Che Lawrence Osborne non goda dei favori della critica è al contempo, ai miei occhi, un dato di fatto praticamente ovvio e un’anomalia. Se non sorprende, è perché lo scrittore inglese, pubblicato in Italia da Adelphi, non brilla certo per lo stile; ha poco da offrire, insomma, a chi alla letteratura chiede ricercatezza nella scelta delle parole, soluzioni non banali nell’utilizzo delle figure retoriche, raffinatezza nella costruzione della frase, complessità nell’architettura della trama e via dicendo. Di tutto ciò, Lawrence Osborne non sa che farsene: a lui importano solo le storie; e ne scrive di ottime, dimostrando, se non qualità letteraria, una grande padronanza degli strumenti narrativi, che gli consentono ad esempio di creare tensione con un’efficacia e con una naturalezza fuori dal comune.

Al pubblico però le belle storie piacciono, e infatti i suoi libri vendono bene e vengono talvolta adattati per il cinema, in film a dire il vero finora parecchio brutti ma che sicuramente gli hanno dato la soddisfazione di vedere attori del calibro di Ralph Fiennes o Colin Farrell interpretare i suoi personaggi. (Lawrence Osborne è rimasto abbastanza soddisfatto da aver fondato una casa di produzione cinematografica, Java Road, per portare sul grande schermo altri suoi romanzi.) Per converso, delle storie la critica letteraria non sa che farsene; e infatti lo scrittore inglese non vince premi letterari, è poco citato e anche meno commentato, e sulle riviste letterarie più prestigiose i suoi libri spesso non vengono neanche recensiti.

La critica letteraria probabilmente farebbe bene a dare maggior credito alle storie (invece di darne solo alle belles-lettres per poi lamentare il calo dei lettori), ma questo è un discorso che porterebbe lontano; basterà qui spiegare perché farebbe bene a dare maggior credito alle storie di Lawrence Osborne. È presto detto: lo scrittore inglese è il maggior cantore del viaggio nel mondo contemporaneo. Ho appena usato un termine scivoloso, che sarà bene chiarire: fedele alla lezione di Salvador Dalí, secondo il quale è inutile sforzarsi di essere contemporanei, perché nessuno può non esserlo, volente o nolente, Lawrence Osborne non è uno di quegli autori a cui piace spiegare i tempi che corrono a chi legge. Insisterò su questo: lui si limita a scrivere storie; se poi queste raccontano con tanta precisione il mondo, è a partire da ragioni anagrafiche e biografiche.

Nato nel 1958 a Londra, studia a Cambridge e ad Harvard, ma non apprezzando troppo l’ambiente accademico preferisce trasferirsi a Parigi, e dopo qualche altro trasloco, a New York nei primi anni Novanta, dove pian piano riesce a farsi un nome come giornalista. Il New York Times lo manda in Thailandia, in Nicaragua, in Marocco, il Newsweek in Libano, il New Yorker in Papua Nuova Guinea; scrive reportage da ogni parte del mondo. Intorno al 2011 lascia il giornalismo, abbandona anche New York e va a vivere a Istanbul, per poi stabilirsi definitivamente a Bangkok, per dedicarsi alla letteratura. Sono posti dove la vita costa meno: il tempo è la risorsa più importante per uno scrittore, e lì può disporne in abbondanza senza correre il rischio di andare in bancarotta.

Negli anni Ottanta e Novanta della formazione e dell’affermazione di Lawrence Osborne, tanti autori viaggiavano per il mondo e facevano poi la fortuna dei loro editori scrivendo libri sulle loro esperienze; basti pensare, tanto per restare nel catalogo Adelphi, a Bruce Chatwin o Alberto Arbasino. Nel 2011 che segna il suo passaggio dal giornalismo alla letteratura, quel tipo di scrittura è già divenuto praticamente inconcepibile; lo scenario è completamente cambiato. Certo, “il viaggio non è più quello di una volta” è un motivo vecchio quanto il turismo. Sempre per restare nel catalogo Adelphi, se ne trova un curioso esempio in ciò che scriveva nel 1965 Ennio Flaiano nel “Diario degli Errori”:

«Non è vero che la facilità delle comunicazioni accresce la capacità di conoscere, o affini la cultura del viaggiatore. Anzi la facilità di trasportarsi da un luogo all’altro ottunde il valore della sorpresa e ci offre come acquisite le conquiste che un tempo si dovevano lungamente desiderare. Il pellegrinaggio non è tanto nel raggiungere la meta, ma nel raggiungerla con quel conveniente lasso di tempo che permetta di agognarla, e di farne veramente lo scopo spirituale del viaggio. Chi con un’ora di volo e due ore di automobile raggiunge Delfi guarderà il tempio di Apollo e l’auriga con l’occhio avido del passeggero che può, nella stessa giornata, permettersi un altro traguardo. Oggi le città sconosciute appaiono al viaggiatore come quartieri della sua stessa città mai visitati e di cui vale soltanto controllare le risorse di ospitalità e le offerte di piacere, non essendoci quasi mai tempo per vederle come mondi nuovi, per accostarvisi con una carica di meraviglia e di amore. Gli aeroporti sostituiscono le cattedrali, gli alberghi le abbazie, e lo shopping la conoscenza.»

Il nuovo millennio però ha portato con sé novità tali da amplificare la tendenza descritta da Flaiano in maniera radicale, fino a trasformare il mondo nel famoso “villaggio globale”: un vero villaggio, perché attraversarlo non è mai stato così semplice, falsamente globale, perché a tenerlo unito sono a ben vedere soltanto l’economia e le grandi multinazionali. La facilità del viaggio odierno non è che il successo dei social network, degli affitti brevi, dei voli low cost, delle piattaforme per prenotare un hotel o un passaggio in auto, uguali ovunque e per ciascuno. Nessuno torna più da un viaggio arricchito o, figuriamoci, migliore; è tutto così ben predisposto per un’esperienza priva di frizioni, che vivere qualcosa di autentico o trasformativo è pura utopia.

Così, protetto e perfettamente integrato attraverso mezzi artificiali, il viaggiatore s’immagina d’esser visto così come lui stesso si sente e si auto-rappresenta, senza rendersi conto d’essere soltanto un estraneo, circondato da persone con valori, credenze e abitudini molto distanti dalle sue. Fintanto che l’illusione persiste, sarà se non altro al sicuro; perché accorgersene spesso vuol dire aver vissuto un’esperienza dolorosa o traumatica. È questa la grande differenza tra una critica come quella di Ennio Flaiano e la posizione di Lawrence Osborne: alla fine poco importa se i viaggi si sono fatti più insignificanti, il problema è che comportano una visione del mondo illusoria eppure in qualche modo necessaria, perché liberarsene vuol dire quasi sempre essere finiti in seri guai. È esattamente ciò che accade ai protagonisti dell’unica raccolta di racconti di Lawrence Osborne, “L’angelo in fiamme”, tradotta da Mariagrazia Gini.

Alcuni di loro viaggiano per lavoro, altri per piacere. Alcuni sperano di trovare qualcosa nel luogo in cui si recano, ad altri basta il fatto d’essersi lasciati alle spalle quello da cui provengono. Tutti si trovano, a un certo punto della loro vita e per le ragioni più differenti, in un luogo che non conoscono e a cui non appartengono. Bufford ha perso il lavoro; Angel ne sta cercando uno; Isra e Clive sono due giovani avvocati in vacanza; Beth è una psicoterapeuta che in passato ha fatto un grave errore; Cassidy è una ricercatrice, intende realizzare il primo dizionario di una lingua remota mai studiata; Alice è un’entomologa, vorrebbe scoprire una nuova specie.

Lawrence Osborne usa sempre più o meno lo stesso schema: introduce i suoi personaggi già in viaggio, solitamente al momento del loro arrivo a destinazione; si prende un po’ di tempo per presentarli meglio; nel frattempo tratteggia con abilità la novità e la peculiarità dell’ambiente in cui si trovano, affidandosi molto all’uso dei nomi della flora autoctona o dei piatti della cucina locale; infine trasmette un senso di isolamento, che si trasforma gradualmente prima in inquietudine, poi in pericolo. A partire dalla medesima struttura nascono racconti molto diversi tra loro, che possono prendere la prevedibile piega della crime story o quella più inattesa della ghost story. L’impressione è che nello spazio breve del racconto Lawrence Osborne si trovi ugualmente o forse anche più a suo agio rispetto al romanzo. Per i lettori, è sicuramente una perfetta introduzione al resto della sua opera; e forse, per i critici, potrà anche essere la dimostrazione più compiuta del fatto che le storie dello scrittore inglese contengono un’intera teoria del viaggio nel mondo contemporaneo.

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Autore

g.nicoli@minima.it

Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.

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