. In redazione a minimaetmoralia dal 2021, ha scritto e continua a scrivere di musica e cultura per diverse testate (Sentireascoltare, Il Mucchio Selvaggio, Il Foglio Letterario), oltre ad aver esplorato il mondo della web tv con l'esperienza targata Decamerette.

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