di Claudia Putzu
Foto di Alexander Grey su Unsplash
Loto di luce, luce di loto, brilla nel buio, gira e rigira, loto che luccica, luce che gira!
«Io sto andando» dice alla vicina ottantenne, cipolla grigia legata con un fermaglio occhio di tigre, che prosegue nella sua cantilena. Loto di luce, luce di loto, brilla nel buio, gira e rigira, loto che luccica, luce che gira! Quando esce non sa se le sta bene il nuovo taglio, o la frangia poco più corta, altezza sopracciglia. Frizione, cambio in prima, acceleratore, c’è un posto di blocco sulla strada per arrivare da lui. A dargli il suo nome è stata proprio lei, si ritrovavano le sere a bere infusi al cardamomo, aromatizzati con gocce d’arancia. Natalia era stata dimessa da un pezzo, dal ciclo riabilitativo, di progressi ne aveva fatti, ma aveva confessato, all’unica amica rimasta, di non riuscire a liberarsi di quel sogno ricorrente, si erano rivelate inutili le benzodiazepine prescritte dal dottore dopo l’incidente. Nessuno gliene aveva parlato prima, l’uomo era stato radiato dall’albo degli psichiatri a causa dei metodi poco ortodossi nella pratica dell’ipnosi. «Solo lui può aiutarti» l’anziana lo sussurrò come un segreto mentre lo zampirone si spegneva, disperdendo il profumo.
L’agente mostra la paletta rossa. «Accostare, per favore» scandisce l’altro, col megafono. Lei abbassa il finestrino, per fortuna la patente e il libretto non li dimentica mai. Intanto che li controllano, l’incendio in lontananza è sempre più visibile.
«Prego, signorina, e mi raccomando, guidi con prudenza, guardi laggiù».
Le fiamme hanno divorato l’erba secca delle colline, ma non c’è da preoccuparsi. Il suo studio è dalla parte opposta, a ovest, dove il cielo è pulito e si vede Venere. Nell’antico Egitto, il pianeta veniva chiamato “stella del mattino”, un altro modo che abbiamo noi occidentali per riferirci a Lucifero. Nelle incisioni figura con grosse ali, la testa di fenice o airone – per molti popoli sono creature simbolo di rinascita, la prima si purifica nel fuoco e dalle sue ceneri rinasce come sé stessa, ma nuova al contempo; il secondo oltrepassa confini tra cielo, terra e acqua, non prima di esser dimorato nell’oscurità: «Senza una fase di tenebra, non vi è cura» glielo disse durante uno dei loro primi discorsi.
Il portone è aperto, di sera alla reception non c’è nessuno. Lo sente scendere dalle scale e appena compare sotto la lampadina, si dice che è vero, somiglia sempre meno alla foto sul curriculum che un anno e mezzo fa le ha girato via mail. Per esempio, ora emergono piccole fossette ai lati della bocca quando la schiude: «Eccoti, sei pronta?». Entrano.
Natalia affonda nel divano in velluto. Il camino scricchiola e suona un requiem. «Perdonami, spengo subito», preme stop e la puntina del giradischi si stacca dal trentatré giri. «A meno che non ti piaccia Verdi». Nega; ridono. Sa benissimo cosa deve fare, lui comincerà a parlare, lei chiuderà gli occhi e dovrà abbandonarsi al suono della sua voce: Hai bisogno di entrare in uno stato profondo di rilassamento, ma non avere paura, io sarò al tuo fianco. Ti fidi di me, Natalia? Guardandola, quasi dimentica la sagoma minuta che era quando l’ha incontrata. Nel buco di pochi metri ereditato da suo padre c’erano solo un tavolinetto e nessuno dei dipinti oggi sul muro, il camino intasato di fuliggine. «Vediamo, hai letto la mail?». Annuì. «Molto bene, quindi sai già tutto». La fece accomodare su un divano allora malridotto. Natalia si trovò la gomma piuma in mano, c’era un enorme buco. «Tranquilla, era già così. Non preoccuparti».
Fuori c’è vento. Con il palmo le sfiora le ciglia che sbattono poi si uniscono, per un riflesso involontario. Non ti capiterà niente, rispondimi prima: ti è piaciuto l’ultimo libro che ti ho prestato?
Era davvero bello: si apre con l’immagine delle onde del mare che impattano sulla scogliera, sotto un cielo rosato, l’aria salmastra che agita le palme sulla riva. Una ragazza è sulla spiaggia, un signore passa. Lo nota, come nota quello sguardo puntare i suoi seni, fissare le coppe del costume allentate. Con la sinistra, l’uomo si sfiora il petto, la destra tiene la manina della figlia. Una bimba stupenda, con le treccine bionde, occhi chiari, stringe una bambola. Se facesse scorrere le mani su quella pelle delicata, arriverebbe in un attimo là sotto, nella parte che la piccola tocca di fronte alla mamma, pregandola di non lasciarla giocare con lui senza però venire ascoltata. Lo dimenticherà qualche anno dopo, o smetterà di pensarci. Fino alla festa della maturità. La scelta è ovvia, una casa con piscina per soli dieci euro in più a testa; lei si siederà sullo scalino rivestito di piastrelle azzurre, si offrirà di cederlo al compagno dell’ultimo banco, corpulento e con le pupille dilatate per l’erba fumata qualche ora prima, che le dirà:
«No, ferma. Non vorrai lasciarmi qui da solo». Lei non risponderà, sentirà solo polpastrelli estranei raggiungere la vita e non avrà modo di fare nulla quando si ritroverà rivoltata pancia in giù, infilzata da dietro, e aspetterà che lui finisca, senza gridare aiuto, e sarà costretta a sentire il suo nome ripetuto varie volte:
Natalia, Natalia, Natalia.
Sospira, sbatte contro lo schienale. Natalia, una mano raggiunge il ginocchio, ma quella mano la conosce, sono qui. Piove appena. Ora fammi entrare nel sogno con te. È sempre lo stesso, vero? Cominciamo. L’ombra che danza sul muro è femmina. Lingue puntute le smuovono i capelli, la abbracciano, inghiottono, poi la sputano. Senti i grilli?
«Sì»
Significa che ci sono le stelle. L’ombra è fuori dalla finestra, dall’altro lato della porta gialla. Ma rifiuti di alzarti: il tuo corpo è pieno di graffi, gli stessi che le fiamme sperano di cancellare dal corpo nudo dell’altra donna, legato a un palo, tra le sterpaglie. Mi hai raccontato delle lenzuola, bianche come la seta, come le margherite che sbocciavano al posto degli steli bruciati. Che fiori puri, le margherite non hanno il profumo delle rose. Si alza, schiaccia la sua testa contro il cuscino e le si sdraia sopra, sussurrandole nell’orecchio:
Ti piace l’incenso? L’ho scelto per l’occasione: menta e rosmarino, come le mattine di primavera e tu hai l’odore del prato verde, dell’erba appena recisa.
«Il metodo» le spiegò all’epoca «consiste nello sfruttare l’allucinazione, ma non basta; l’esperienza necessita di essere fisica». Di volta in volta Natalia migliorava il suo tempo di permanenza nello stato ipnotico; seduta dopo seduta cominciavano a delinearsi contorni sempre più netti. Lui la toccava, stabilì che era pronta il momento in cui gli afferrò la mano tra le scapole, dove si trova adesso. La ragazza aggrotta la fronte.
Cosa vedi? Dimmi.
«La Madonna, lì, chi ce l’ha messa? Non vorrei mi vedesse così. Ma tanto è fredda e di gesso, somiglia a quella che nonna teneva sul mobile in salotto, tra le mani ho il crocifisso che mi ha regalato per il compleanno. Se pensasse alla bambina che giocava nei giardini, sulle altalene legate agli alberi, e ha rinunciato alle margherite per le ceneri, non implorerebbe la Madonna di trarla in salvo. Invocherebbe piuttosto demoni pagani di donne bandite dal regno di Dio, per la vergogna, su lande dove tu non oseresti avventurarti. Voglio alzarmi dal letto e che te ne vada».
Ebbene, vieni, facciamo una passeggiata, prima che io ti abbandoni e tu debba lasciare la stanza. Apri la porta gialla. Ci sono le stelle?
«Sono coperte dal fumo».
Senti il camino, il velluto sotto le mani, la schiena, le mie gambe distese, le tue piegate. È andato via, chi ti ha fatto del male, dici di non amarlo, ma menti. Mi domando per quale ragione piangi chi ti ha ferita. Ora cosa vedi?
«Individui incappucciati spuntano dai cespugli».
Ripeti con me, sono solo un effetto collaterale della luce.
«Sono solo un effetto collaterale della luce. Spariranno tra non molto, quando i vortici di fumo soffocheranno la luna e si spegneranno i lampioni».
È lì che devi arrivare. Dove sprofonderai nel buio e rinascerai all’alba. I lampioni sono ancora accesi.
Entra il vento dalla finestra, le fiamme nel camino sono agitate. La paziente che lo aveva denunciato, davanti al giudice fece il nome di suo padre. Gli aveva raccontato ogni dettaglio delle violenze che replicò su di lei mentre era stesa sul lettino. Fu assolto e il genitore accusato, ma per non macchiare la reputazione del programma, lo cacciarono. C’è un limite che non si può superare, gli disse il Direttore. Nell’antico Egitto, Venere era chiamato Tioumoutiri, “colui che attraversa o è attraversato”, o l’astro che intimidisce gli altri per la sua forza e luminosità da fare paura all’Altissimo: nella tradizione cristiana, Lucifero, figlio dell’Aurora e di Astreo, angelo semidivino, fu scaraventato negli inferi, accusato di superbia dalle Sacre Scritture per un errore di traduzione.
«Se non fossi andato fino in fondo si sarebbe uccisa. E chi deve sta scontando la pena».
«Non spetta a noi liberare le persone».
Lasciò la struttura inoltrandosi in un inverno gelido e oscuro. L’ottantenne bussò alla porta giorni dopo con un fiore di loto in mano, al centro aveva un cuore giallo simile alla fiamma che danza sulle fibre di una torcia.
«Un pensiero per un nuovo inizio, figliolo», e sparì nella notte.
Natalia graffia il cuscino «Non riesco a vedere di là dalla coltre di fumo. Vorrei abbracciarti ma brucia la ferita che mi hai lasciato sul ventre».
Non si è accorto, le ha inferto un taglio proprio dove lei dice.
«Gli individui incappucciati sono a pochi passi da noi, sembra di sentirlo di nuovo, il sangue, ricomincia a scorrermi dentro. La croce si avvinghia tra le dita come una serpe, si intorpidiscono le costole».
Cos’è che vuoi sapere?
«Chi dopo amerà le crepe di un corpo trafitto da mille frecce. Le sue mani, le avevano toccate e subito guarite. Promettimi che ce ne saranno di nuove, che non morirò».
Ricordi la prima volta che sei capitata nel mio studio? Ho promesso che ti avrei protetta. Fidati di me. Nel cono disegnato dal fuoco non troverai luce. Copriti gli occhi.
«Chiuderò gli occhi e magari non sarà così atroce, sapranno perdonarmi le stelle, anche loro collassano a milioni di chilometri di distanza, ho più pena per te, per il fardello che porti addosso, i tuoi terremoti sotterranei li ho sentiti ora che mi sei entrato dentro, non c’è confine tra noi».
È nel sogno con lei.
Non è l’ultimo che mi hai affidato il mio libro preferito – lo guarda –, bensì l’altro, per la cittadina, in primis, simile a quella dove sono crescita, con le strade ricoperte di sampietrini. Dove c’è gente a tutte le ore del giorno, con tanti muretti su cui sedersi, per esempio quello dietro la chiesa, un posto nascosto. Arrivarci a mezzogiorno e attendere la sua venuta. Vederlo arrivare, vestito con dei jeans blu e una camicia di lino bianca, da indossare solo la domenica in chiesa, ma lo fa per quella ragazza che cammina spesso da sola e si perde ad annusare le margherite, con la sbadataggine di chi gli cade sempre tutto a terra. Lì è l’occasione per mettere in atto un copione di frasi a effetto e sfoderare sorrisi che si protrarranno nelle passeggiate notturne, sotto le finestre spente di casette basse, dalle mura sottili, dove si sente ogni cosa, e si viene a sapere in pochissimo tempo delle scappatelle nei campi e della testa ingenua premuta tra milioni di vermi: gli occhi dietro le finestre giureranno di non esserci stati.
«Torniamo all’ombra che brucia».
Non è lei che brucia, sono io. Dal palo li vedo tutti, i colori, ocra, terra, petali blu come errori nell’oro dei campi, mi fanno paura le cose che guardo, non stelle filanti dei carnevali, dei pomeriggi trascorsi a nascondersi tra i gambi alti, il ronzio delle api che volteggiavano tra i pistilli, ma corpi incappucciati che davanti a me hanno svegliato la ragazza sul letto, tra lenzuola bianche come la seta, come le margherite che qui hanno lasciato il posto a steli bruciati. Non dovrebbero intonare canzoni tristi, lei non ha nulla da temere. Può finalmente riposare.
I due sono sull’uscio della porta gialla, col palmo Natalia gli sfiora le ciglia che si chiudono, poi gli stringe la mano; si sente un rumore di pioggia lontana, le fiamme crepitano nel camino, risalgono nella canna. Sono uno accanto all’altra, addormentati.
***
Claudia Putzu nasce nel 1998, a Roma, dove insegna nella scuola primaria. È traduttrice e editor: per le Edizioni Arcoiris e Mar dei Sargassi ha portato in Italia, rispettivamente, la raccolta di racconti Uccidiamo Laura, della dominicana Sandra Tavárez, e Vladimir, dell’argentina Leticia Martin; testi da lei editati sono usciti su L’Appeso, L’Equivoco, Degrado, Minima et Moralia, Grande Kalma; e micorrize: qui è apparso il suo Storie fallite; il primo inedito, I cani lo sanno, è stato pubblicato su Kairós. Nel 2026 ha fondato La fuga. Non le piace scrivere, preferisce prendersi cura dei testi degli altri.
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