di Lorenzo Tomasoni
Nell’uomo dietro il campione, emerge il “margine di una ferita” che attraversa le bombe in Jugoslavia, Dio e Garcia Lorca.
Jugoslavia, 1993. Nella località sciistica di Kopaonik, sui campi da tennis con il terreno dilaniato dalle bombe degli aerei NATO, si sente una pallina che rimbalza, le corde delle racchette vibrare. C’è un bambino di sei anni, appoggiato alla rete che delimita il campo da tennis. Guarda seriosamente quella pallina andare di qua e di là, per un po’, e non dice nulla. La donna in campo, l’allenatrice Jelena Genčić, sta dando ai suoi allievi qualche indicazione sul movimento, la postura, l’altezza a cui impattare la pallina. Dopo qualche scambio, ad un certo punto Jelena lo nota. Gli occhi di quel bambino sono sempre fissi sulla pallina gialla. Ma sì, è il figlio dei gestori della pizzeria. Ehi, vuoi giocare? Lui resta in silenzio, continua a guardare intensamente solo la pallina gialla fra le sue mani. Jelena lo sprona ancora. Vieni dai, prova qualche tiro, forza. Il mattino seguente Djokovic si presenta per giocare. Tua madre ti ha preparato bene la borsa eh, gli dice Jelena. L’ho fatta io. Sono io che voglio giocare a tennis, non mia madre.
Basteranno pochi allenamenti perché lei si renda conto di essere di fronte a qualcosa di anomalo, un’attitudine unica, un talento naturale e spontaneo per il tennis. Probabilmente già da allora Jelena intuisce che quel bambino potrebbe diventare un campione, se ci si mettesse. Seguiranno anni di sacrifici, anni di debiti in cui la sua famiglia investe tutto quanto in suo possesso per permettere a quel ragazzo di tentare la strada sportiva. Trentatré anni dopo, nel gennaio 2026 e all’età di quasi trentanove anni, Novak Djokovic batte il numero due al mondo (oggi tornato numero uno) Jannik Sinner in semifinale dell’Australian Open, e nemmeno due giorni dopo, tenta l’assalto al suo venticinquesimo titolo Slam contro Carlos Alcaraz, aggiungendo un altro tassello ad un mosaico personale da tempo ormai esteso oltre ogni ragionevolezza, quello del più grande giocatore di tennis di tutti i tempi e tra gli sportivi più grandi nella storia dello sport. Che in finale non abbia vinto, poi, per quello che cercheremo di dire qui, non fa alcuna differenza. Proprio in questi giorni, Djokovic scenderà in campo ancora una volta, in cerca del quarto Roland Garros.
In questa storia però, come proveremo a dire, c’è qualcosa di più che una cronaca ininterrotta di trofei e record. Lasciamo il commento tecnico del tennis a chi se ne intende, e l’elenco delle sue vittorie impossibili a mandare ai matti gli statistici delle scommesse sportive. Quello a cui stiamo assistendo da tempo, è forse indicatore di qualcosa di più profondo e unico che va ormai oltre la “semplice” (non lo è mai) storia di un campione. Non è solo tennis. Non è solo sport. È quello che con la sua vita sta testimoniando l’uomo, Novak Djokovic.
È risaputo che siano spesso i dettagli della biografia di un individuo a determinarlo maggiormente. Non si diventa Dostoevskij se non si è anche stati di fronte al plotone di esecuzione, non si diventa Napoleone se non ci si è anche classificati tra ultimi posti al diploma all’accademia militare. Allo stesso modo, per vari e talvolta imperscrutabili motivi, non si diventa Novak Djokovic se non si è Novak Djokovic. Un evento decisivo, però, forse c’è.
Negli anni ’90, la Jugoslavia (che allora comprendeva quella che sarebbe poi diventata la Serbia) è attraversata da diversi conflitti. Nel 1999, quando Djokovic ha dodici anni, la NATO decide di bombardare la Jugoslavia per settantotto giorni consecutivi, con l’intento di fermare i conflitti in corso contro la popolazione del Kosovo. Il suono delle sirene, la povertà, i bombardamenti, segneranno per sempre l’infanzia e la vita di Djokovic, perché «quando tu sei in dubbio su ciò che arriverà domani, non solo per te, ma per la tua famiglia, la tua città e il tuo paese e se riuscirai a sopravvivere, allora affrontare un match-point non è così difficile». Novak Djokovic, il prodigio di tenuta mentale, l’uomo in grado di gestire intere partire da più di cinque ore sotto pressione e uscirne vincitore, anche quando ogni speranza sembra perduta e il pubblico è ostilmente contratto ai suoi dritti e rovesci mentre esplode a osannare ogni sventagliata dell’avversario, sostiene comprensibilmente che tutto questo è ben poco in confronto alla sensazione di poter morire da un momento all’altro, quando l’alternativa non è tra una vittoria e una sconfitta, ma tra la vita e la morte. Ecco allora che ogni campo da gioco si trasforma anche in un campo di battaglia. Ogni punto è un passo simbolico verso la vittoria (la vita) o la sconfitta (la morte). Perché la vera sfida che abita dentro Novak Djokovic, in fondo, non ha solo a che fare con il tennis.
Non è nemmeno con sé stesso, o meglio non solo, sebbene sia risaputo che il tennis viene definito “lo sport del diavolo” proprio perché le partite si giocano con o contro la propria tenuta mentale, piuttosto che con l’avversario dall’altra parte della rete, e ogni vittoria certa può trasformarsi rapidamente in una tremenda sconfitta. Osservando la sua carriera e la sua vita, così come le modalità di porsi rispetto ad esse, emerge come Djokovic combatta contro una ferita di opportunità, la ferita della guerra e della povertà, della morte, di cui il riscatto individuale è solo un aspetto. Ogni volta che Djokovic scende in campo, a scendere in campo è inevitabilmente anche quel bambino del 1993, a Kopaonik, che non potrà mai dimenticare del tutto gli eventi che lo circondano. Nonostante il successo. Nonostante il denaro. Nonostante i trofei.
Altrimenti, come molti giornalisti continuano a chiedersi, che motivo ci sarebbe di continuare ad avere questa fame di vittorie che lui dimostra ad ogni partita? Come potrebbe mantenere quello sguardo posseduto, diverso, di chi non ne ha ancora abbastanza? Novak Djokovic ha già vinto tutto, e più volte. Ha già dimostrato tutto quello che c’era da dimostrare, nella dimensione del visibile come in quella dell’invisibile, con in mano una racchetta e una pallina da tennis. Spingiamoci dunque ancora più in là: ciò contro cui Djokovic lotta è la ferita della morte, e lo fa scendendo in campo intriso di duende.
Duende è un termine spagnolo (proprio quella di Nadal e Alcaraz, sic!) pressoché intraducibile che letteralmente significa “spirito” o “folletto”. Un tentativo di definizione è stato messo in campo, tra gli altri, dal poeta GarcíaLorca nella breve conferenza Gioco e teoria del Duende del 1933: “Il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare. (…) Non è questione di capacità, ma di un autentico stile vivo; vale a dire di sangue; di antichissima cultura e, al contempo, di creazione in atto”. Ma insomma, davvero; che cosa diamine sta cercando ancora sul campo da tennis Novak Djokovic? Che cosa spera di trovare dopo l’ennesima vittoria che non lo abbia saputo saziare nei ventitré anni della sua carriera?
Il punto è che non è solo questione di essere bravi in qualcosa. In lui c’è una vibrazione che supera la mera abilità o il talento necessario per farlo. Attinge a qualcosa di diverso, di più viscerale e misterioso che gli permette di oltrepassare la soglia di ciò che sarebbe lecito attendersi dall’orizzonte delle sue possibilità. “Ogni uomo, ogni artista (…) sale ogni gradino della torre della sua perfezione al prezzo della lotta che sostiene con il proprio duende (…). Angelo e musa vengono da fuori; (…). Il duende, al contrario, bisogna risvegliarlo nelle più recondite stanze del sangue (…). Per cercare il duende non c’è né mappa né esercizio. Si sa solo che brucia il sangue come un tropico di vetri, che estenua, che respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili, che si appoggi al dolore umano inconsolabile”.
La verità è che c’è una ferita, dunque, dietro quella costanza e quell’ostinazione, quell’ossessione forse insana. Novak Djokovic combatte contro un’entità che va ben oltre la sua brama di vittorie e volontà di successo, e che li supera entrambi. È interessante notare che Djokovic, atipicamente, definisce sé stesso «un cristiano ortodosso prima che un tennista», e alla domanda per cosa gli piacerebbe essere ricordato in futuro, non risponde come si potrebbe pensare per i centouno (per ora) titoli vinti, per i ventiquattro (per ora) tornei del Grande Slam, per i record su record continuamente infranti, per la forza mentale, per la resistenza sportiva, per la capacità apparente di superare il tempo biologico, per le battaglie infinite sul campo da gioco. Anche, certo. Ma soprattutto sostiene che gli piacerebbe essere ricordato «come un bravo essere umano, qualcuno che ha ispirato gli altri attraverso la resilienza, la gentilezza e la dedizione incrollabile». Un modello di vita, dunque. La manifestazione di un modo di stare al mondo.
Se il duende è “evasione reale e poetica da questo mondo” tramite “un corpo fisico che lo interpreti”, e se questo Garcia Lorca lo accorda principalmente alla musica, alla danza e alla poesia declamata, tanto più può associarsi alla pratica sportiva. Eppure il duende è trasversale e supera le sue varie declinazioni. È un vero e proprio dialogo con la fine, con l’esaurimento e con una certa dose di incoscienza di sé, perché non si può ottenere, si può soltanto ricevere nell’attimo dimenticato dove la mente non pensa, ma agisce. È un rapporto con i demoni trascendenti, e non è possibile evitarne lo scontro: “(…) non arriva se non vede una possibilità di morte, (…) se non ha la certezza di dover cullare quei rami che tutti portiamo, che non hanno, che non avranno consolazione”. A manifestarsi nel sudore di quelle partite, a sprigionarsi da quei dritti lungolinea o dagli estenuanti sforzi necessari per rimanere competitivo contro avversarsi come Sinner o Alcaraz, la ferita inconsolabile emerge quanto più l’abisso di fronte a lui è aperto. Gli esempi che vedono Djokovic ribaltare pronostici e partite impossibili sono innumerevoli. Quando intravede una concreta possibilità di morte e rinascita, dunque, qualcosa in lui si incarna.
È risaputo che gli avversari di Djokovic si preoccupano soprattutto quando il pubblico, durante la partita, si scaglia contro il serbo. Sanno che ha una riserva di potenziale che si sprigiona proprio quando sente di avere qualcosa avverso per cui dover dimostrare le sue capacità e lottare. Per dimostrare a tutti che lui è il migliore, ma anche perché il duende non gli permette di fare altrimenti. Non sono cose, queste, che si decidono. Sono cose in cui si nasce. E lui qualcosa contro cui lottare l’ha sempre avuto, che fossero le bombe, la povertà, la responsabilità di dover sfondare per ripagare i debiti di famiglia, e poi il favore del pubblico o il pronostico, si è sempre sentito di dover dimostrare di più di quanto non avesse già ottenuto. Forse Djokovic è davvero ancora quel bambino che ascolta il frastuono degli aerei da guerra, forse ha in sé una riserva di terrore, bellezza e rivalsa che non si è ancora spenta e che continua a bruciare anche quando l’età avrebbe giustificato un ritiro oltre ogni ragionevole dubbio. Il tratto decisivo dello sport non è la vittoria, tanto meno la sconfitta: è soprattutto il processo che li separa, il percorso necessario a coprire quella distanza che spesso sembra impossibile, oltre ogni statistica e impresa. Ma Novak Djokovic vuole vincere soprattutto quando perde. Il meglio di sé, lo dà soprattutto quando è con le spalle al muro, e davanti ha ostacoli che tutti definirebbero come insormontabili.
Dentro di lui è sempre in corso la battaglia con il duende, e lui solo, quella grazia feroce che “ama il margine della ferita”, la abita e se ne alimenta, che si “incarica di far soffrire, per mezzo del dramma delle forme vive, e prepara le scale per una evasione dalla realtà che ci circonda”. Il duende è una forza che dialoga con la morte, che emerge dalla terra e dai piedi, e nella dialettica con la perdita, o presunta tale, trova la sua dimensione di realizzazione. Abita tutte quelle ferite da cui è impossibile liberarsi, e trasforma il dolore in energia, in spinta inevitabile.
Molto spesso Djokovic ha dimostrato di essere pienamente consapevole di avere alle sue spalle la forza di qualcosa di superiore che lo aiuta a raggiungere i suoi traguardi, e che non può controllare, quasi come fosse una sorta di predestinato: «A essere completamente onesto, quello che mi ha veramente aiutato durante l’incontro è Dio, e gli angeli guardiani. In quei momenti in cui non senti più le gambe, quando il tuo corpo si lascia andare, quando il pavimento sotto di te e il cielo sopra di te iniziano a girare, in quei momenti speri nella tua fede e ti affidi all’intervento divino. E probabilmente non crederete a quello che sto per dire ora, ma mi è capito molte volte nella mia carriera. (…) Prendo tutto questo molto seriamente. Credo davvero che ci sia la presenza di Dio in me».
Il fatto che Djokovic si ritenga un uomo religioso prima che un campione, come abbiamo detto, permette forse di capire in che modo si senta anche strumento e non fine, in quello che fa. Trae la sua forza dalla convinzione che dietro di lui ci sia qualcosa che, seppur nel suo necessario sforzo individuale, gli abbia accordato la possibilità di attuare la missione tramite cui si realizza come persona: essere il miglior tennista di tutti i tempi. Dopotutto, si sa, Dio non concede mai i desideri ma solo l’opportunità di realizzarli. È di questo Djokovic sembra essere consapevole ogni volta che scende in campo.
Sebbene il tempo resti forse l’unico avversario che alla fine la spunterà, non è solo per l’esito che il duende si manifesta, oppure per il traguardo, ma per la potenza nell’attimo. E la grandezza del presente di Novak Djokovic ci consente di dire che l’inevitabilità del tempo che passa può ancora aspettare. Djokovic si è deciso molto presto a diventare qualcuno che crede possibile ogni cosa, e per questo, la fa. Sebbene tutto abbia un limite, prima o poi, la differenza è che lui continua a spingere quella linea un po’ più in là, e questo gli riesce perché ha fede (in un senso ampio del termine) nelle proprie capacità, nella possibilità di superarsi dimostrandolo a tutti, così come nell’inevitabile necessità di un aiuto che è fuori da questo mondo.
Durante una celebre intervista (una delle poche concesse) al programma 60 Minutes del 2004, a Bob Dylan venne chiesto fino a che punto sarebbe andato avanti a suonare, e perché continuasse a farlo, dopo tutto questo tempo. Lui rispose: «Torniamo al discorso del destino, insomma… ho fatto un patto con Lui, con il Capo, sai, un sacco di tempo fa, per arrivare dove sono adesso. Sto cercando solo di ritardare la fine».
Per ora, anche il patto che Djokovic sembra aver fatto dentro di sé, con Dio o il duende, è ancora vivo. Per come la vede lui, immagino, ciò che deve fare su questa terra tramite lo sport, ispirare persone o fare loro del bene attraverso la sua racchetta da tennis, sportivamente e umanamente, non è ancora finito. Arriverà il giorno in cui anche Novak Djokovic dovrà cedere al tempo, allo spazio, all’età, e a tutto quanto per ora gli sta accordando ancora delle possibilità di realizzazione. Arriverà il giorno in cui il patto si sarà esaurito. Ma non è questo il giorno. Credo comunque che non sarà Novak Djokovic a decidere. Per il momento, il duende dentro di lui non ha ancora smesso di danzare.
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