di Salvatore Ditaranto
Se tre indizi fanno una prova, le tre citazioni in esergo al romanzo Cellulosa di Sofia Pirandello suonano come un avvertimento sulle intenzioni del suo testo appena pubblicato da edizioni e/o. C’è un verso sull’essere liberi, tratto da “Napoli al tempo di Re Bomba” di Herman Melville, un curioso stralcio dal saggio del gesuita Marcel Jousse “l’antropologia del gesti” e infine un dialogo sibillino preso da “La vita agra” di Luciano Bianciardi.
La storia del romanzo comincia a Trecase, frazione immaginaria della grande provincia italiana, un insieme di vecchie cascine da dove con una corriera e una coincidenza di un Intercity, ci si può allontanare verso Milano o Roma. Ad animare il villaggio ci sono tra gli altri Orlando, Pietro, Futura, Ida, Alberto detto Re Bomba e il Conte. Tra loro c’è chi sogna di restare per sempre a Trecase per comodità, chi ci è arrivato per necessità o per un progetto famigliare e chi invece vorrebbe scapparsene via appena si può. Per inciso: non è detto che altrove, nelle grandi città, troveranno quello che si erano immaginati e sognati: la libertà, un lavoro diverso, un amore con qualcuno che non si conosce da quando si è nati. Una nuova vita, insomma, o un nuovo inizio. Come a Trecase, infatti, anche nell’altrove (Roma, Milano o Città del Messico) niente è come sembra.
La particolarità di Trecase, frazione di Caino, è che pur trovandosi tra un bosco di faggi, un lago e una natura che non sfigurerebbero sui reel di Instagram non è ancora nella lista chilometrica dei borghi più belli d’Italia. Su Trecase, infatti, che è proprio una minuscola metafora di tanti comuni della enorme provincia italiana, incombe una grande minaccia: una fabbrica. È una cartiera per la precisione, che beve più acqua di tutti i residenti, sputa sozzerie e non vede l’ora di fagocitare ogni abitante in cambio di un lavoro. Un posto sicuro, si direbbe. Ma in realtà di sicuro non c’è niente. La cartiera, infatti, è la vera antagonista del romanzo: borbotta e ride in una pagina, mentre in un’altra tossisce fuori nuvole di fumo, ha le vene intasate di una tabagista incallita che della morte se ne frega e per questo sarà tra gli ultimi a tirare le cuoia. La cartiera è un mostro, ha un’anima da serpentessa, e al suo interno la cellulosa viene maciullata, tritata, epurata, raffinata, sbianchita, compressa, igienizzata e di tanto in tanto, come è nella sua natura, esige un sacrificio. La belva uccide chi ci lavora.
Una piccola divagazione e una precisazione: anche se l’Inail ha confermato che in Italia nel 2025 ci sono stati 792 morti sul lavoro, e nei primi sei mesi del 2026 sono già 342 (quasi due persone al giorno, e fa niente se le fiaccolate sulla sicurezza si fanno solo con gli slogan anti immigrati), bisogna puntualizzare che il romanzo Cellulosa non è sulle morti bianche e silenziose. Il libro di Sofia Pirandello è anche una storia sul futuro che arriva a sorprendere i sogni di qualsiasi persona, specie quelli di età inquieta. E siccome a volte sono veri e propri incubi, che si desidera cambiare, Cellulosa è a tutti gli effetti un romanzo di trasformazione.
Non a caso, quando i protagonisti si convincono che è sbagliato un paese che, per una ragione o per l’altra, manda a morire di lavoro i propri figli, chiudendo ogni giorno per ore nella gabbia della belva, e quindi quando quelli rimasti prendono coscienza che la cartiera ha dichiarato loro guerra e vuole farli a brandelli, ecco che si accende una scintilla di vendetta e rivalsa. L’idea è di trasformare l’ennesima insurrezione di parole in un piano che possa spianare la strada ad un qualcosa di nuovo e diverso. Chi si immolerà e cosa si farà per cambiare un futuro colmo di minacce in una scommessa?
Uno dei protagonisti pensa che “tutti loro in fondo hanno subito lo stesso trattamento della cellulosa, sbianchiti e tritati al punto da diventare fogli docili e incolori, raccolti, impilati, pressati in bobine e risme anonime. Lo diverte l’idea che a Trecase anche gli umani siano fatti di acqua e carta. Vuole regalare l’opportunità di un imprevisto, di un cammino alternativo. Come materia infiammabile nelle mani di un prestigiatore, possono trasformarsi in un prodigio, chissà”.
In Cellulosa il prestigiatore, oltre a Re Bomba, è chi ha scritto il romanzo. L’autrice Sofia Pirandello ha preso una storia intinta in un ricordo personale e l’ha trasformata in un testo che ipotizza un sogno di rivolta collettiva. La vicenda è raccontata come si narrano certe storie di provincia, quasi a voce, con le parole che danzano a ritmo dei fatti e che scompaiono per mostrare i sentimenti più coraggiosi, ma anche certi maldestri modi di fare che sfociano nella comicità. Ogni capitolo è pieno di contrappunti di strane vicende: curiose infanzie benedette dal vino e bambini abituati sin da piccoli a mettersi in pericolo e giocare con il fuoco. Ma a Trecase giocare con il fuoco non è solamente una metafora, Alberto detto Re Bomba, infatti, si chiama così non a caso: conosce tutto su petardi, superzeus, miniciccioli, mortaretti e fuochi d’artificio. E quando arriva l’ennesima vittima della cartiera il primo pensiero è quello di vendicarsi.
Nel romanzo c’è una fortunata metafora: gli individui sono paragonati a dei fogli di risma, e tutti sappiamo quanto può essere infido un semplice foglio, la carta è tagliente scrive Sofia Pirandello a rimarcare la similitudine. Noi sappiamo anche che ci sono dei fogli, e qui mi riferisco non agli individui ma ai libri, che quando sono vergati di particolari frasi e parole, possono provocare cortocircuiti sia nei cuori che nelle menti di chi legge. Ed è nel finale, che sorprende, che si intuisce come proprio certe storie, scritte o raccontate nei romanzi, anticipano o accelerano i cambiamenti, con tutto il loro carico esplosivo. Non è quello che spesso cerchiamo e vogliamo ci succeda con i romanzi? E Cellulosa è uno di quelli, con tutta la forza del racconto di una divertente insurrezione di parole che si trasforma in un radicale progetto di cambiamento.
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