La beatificazione postuma di Richard Benson, il culto degli Squallor, gli EelST e gli Skiantos, ma anche il ritorno di Pippo Sowlo, il fenomeno Tony Pitony, la parabola di Bello Figo. Come il demenziale racconta in canzone la società in cui viviamo.

(fonte immagine)

di Mario Luongo

C’è un paradosso che attraversa la musica cosiddetta “demenziale”: per funzionare davvero, non può limitarsi a far ridere. Deve disturbare, incrinare qualcosa, insinuarsi in uno spazio che non le spetterebbe. È in questo scarto – tra ciò che è considerato “fuori luogo” e ciò che viene accettato – che il grottesco musicale trova la sua forza. Non è un caso che ciclicamente, figure e progetti legati al nonsense, al trash o all’assurdo tornino a occupare uno spazio più o meno centrale nel discorso pubblico. Cambiano i nomi e i contesti, ma la domanda resta la stessa: perché questo tipo di linguaggio continua a riemergere? Una possibile risposta è che il demenziale, in Italia, non è mai stato davvero solo per ridere. Piuttosto, è una corrente carsica che attraversa la cultura popolare, riaffiorando nei momenti in cui il linguaggio dominante diventa rigido e prevedibile.

L’eterno ritorno del fuori luogo

Se il demenziale continua a riemergere, è anche perché trova nuove forme di esposizione. Alcuni fenomeni recenti della musica italiana mostrano come il nonsense abbia semplicemente cambiato contesto. Prendiamo il caso di Tony Pitony. La sua apparizione al Festival di Sanremo in duetto con Ditonellapiaga è stata la dimostrazione plastica di ciò che Slavoj Žižek scriveva nel suo Il trash sublime: «Si assiste al paradosso che soltanto un elemento completamente “fuori luogo” può reggere il vuoto di un luogo vuoto». In un contesto ingessato come quello sanremese, l’irruzione del nonsense non è stata una nota stonata, ma l’unico elemento capace di riempire di senso il rito collettivo della kermesse, culminato con la vittoria della serata cover e un caco (il frutto) portato sul palco. Una promessa mantenuta rispetto alla sua hit Tony’s Vocal, in cui dichiarava: “Se vado a Sanremo giuro che caco sul palco”.

Difficile, in quel contesto, non pensare Elio e le Storie Tese che trent’anni prima portavano all’Ariston La terra dei cachi,  un cavallo di Troia che riusciva a elencare appalti truccati, malasanità e abusi sessuali abusivi con un motivetto difficile da dimenticare. Il demenziale come denuncia politica, ma anche semplicemente voglia di prendere in giro l’Italia e gli italiani dal palco più istituzionale del Paese nel momento in cui sono più vulnerabili, sul divano, davanti la tv. Quello che gli EelST hanno saputo portare nel pop è stato anche il tema del brutto come estetica consapevole, in cui ogni travestimento, ogni performance di Mangoni serve a dire: “La realtà italiana è così complessa e ridicola che raccontarla così è più semplice”. Ma soprattutto il virtuosismo come forma di satira, perchè proprio grazie alla loro preparazione tecnica e musicale, Elio e soci hanno potuto mostrare la sostanza dietro il caos demenziale, raccontando l’Italia tra i due di picche di Servi della gleba, l’adolescenza in Tapparella ola morale fondamentale di Cateto in cui”la merda non è così brutta come la si dipinge”.

Post-ironia musicale

Tuttavia, ridurre questo fenomeno a una parentesi nostalgica sarebbe un errore. Il ritorno sulle scene dopo sei anni di Pippo Sowlo, rapper romano che con ironia e umore nero disinnesca dall’interno gli stereotipi del genere, haportato a un rapido sold out e allo spostamento del suo concerto romano al più capiente palco del Rock in Roma. O ancora il fatto che un personaggio come Bello Figo sia passato dall’essere un fenomeno prettamente goliardico-social, alle provocazioni in tv – chi lo ricoda a fare dabbing davanti a una furiosa Alessandra Mussolini, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro su Rete 4? – fino alla firma con una major come la Warner Bros, segnala che l’eccesso è diventato un codice non solo riconoscibile, ma atteso dal sistema stesso. Se un tempo il demenziale poteva essere una forma di guerriglia, come vedremo tra poco, oggi assistiamo a un suo processo di integrazione. In un certo modo, pur partendo da premesse totalmente differenti, rientra in questo discorso anche la parabola musicale di Checco Zalone, culminata con la collaborazione con Francesco De Gregori, sancendo una sorta di patto tra canzone divertente nazionalpopolare e canzone d’autore. Questo processo contamina sotterraneamente diversi esempi della nuova musica italiana. Si pensi all’operazione filologica di Auroro Borealo, che trasforma il trash da scarto a reperto da archiviare, ma anche ai Pop X, dove l’estetica dell’errore digitale diventa resistenza al pop radiofonico o all’ironia di Valerio Lundini che sa mescolare nonsense e cringe in molti modi, dai programmi televisivi al teatro fino alla musica con i VazzaNikki.

Nonsense d’autore

Se oggi queste forme sembrano emergere “dal basso”, è utile ricordare che una parte fondamentale del demenziale italiano, gli Squallor, nasce invece dall’interno dell’industria culturale. Alfredo Cerruti, Giancarlo Bigazzi, Daniele Pace e Totò Savio erano infatti dirigenti, produttori e autori che decidevano – o creavano – quello che l’Italia ascoltava a Sanremo o in radio. Il Premio Bigazzi che dal 2013 si assegna al miglior componimento musicale è dedicato proprio al mitico Giancarlo, autore di successi discografici come Rose Rosse, Non amarmi, Bella stronza ma anche di deliranti monologhi con gli Squallor. Questo progetto – cominciato nel 1971 per gioco e andato avanti fino agli anni ’90 – fu quindi un modo di purificarsi dal loro lavoro ufficiale, attraverso una satira più esistenziale che politica,usando la volgarità non per scandalizzare i ragazzini, ma per sbeffeggiare i tic dei loro genitori, i tradimenti in Costa Azzurra, i viaggi mistici in India, l’ossessione per il sesso. E gli Squallor sapevano farlo in modo eccezionale, con musiche raffinate e testi nonsense in cui il turpiloquio diventava carezza e l’eleganza una clava, come in Ti ho conosciuta in un clubs (“Eri bellissima, ma avevi un solo difetto. Non c’eri”) oppure in O’ tiemp se ne va, sboccata elegia alla caducità dell’amore e del corpo umano.

Spaghetti, pollo e pubblico di merda

Se gli Squallor di giorno scrivevano i successi di Sanremo e di notte Cornutone, rappresentando di fatto il lato colto del demenziale, alla fine degli anni ’70 l’altra faccia della medaglia era il punk degli Skiantos, legato ai movimenti del ’77, al fermento di Bologna di quegli anni, e al genio tormentato di Roberto Freak Antoni. Una vita, la sua, nel segno della provocazione, del punk come forma di resistenza.La sua massima “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”è diventata l’epitaffio di un intero periodo, mentre gli Skiantos cercavano di spaccare dall’interno la retorica pesante degli anni di piombo o quella stucchevole del pop, attraverso l’uso consapevole dell’idiozia. Brani come Eptadone, Mi piaccion le sbarbine, Gelati, Sono un ribelle mamma, Kinotto, sono ancora oggi un ottimo ritratto di una generazione stretta tra prove tecniche di rivoluzione e provincialismo. Memorabile il concerto del ’79 al PalaDozza di Bologna, quando sul palco gli Skiantos si misero a preparare, e poi mangiare, spaghetti su una cucina economica, con tanto di televisore e frigorifero, mentre gli spettatori lanciavano contro di tutto e Freak Antoni rispondeva: “Questa è avanguardia, pubblico di merda!”

Il rapporto conflittuale con il pubblico è un  tema che, anni dopo, si ripeterà con modalità e presupposti differenti in un altro fenomeno che col demenziale ha un legame meno stretto, ma (in)volontariamente è diventato icona trash degli anni 2000. Quella di Richard Benson è infatti una storia diversa, ma con un finale simile, perchè rappresenta il passaggio cruciale dal demenziale come “scelta stilistica” al grottesco come condizione esistenziale. Se gli Squallor, gli Skiantos, gli EelST erano gli artefici di un genere, Richard Benson è stato il corpo del reato che si sfasciava in diretta, un rito catartico di cui il pubblico aveva bisogno. La sua mutazione da buon musicista e divulgatore rock in icona del grottesco avviene quando il personaggio prende il sopravvento sull’uomo: le parrucche sempre più improbabili, i racconti iperbolici su sfide chitarristiche con i grandi del rock e, infine, le leggendarie esibizioni dal vivo che non erano più eventi musicali, ma riti di degradazione collettiva, in cui il pubblico pagava per lanciargli addosso polli crudi, teste di maiale, farina, yogurt. La sua beatificazione postuma, con il documentario Benson – La vita è il Nemico, non è solo affetto per un personaggio tragico, ma forse anche il sintomo di una nostalgia per un’Italia che sapeva urlare contro i mulini a vento.

Una cosa deficiente che non farò mai più

Riprendendo il saggio in cui Slavoj Žižek scrive “La perversione oggi non è più sovversiva, gli eccessi scioccanti sono parte del sistema stesso. Il sistema si nutre di essi per riprodursi” viene da chiedersi come mai questo tipo di musica e di esibizioni riescano ancora a creare dibattito. Se un tempo il nonsense poteva apparire sovversivo, oggi rischia di essere perfettamente integrato nel sistema che dovrebbe mettere in crisi. L’eccesso, lo shock, la provocazione sono diventati codici riconoscibili, quasi attesi. Eppure, proprio in questa apparente neutralizzazione, il demenziale continua a trovare spazio. Forse perché, anche quando viene assorbito, conserva una capacità minima ma persistente di disallineamento. La risposta, quindi, andrebbe cercata nella funzione del demenziale in musica, che in Italia non è mai stato “solo per ridere” ma una valvola di sfogo per un Paese non riesce a prendersi sul serio, ma allo stesso tempo muore dalla voglia di essere preso in considerazione. Ed è in questo contesto che la volgarità, attraverso la lente dell’ironia, spesso ribalta la prospettiva diventando antidoto e non problema. Come Pippo Sowlo che in Condorello si fa vanto del suo micro pene facendosi beffe dello stereotipo rapper, o gli Squallor che in Berta o Cornutone mettevano in canzone uomini ridicoli, ai quali tutto sommato riuscivi a voler bene, tra problemi di corna o disfunzioni erettili, mentre Tony Pitony rappresenta oggi il ritorno del “pazzo di quartiere” elevato a fenomeno nazionale. Una crepa, per quanto piccola, nel linguaggio dominante. Un modo consolatorio di gestire l’entropia o forse, parafrasando David Foster Wallace, una cosa deficiente che non farò mai più.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

m.luongo@tin.it

Mario Luongo è giornalista professionista, collabora con la Repubblica scrivendo di viaggi, turismo e cultura. Scrive per diversi magazine come Il Venerdì, Lucy - sulla cultura, Il Tascabile, Prismo.

Articoli correlati