Ci sono paesaggi che ti riconoscono prima che lo faccia tu. Basta un cielo basso, bandano delle recinzioni identiche a se stesse per chilometri, o un vento che non chiede permesso per entrarti nelle ossa. Helen Garner quel paesaggio lo conosce da prima di scriverne: «Sono nata e cresciuta a Geelong», scrive nelle ultime pagine di Dove abita il dolore (Nottetempo, 2026), «Ricordo le domeniche pomeriggio d’inverno in quella parte del paese, la loro pesante malinconia». È una confessione tardiva, quasi trattenuta, fino all’ultimo, eppure mi sembra essere la chiave che tutti gli angoli e i punti di vista di questo libro – il processo, l’ambiguità della colpa, l’empatia della cronista – ci hanno lasciato sul tavolo.

Perché Dove abita il dolore non racconta soltanto il caso Farquharson – il padre che nel 2005 guida l’auto con i tre figli dentro un bacino d’acqua vicino Winchelsea, si salva, e viene processato per sette anni tra accuse di omicidio e ipotesi di tosse fatale. Racconta di una scrittrice che torna a casa per riconoscere, in una tragedia altrui, la grammatica del paesaggio della propria infanzia.

Il libro si apre come una fiaba sbagliata: «C’era un tale, gran lavoratore, che viveva in una cittadina rurale dello Stato di Victoria con la moglie e i tre figli piccoli». Ma è una fiaba che Garner sa leggere perché ne conosce il dialetto visivo. Quando percorre la Princes Highway con un’amica, entrambe ex mogli, cerca il punto esatto dell’incidente e lo trova più per istinto che per indagine: «Uno specchio d’acqua marroncina… una forma ovale, femminile, simile a una lacrima oblunga». Non è una cronista che osserva un luogo estraneo. È qualcuno che sa già cosa e come si fa lutto in quella pianura.

Prima ancora del bacino, prima delle tre croci bianche piantate «ad altezza ginocchio nell’erba tra la strada e la recinzione», c’è la strada stessa, ed è lì che Garner si tradisce. Percorrendola con l’amica, «Stavamo già filando tra i campi gialli di calendule del Capo, le recinzioni intervallate a tratti dai frangivento di cipressi scuri». Non è la prosa di chi arriva da fuori per raccontare l’orrore agli altri: è la prosa di chi quei cipressi li ha già visti mille volte, da bambina, dal finestrino di un’altra macchina, in un’altra vita.

Winchelsea, del resto, non è un simbolo, è un dato: «Avevamo una vaga idea che Winchelsea facesse seimila abitanti, e invece il cartello all’ingresso della circoscrizione ne indicava appena 1180». In un posto così piccolo, scrive Garner, «i fatti tuoi li sa chiunque». È in questa scala minuscola che si consuma il processo più mediatico d’Australia – ed è proprio la sproporzione, tra il paese di milleduecento anime e l’attenzione nazionale, a rendere il libro un romanzo di classe sotto la pelle ruvida della cronaca giudiziaria. Farquharson è un addetto alle pulizie, uno che si stava quasi costruendo la casa con le proprie mani prima che il matrimonio finisse. Al processo, scrive Garner, «nelle foto sembrava enorme… No, era basso e tarchiato. Con gli occhi gonfi». Poi, la frase che smonta ogni sensazionalismo: «Non so cosa mi aspettassi, però era un tipo qualunque. Un uomo».

Un tipo qualunque, in un paesaggio qualunque: è qui che il libro smette di essere un caso e diventa geografia morale. Al cimitero di Winchelsea, tra le lapidi, Garner nota «una girandola dell’Essendon» che gira sulla tomba dei tre bambini, lo stemma del Bob l’Aggiustatutto dorato, l’iscrizione «Figli amatissimi e adorati di Robert e Cindy». Non c’è ironia in questo dettaglio pop-provinciale, c’è tenerezza vera: la stessa che Garner riserva, mai dichiarata, sempre agita, al proprio passato in quei luoghi.

C’è anche, sotto la cronaca del processo, una diagnosi mai pronunciata per intero. Farquharson va da uno psicologo, il dottor Popko, per gli sbalzi d’umore che la ex moglie riconosce – lei stessa reduce da una depressione post partum – eppure lui ripete «No, non sono depresso. Sto benissimo». È un rifiuto che ogni provincia conosce fin troppo bene quello di non nominare il proprio dolore: nella pianura di Garner si tossisce, si lavora, si tace: non ci si permette diagnosi. Il corpo parla al posto della parola – «tossiva fortissimo e senza sosta verso la grata», ricorda un collega – e quella tosse diventerà, mesi dopo, l’unica spiegazione che l’uomo saprà offrire per una notte impossibile da spiegare altrimenti.

E poi c’è la casa che non c’è mai stata davvero: l’automobile. Poco prima della coda del libro, Garner immagina Farquharson al parcheggio del supermercato, il figlio più piccolo addormentato sul seggiolino, la radio accesa per ingannare l’attesa: «Questa bolla fatiscente di metallo e vetro è l’unica casa che ha da offrirgli». Una casa di lamiera, che diventerà bara nel giro di poche ore. Se il titolo italiano chiede dove abiti il dolore, il libro risponde con crudeltà geometrica: abita ovunque non ci sia più una casa vera – nel relitto di un matrimonio, in un’automobile che sprofonda, in un tribunale che l’epigrafe di Kosztolányi chiama, non a caso, «quella dimora della forza e del lamento».

Garner chiude il libro tornando, ancora una volta, al proprio territorio, non più come cronista ma come figlia di quella terra: «Il Barwon scorre tra gli argini precisi… L’aria è immobile e gelida… Non esiste futuro». È la sua pianura che parla, non solo quella di Farquharson. E allora l’ultima domanda del libro – con quale diritto piangiamo chi non abbiamo mai conosciuto – trova una risposta che nessun verdetto giudiziario potrebbe darle: «Ogni estraneo è in lutto. Ogni sconosciuto ha il cuore a pezzi… Ormai appartengono a tutti noi».

Anche i luoghi, in fondo, appartengono a chi li ha già pianti una volta. Si torna sempre alla pianura che ci ha fatti, anche quando si va a cercarvi il dolore di un altro: perché quella terra, quella malinconia bassa e ferma come il cielo sopra Winchelsea, l’avevamo già abitata prima ancora di saperne il nome.

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Autore

i.padovan@minima.it

Ilaria Padovan nasce a Pavia nel 1990 e lavora in consulenza a Milano. Suoi racconti sono comparsi su «Topsy Kretts», «Crunched», «Risme», «Turchese», «Grado Zero», «Yanez»., «Pastrengo», «Wertheimer», «Gelo». Si è classificata terza a «8x8, si sente la voce 2024». Ha tradotto dall’inglese per «Turchese». Collabora con Treccani, Il Tascabile, The Vision e Limina.

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