Ho appena chiuso il libro, un libro molto bello. E adesso, come sempre mi succede dopo aver finito un bel libro, resto lì per un po’, bloccata tra la voglia di ragionarci su e la voglia di non pensare affatto. Intanto il mondo fuori va avanti, la normalità è uno spettacolo intatto. Plin! Il messaggio di G. dice che Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Come spesso in questa contemporaneità schizofrenica, è l’ennesimo fatto di cui non capiamo le ragioni. Eppure, già pretendiamo di parlarne. La chat con G. va avanti per un po’, poi il discorso si sfalda, o meglio, manca la voglia di investire su un problema che si aggiunge ad altri milletrecento problemi, uno più un meno, le nostre vite continueranno e ci adatteremo anche alle conseguenze che ci saranno. Fosse scoppiata qualche mese fa, questa nuova guerra sarebbe finita nell’ultimo libro di Pecoraro, dico a G., quale libro, chiede, La fine del mondo, dico, di cosa parla?, chiede. In definitiva, della morte.
Nel pieno di una rivoluzione mondiale, quando il caos pare ingovernabile, si ha la tentazione di rintanarsi in una salvezza privata, nella propria stanza in compagnia degli oggetti, e lì appoggiarsi alle abitudini, aspettare l’apocalisse e insieme augurarsi l’apocalisse. È ciò che fa il personaggio di La fine del mondo (Ponte alle Grazie, Milano 2026, 368 pp.): ci parla da casa sua, situata a Roma nell’Ipotassi Urbana Cetomedioide, è lui a definirla così: “Viale delle Milizie – via Angelica [ma non sarà piuttosto viale Angelico? NdR] – lungotevere delle Armi, costituiscono il perimetro di questo brano di città, concepito come sottomesso a un centro geometrico”.
Un uomo vecchio, depresso, uno che legge, un osservatore, uno scrittore, uno spirito militante, curioso come un giovane, impaziente come un anziano, angosciato però lucido, talvolta irritato talvolta irritante, uno che disegna e dipinge, che scrolla, tutto l’anno a Roma ma l’estate in Grecia, insomma un “uomo del sottosuolo” in epoca social che sente incombere la fine di un’epoca e insieme, per ragioni anagrafiche, la propria fine. Dal suo loculo urbano riflette su di sé e sulle cose, sapendo di non avere cure da proporre, lo ammette: “Naturalmente io nemmeno riesco a immaginare società migliori di questa. Solo peggiori. Ed è ciò che negli ultimi 40 anni, a partire dai Novanta, con l’accelerazione dell’Undici Settembre, abbiamo fatto tutti: immaginare futuri peggiori. Finché Distopia, evocata da così tanto tempo, non è arrivata davvero e adesso, dicono, ci viviamo dentro e ci adatteremo.”
Quest’uomo compie lungo tutto il romanzo gesti e spostamenti minimi nel chiuso della sua cucina. Quasi non esce, giusto le commissioni attorno all’isolato – prepara la moka, scrive la lista della spesa, va in macelleria –; ma i suoi ragionamenti sono apertissimi e si spingono ovunque, dall’analisi storico-politica alla memoria personale, alle speculazioni filosofiche. E anche appunti, sogni, stralci di conversazioni, cose lette viste sentite sui libri e nel web, e poi tutto, tutto, l’architettura di Roma, i mali del capitalismo e i conflitti internazionali, divagazioni sugli inetti, le teorie del cosmo e Night in Tunisia di Sonny Rollins. Uno straordinario, straripante accumulo di pensieri rivolti al lettore per parlare a sé stesso, lo facciamo tutti d’altronde, comprese le contraddizioni e il ripetere qualcosa che non ricordiamo di aver già detto. L’Io si confessa, poi di colpo si pente di essersi scoperto troppo; e allora si traveste da voce in terza persona e parla di sé come non fosse lui, si descrive vedendosi da fuori (“L’uomo si era convinto che non esiste società umana completamente priva di forme di parassitismo.”) producendo in chi legge l’interessante percezione di un Io-non-Io.
È vero: “in un libro si possono certo raccontare cose superflue, ma non è lecito esprimere pensieri superflui” (Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte). Infatti, l’uomo in cucina parla, parla, ma la voce ha una qualità particolare: è quella di uno scrittore. I suoi discorsi hanno per noi un significato perché la lingua di cui sono fatti riproduce ed estremizza la bulimia informativa e la tendenza alla disattenzione dei nostri tempi, clic e via. Ognuno di noi è dentro questo procedere a balzi, senza requie e senza senso. Così, la vita e le opinioni del personaggio individuale, che di per sé non interesserebbero a nessuno, riesce a rappresentare anche il nostro sentimento del tempo. Con un’operazione metaletteraria, questa scrittura riproduce ciò che l’uomo in cucina chiama Flusso. È il nome che dà alla rete e alla moltitudine quotidiana di stimoli, dati, immagini, sollecitazioni, acquisti; ma di più, si riferisce a una condizione esistenziale cui non ci possiamo sottrarre, il sentirsi continuamente trascinati e inermi. L’uomo in cucina ha capito di non potersi opporre, lo dice, “è la natura del Flusso a impedirmi in primis di riflettere per bene su qualsiasi cosa, anche sul Flusso, se non per irrilevanti piccole illuminazioni di quando in quando, come appunto questa: è funzione principale del Flusso impedirci di riflettere sul Flusso.” E aggiunge, “il Flusso è la Società, dunque il Flusso è il Capitale, perché Società è Capitale, puro e semplice, senza più inutili inconcludenti antagonismi, anche se fingiamo che ancora ci siano.”
In questo senso il romanzo completa una sorta di “trilogia del disincanto” insieme a La vita in tempo di pace (2013) e Lo stradone (2019). Disincanto non come semplice atteggiamento psicologico, ma come esito storico di processi concreti — economici, urbanistici, politici — che investono tanto l’individuo quanto lo spazio costruito. Se in La vita in tempo di pace il protagonista ingegner Ivo Brandani nell’attesa in aeroporto rileggeva la propria esistenza e quella della sua generazione mettendo in luce il fallimento delle promesse di progresso del secondo Novecento, la linea proseguiva e si radicalizzava in Lo Stradone, costruito come un lungo monologo ambientato nella zona di Valle Aurelia a Roma, dove il personaggio principale, pressoché immobile nello spazio, attraversava decenni di memoria personale e collettiva riflettendo sulla città come organismo vivente e stratificato.
Ecco, questo ultimo lavoro amplia la direzione tracciata perché introduce un’attitudine più personale, meno combattiva, un tono da lunga ricapitolazione per la volontà di trattenere tutto o, al contrario, di svuotare tutto in una specie di lascito testamentario. “A cosa servissero queste confessioni non avrebbe saputo dirlo, perché dopo non si sentiva affatto più leggero, anzi.” La scrittura di Pecoraro trova in questo romanzo un equilibrio che pare uno stato di grazia: ritroviamo la precisione quasi saggistica del linguaggio, le cose scritte così come vanno dette, le punte di ironia; ma si aggiungono stavolta una linea di basso malinconica e degli assoli dal gusto più poetico, quasi delle concessioni senili (“Chiudersi all’interno, stanchi di esterno, di orizzonte, di infinito negli occhi e sopra la testa. Stanco di Giove, rosso e alto oltre la montagna, grosso immenso pianeta nell’aria vellutata della notte”).
In La vita in tempo di pace la disillusione si condensava nell’affermazione “Tutto il futuro che ha provato a vivere l’aveva deluso” e ne Lo stradone si traduceva in una frase definitiva: “questa città, dove ciò che deve durare viene distrutto, mentre ciò che andrebbe distrutto dura all’infinito”. Nel romanzo più recente Pecoraro esplicita ancor più la consapevolezza radicale della caduta delle illusioni: “Niente di ciò che abbiamo detto fatto pensato è restato valido, niente di ciò che abbiamo creduto vero è restato vero.”
L’uomo in cucina sa che il futuro è ristretto. Ha ottant’anni. “La vita si sta facendo dura nei particolari. Ogni giorno è una lotta tra come sono e come dovrei essere. Tra quello che voglio non-fare e quello che dovrei fare. Tra la temperatura delle mie gambe e la temperatura esterna.”
Morire, strana parola, non la si riesce a capire, a capire veramente. La prospettiva per lui è terrificante: percepisce l’orrore del suo corpo in decadimento. Allo stesso tempo ne è attratto: l’insieme degli organi, la relazione tra le parti, l’interno, la forma e le funzioni, soprattutto lo affascina il corpo disegnato. Assiste a lezioni di anatomia chirurgica (la corrispondenza con il dottor Marcello Ceccaroni è riportata nel romanzo), la precisione lessicale dell’anatomia attutisce la ripugnanza della caducità umana. Bocca, muscoli, viscere; siamo in definitiva un pezzo di carne, tanto quanto i pesci che l’uomo in cucina ammira per ore al mercato rionale; li disegna, li fotografa in “vari stadi di decomposizione”: a pagina 31, un grande occhio di pesce, liquido e triste, fatto di tre cerchi concentrici come l’obiettivo della macchina fotografica, come la sezione di un fucile.
Infatti, ci sono le immagini, nel libro. Soprattutto schizzi a penna e matita, ma anche alcune foto, una cartina geografica, la riproduzione di un quadro del Seicento tenuto tra i file del cellulare. Scelta forse non indispensabile allo sviluppo del discorso, ma perfettamente coerente con la postura del romanzo: come potrebbe essere altrimenti contemporaneo, in un mondo che scatta oltre cinque miliardi di fotografie al giorno? E d’altra parte, la routine dell’uomo in cucina è ormai fatta di video violentissimi visti sul cellulare, di cui nel libro leggiamo le ecfrasi. Scene di guerra, incidenti stradali o l’antilope a terra squartata dalle iene: non si può più farne a meno, sia perché la rete (il Flusso) ce li impone, sia per nostra stessa volontà di stimoli forti, la soglia si alza, nulla ci impressiona più davvero.
Scroll, scroll. “Subito dopo un video in cui un’incudine galleggia in un bacile di mercurio, poi quello in cui una nave si spezza in due nella tempesta, poi un pesce al rallentatore agguanta al volo un insetto, poi un uomo si tuffa in una piscina ghiacciata, poi un drone sgancia una bomba proprio dentro lo sportellino aperto di tank, non si sa se russo o ucraino o israeliano o cinese”: forse, più che il contenuto delle immagini che ci sfilano sotto gli occhi è la terribile incongruenza delle sequenze a dirci cosa siamo diventati.
La mia psicoanalista chiederebbe all’uomo in cucina, allora, cosa le dà gioia? E l’uomo in cucina direbbe: l’Acqua. Descriverebbe il mare greco a cui torna ogni estate per recuperare la propria dimensione di Uomo. Sudare, nuotare. Solo acqua è capace di riportarlo a uno stato sostanzialmente corporeo, abbandono liminale che per qualche tempo lo distoglie dal Flusso, dunque dall’idea della morte. L’anestetico funziona finché dura, e non basta, perché ciò che l’uomo in cucina tenta di sedare non è soltanto una inquietudine privata.
A noi che viviamo oggi in Occidente come spiegare ciò che sta accadendo, come nominare quel che sentiamo? Negli ultimi decenni molti intellettuali hanno tentato una formula che definisse l’esperienza contemporanea dentro la crescente complessità del mondo. Si parla di antropocene (Bruno Latour), la nuova epoca geologica in cui l’attività umana è divenuta una forza capace di modificare gli equilibri del pianeta; si parla di epoca della mobilitazione permanente (Peter Sloterdijk), una civiltà che spinge gli individui verso un continuo esercizio e adattamento; si parla di epoca dell’accelerazione (Hartmut Rosa) ovvero di una società costretta a stabilizzarsi solo attraverso crescita, innovazione e aumento della velocità sociale; oppure ancora di epoca degli algoritmi (Yuval Noah Harari), in cui si va ridefinendo il rapporto tra tecnologia e autonomia individuale.
La letteratura spesso arriva da strade diverse e dentro questo scenario, il romanzo di Pecoraro ci illumina con un’intuizione: che la vecchiaia sia di fatto una lente interpretativa della condizione contemporanea. Ovvero, che l’uomo contemporaneo anche i giovani e gli adulti, condividano oggi sintomi e tratti della vecchiaia, provando la stessa impazienza angosciata, l’incapacità di concentrarsi e l’affaticamento psichico, assediati dal tedio, dall’ansia, dalla sfiducia per il futuro.
Le affinità esistenziali si spingono anche, in senso opposto, nella modalità di una via di fuga: l’uomo in cucina considera la “vecchiaia come stato di ricerca di una calma, una condizione di non-dolore non-desiderio”; allo stesso modo, l’escapismo tipico dei nostri tempi alterna forme maniacali di godimento a una totale chiusura in sé stessi, con quarantenni che si sfiniscono di fitness e adolescenti sepolti vivi nelle loro camerette.
Nel romanzo non c’è trama, nemmeno consolazione. Ma questo lungo monologo, a tratti desolante a tratti ironico, che tocca tanti saperi e che sembra per il suo tono assertivo la spiegazione di tutto, è più che mai letteratura. Per questo il risultato è così potente: parla della verità delle cose senza la pretesa di possedere la verità dei fatti. E noi lettori, in questo libro, ci finiamo dentro. Ascoltiamo la voce di un individuo-personaggio che scrivendo si vede pensare, sa di immettere solo altri dati nel Flusso, eppure non ne può fare a meno, per l’urgenza dell’arte di creare un mondo oltre la sua fine, con una mano illuminare un angolo della stanza, con l’altra rovistare nel buio.
Francesca Zanette scrive e fotografa. La zona di confine tra parola e immagine è il territorio su cui indagano alcuni dei suoi progetti, ricerca che ha alimentato una serie di sue mostre recenti. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e in antologie, scrive di fotografia e letteratura su minima&moralia e Doppiozero. È autrice del romanzo 𝐷𝑜𝑣𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎, ed. Readerforblind, 2022.

Tremendamente contemporaneo, toccante fino al “ sottosuolo “, ironico e tagliente: letteratura.
Il Dostevskij del XXI secolo!