Forse non è un caso se il senso dell’assurdo è stato sviluppato, in letteratura, soprattutto nel corso del Novecento, e da autori europei e sudamericani; ovvero in porzioni di tempo e di spazio dove sono state sperimentate alcune fra le dittature più feroci della storia. Forse non è un caso, perché è sempre alla libertà che si riferisce qualsiasi discorso intorno all’assurdo; a quella libertà negata in modo manifesto in Franz Kafka e così male impiegata in Albert Camus e Witold Gombrowicz. Di cosa siamo liberi? Non di nascere, non di ricordare o di dimenticare, non d’innamorarci, non d’avere un preciso talento o un certo corpo piuttosto che un altro, non di scegliere le leggi alle quali sottostiamo. Le cose semplicemente capitano. Si può decidere poco, e quasi nulla di decisivo, fintanto che si vive; poi, certo, si può scegliere di morire. Un mondo in cui si può scegliere di morire ma non d’innamorarsi, però, è assurdo.
Ci si può pensare spesso o quasi mai, ma nel corso d’una vita chiunque si accorge di non essere libero. Alcuni fanno un passo in più: cominciano a pensare che qualcosa non va. È un pensiero strano, intuitivo ma imperscrutabile, perché non si tratta di politica o di ingegneria: non è qualcosa che si può cambiare o fare diversamente. È, semplicemente, l’unico modo in cui le cose stanno e sono sempre state. Nessun essere umano ha mai sperimentato un’esistenza differente; eppure si può maturare l’impressione che le cose potrebbero e forse dovrebbero stare diversamente. È questo e soltanto questo, sviluppare un senso dell’assurdo. Si vede subito cosa comporti tutto ciò: se ci si vuole confrontare con l’assurdo, bisogna essere disposti fin dal principio ad arrendersi; ma può essere una resa molto creativa e liberatoria, non necessariamente accompagnata da un disimpegno.
Gli scrittori sudamericani, e in particolare gli argentini, hanno avuto a disposizione un’arma formidabile per perdere nel migliore dei modi questa battaglia contro il reale: il fantastico. Roger Caillois, che fu collaboratore della fondamentale rivista Sur negli anni in cui si trovò bloccato in sudamerica a causa della guerra, parlava di “irruption de l’inadmissible au sein de l’inaltérable légalité quotidienne”; ma se le definizioni sono, in generale, tanto utili quanto poco interessanti, nel caso del fantastico proporne una significa quasi fabbricare un ossimoro. Forse è meglio chiedersi non cosa sia il fantastico, ma a cosa serva. Ad avvicinare qualcosa che si trova fuori dalla nostra portata? A esprimere ciò per cui ancora non esistono parole? Si rischia facilmente di formulare espressioni vuote, di fare un uso suggestivo del linguaggio ma non qualche passo avanti nella comprensione del fantastico. Magari si rivelerà più preziosa un’analogia: se per Gilles Deleuze un buon saggio filosofico dovrebbe somigliare a un romanzo poliziesco, o di fantascienza, a un buon racconto fantastico si potrebbe chiedere di essere l’equivalente di una breve dissertazione filosofica.
Lo si può dire senz’altro di tanti racconti di Jorge Luis Borges, di Julio Cortázar, e anche di Ángel Bonomini, scrittore argentino dalla biografia quantomeno misteriosa: misconosciuto persino nella sua città natale, Buenos Aires, eppure stimatissimo; vincitore di diversi premi, eppure dimenticato al punto d’aver bisogno di essere più volte riscoperto. Al periodico riaffiorare del suo nome hanno contribuito soprattutto le antologie: su tutte, un classico come “Antología de la literatura fantástica”, assemblato da un trio d’eccezione composto da Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo; ma anche i numerosi volumi curati in Italia da uno studioso come Lucio D’Arcangelo, che lo incluse in “La letteratura fantastica in Argentina” (Itinerari, 1983), “L’altro cielo: racconti fantastici argentini” (Lucarini, 1989) e “Racconti fantastici argentini” (Mondadori, 1997). Fu sempre Lucio D’Arcangelo a far uscire per la prima volta in Italia (Solfanelli, 1988), nella traduzione di Emilia Perassi, il racconto più famoso di Ángel Bonomini: “I novizi di Lerna”. Quell’edizione proponeva però solamente altri due racconti, dalla raccolta alla quale “I novizi di Lerna” dava il titolo; e solamente ora, grazie a Safarà, arriva in Italia l’opera integrale, nella traduzione di Raul Schenardi (e con un testo di Lucio D’Arcangelo come postfazione).
Solamente leggendo la raccolta completa si può apprezzare quanto, per Ángel Bonomini, scrivere racconti voglia dire occuparsi di letteratura non più che d’ontologia; ed è un tratto che si ritrova anche nello stile, nell’assoluta esattezza del suo linguaggio. Tra specchi, doppi, sogni, apparizioni e strutture ricorsive, tutte le figure tipiche del fantastico concorrono, un racconto dopo l’altro, a costringere i personaggi in posizioni assurde e in situazioni impossibili, dove resta loro una sola cosa da fare: utilizzare al meglio quel poco di libertà che rimane. In “La succursale”, in una città vengono inaugurati dei nuovi bar, e due uomini scoprono di potersi incontrare anche recandosi in locali differenti di quella stessa catena; ma forse possono riuscire a evitare la creazione dei loro doppi. In “L’ultimo”, un uomo comprende che un suicidio a cui ha assistito implica inoltre il suo, il quale sarà a sua volta sicuramente causa di un terzo; ma potrebbe essere ancora possibile per lui interrompere questa sequela di eventi. Lo stesso “I novizi di Lerna”, senz’altro il testo più oscuro della raccolta, può essere letto come la risposta a questa domanda: quante parti di te hai bisogno di veder morire prima di tornare a essere libero?
Sono pochissimi i racconti che esulano da questo perimetro: due esperimenti di stampo surrealista e formalista, “La tigre del Bengala” e “Il cantante”, che saranno stati di certo più divertenti da scrivere di quanto non lo siano da leggere. Un bel ricordo d’infanzia, “Fichi e gelsomini”; e un memorabile ritratto femminile, “Il martire”: «Ricordo una serata in campagna. La nostra pelle aveva quella lucidità che rivela la plasticità esatta dell’aria. Quel completo adattamento animale che consente di prendere coscienza dell’armonia che la realtà, che tutti i piani della realtà mantengono fra loro e con noi. Per quanto mi riguarda, quando sento di esistere con quella pienezza, simultaneamente nasce in me una forma di ansia che posso descrivere così: mi afferro al presente come un folle, come se volessi rallentare la successione degli istanti. A quel punto Malena, quasi soltanto con il pensiero, senza che la sua voce mi sfiorasse, disse che si domandava come noi esseri umani gestiremmo il tempo se dipendesse da noi scegliere il prolungamento di certi momenti. Malena era così: d’un tratto mi raccontava quello che stava accadendo nella mia anima». Cosa resta da dire? Che Ángel Bonomini è autore di altre sei raccolte di racconti, e appare urgente tradurre anche quelle; e che non si parla praticamente mai degli illustratori: raramente capita di trovare in copertina un’immagine capace di trasmettere immediatamente la sensazione d’avere tra le mani un libro davvero speciale. Il cavallo disegnato da Nadia Resta per questo piccolo capolavoro di Ángel Bonomini, invece, ci riesce benissimo.
Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.
