di Lorenzo Zerbola
Poi torna nel paese in cui è cresciuta, prendendo all’ultimo l’ultimo treno da Milano centrale, con due borse, una valigia e lo zainetto della Vans davanti sulla pancia.
Cambiando a Novara, scrive che il treno è abbastanza in orario, ricevendo quasi subito come risposta una faccina sorridente e poi un pollice alzato. Con due piccole spinte del dito verso l’alto scorre almeno due anni di saluti, rispondi?, sei arrivata?, stiamo per rordinare che pizza vuoi?, ok telegrafici e foto di parenti sconosciuti e neonati cui negli anni ha risposto sporadicamente ma che per la maggior parte delle volte ha del tutto ignorato.
Blocca lo schermo che diventa nero e per un attimo ci si vede riflessa. Poi alza lo sguardo.
Scendono a fermate intermedie tre ragazzi con borsoni da calcio. E le sfocate immagini che sfilano di campi capannoni autostrade dovrebbero ricordarle in un certo senso casa – e che alla prossima fermata deve scendere, è quasi arrivata. Ma mostrando il biglietto le sembra quasi che si veda, insomma, che traspaia qualcosa da come il controllore la scruta e un uomo con la faccia tatuata la guarda.
Scesa in stazione, si ritrova immediatamente stretta in un abbraccio. È più basso di lei di almeno una spanna, forse un po’ di più ultimamente, pensa, se riesce a dargli un bacio arrivando quasi alla nuca. Con la coda dell’occhio, intanto, vede la gente scansarli a fatica, un trolley deraglia, qualcuno dice qualcosa. Per questo slaccia le mani dietro la sua schiena mentre lui invece la trattiene ancora un po’ prima di stringere un’ultima volta, allontanarsi per guardarla tenendole le mani sulle spalle, sorridere, prenderle lo zaino e dire: «l’auto è parcheggiata là, nei parcheggi bianchi», come a marcare la differenza con tutte le altre in soste vietate, compresa quella dei carabinieri.
Le carica i bagagli. Lo lascia fare. Anche perché direbbe qualcosa sul fatto che non saprebbe come sistemarli nel baule già ingombro di scarponi, corde, sacchi a pelo, elmetti e altre robe per andare in montagna. Sente che le sta dicendo qualcosa, ma non ci fa caso. Guardando l’enorme pubblicità sul cartellone di Grandi Scuole, recupera 3 anni in 1!, dà un’ultima boccata e butta la sigaretta a metà per terra prima di entrare in auto.
A un certo punto però sente chiederle: «Giulia, m’ascolti?»
La radio spenta e lei assorta, distratta dai disperati messaggi di gente cui non ha comunicato nulla riguardo la sua fuga. È comunque sabato sera, pensa. E infatti eccoli a chiederle insistentemente se può sentire lei magari il tipo con la coca buona, ché l’altro non risponde.
Visualizza, ignora, e poi: «scusa», fa Giulia bloccando lo schermo, «cos’hai detto?»
«Chiedevo cosa succede».
Lei dice: «non è niente, non è niente».
«Va bene», fa lui senza troppo insistere, «puoi rimanere quanto tempo vuoi, lo sai».
«Grazie pà».
«L’importante è che stai bene».
«Sto meglio ora».
«Bene».
Sara sforza un sorriso, una smorfia: anche volendolo, non riuscirebbe a parlare oltre. Si rigira verso il finestrino. Altri cartelloni di Grandi Scuole sfilano lungo la provinciale. È normale in questo periodo di fine anno, di bocciature. Ma Giulia non riesce a trattenersi dal dire: «facile così».
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Passerà dunque così l’estate: triste e sudata in un lettino Ikea. Anziché su quell’isola in Grecia di cui ora non ricorda nemmeno il nome, come avevano programmato più di due mesi fa e senza spuntare l’opzione rimborso: clic che nel processo di prenotazione sarebbe stato come dichiarare un cattivo presagio, far scoppiare tutto prima di provarci per l’ultima volta. E quindi avevano pure scelto i posti vicini sull’aereo, pagandoli qualcosa come sette euro e cinquanta in più a testa.
«Chissà chi ci si è seduto ora» pensa Sara a mezza voce.
Non è nostalgia, né rimpianto. È solo noia. Si sente scomoda e si rialza dal letto.
Forse non ha più senso ora ripetere una cosa che faceva con lui, da sola non può funzionare; o forse sì, ci ripensa –in fondo era per lo più lei che insisteva. Su una chat con se stessa (in alto il suo numero di telefono, tra parentesi un tu confidenziale e in basso la strana possibilità di segnalare lo spam) si scatta una foto. E come in un post o un vecchio diario descrive l’evento più rilevante di oggi: un video, visto per caso, di un cane che riconosce dall’odore il padrone, reduce dell’Afganistan, sfigurato e quasi irriconoscibile. Sara pensa di aver pianto – o forse era sudore, era il caldo.
Poi nient’altro. Mangiare coi suoi, guardare il tg, rispondere ai messaggi delle amiche del paese che si rifanno vive – ma stavolta al di là di ricorrenze, compleanni, reunion nostalgiche con tanto di gruppo whatsapp dedicato per l’organizzazione di semplici cene al ristorante– probabilmente dietro avvertimento di sua madre, che fa finta di niente.
L’altro giorno l’ha sentita in cucina dire a suo padre: “è sempre stata permalosa […], e poi ti dice che vuole tornare a casa, che Milano la stanca, […] arriva e si chiude in camera, […] non si può dir niente in pratica quando c’è lei, […] è così ingombrante”.
Ha stretto i denti come li stringe ora, chiusa in lenzuola super colorate, stiratissime, digrignando: «cheppalleperò», asciugandosi le guance e gettando lì vicino da qualche parte sul letto il cellulare, «star così di merda».
Se solo si potesse, si farebbe asportare la coscienza, se solo si potesse – piuttosto che provare questo abbattimento liberatorio, questa noia deprimente, la resa dopo la resa che non riesce ancora a non chiamare sconfitta e provarne l’irriducibile senso di colpa.
A tavola quasi non tocca cibo.
Lo vedono anche loro che arranchi.
Ma perché sei uscita lo stesso se non riesci a sostenere nemmeno la più minima delle conversazioni?
Non ha potuto farne a meno, tua madre, di dirglielo che sei tornata, di sputtanarti. Il risultato – quando sei a casa e tutti lo sanno che non sei uscita – è che ti senti davvero più sola. Poi in un qualche modo ti sei convinta, avresti anche potuto divertiti con loro, le amiche del cuore, come diceva tua madre quand’eri piccola.
E invece preferiresti mangiare pietre piuttosto che parlare adesso. Per questo fai caso ad avere sempre la cannuccia dello spritz tra i denti quando hai paura che ti chiedano qualcosa. Ma non lo fanno. E per questo motivo ti offendi, invece.
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Le sneaker le ha lasciate a Milano, sua madre porta due numeri in meno e la prima Decathlon è a trenta minuti d’auto con la tangenziale.
Nell’armadio trova delle vecchie Nike di quando andava a pallavolo. Prima di provarle, però, guarda dentro entrambe le scarpe per paura che ci sia un ragno. Ci infila il piede, comunque timorosa. Calzano ancora. Dopo quanti, boh, quattordici anni? Quando tutti le dicevanoche si era sviluppata precocemente e lei nemmeno capiva (fino a quando la sua prima psicologa – una povera stronza in realtà – non le ha spiegato che i suoi irraggiungibili orgasmi derivano proprio da quel periodo di tette ingombranti in seconda media, di sguardi arrapati di tredicenni puntati sul suo corpo; questo corpo; «questo corpo qui» replica, ma a distanza di anni, tastandosi la pancia e pizzicandola fino a farsi quasi male).
Giulia si allaccia le scarpe blu e gialle ignorando sua madre ripeterle la solita tiritera estiva dei telegiornali che a fine programma, in un servizio riciclato, sconsigliano qualsiasi attività fisica durante i picchi di questo caldo anomalo, africano (simile al 2003, dicono rievocando così la loro vacanza in Sardegna, e per questo mamma è così preoccupata al ricordo di quel periodo in cui rischiava di svenire di continuo su una cala deserta e assolata).
Le uniche cuffie che ha trovato, di un vecchio walkman del fratello più grande, con la semicirconferenza di metallo e la schiuma di spugna sfibrata, non riescono a coprire l’abbaio immotivato dei cani dai recinti di casette color pastello cui passa davanti correndo. E Giulia si chiede se un giorno dovrà chiederle indietro, le sue che ha lasciato a Milano; o lasciar perdere, forse è meglio – sì, per ora è questo l’unico modo per andare avanti, lasciar perdere, si ripete accelerando il passo.
Attraversa la strada e prende via Caduti di Nassirya, stando il più possibile a lato e seguendo il marciapiede che pian piano si assottiglia fino a scomparire.
Dove le avrà lasciate però? Forse sulla mensola del corridoio. Si ricorda che le aveva viste mentre stavano litigando.
Un camion. Due macchine. Un uomo che la guarda dallo specchietto retrovisore.
“Se siamo stati per così tanto tempo insieme”, è riuscita a dirgli arresa e sincera quell’ultima volta che hanno parlato sottovoce seduti per terra in corridoio con le gole squarciate, le lingue rotte,“ è per tuo padre che stava male e il fatto che io non conoscessi ancora nessuno qui a Milano”.
Incrocia la provinciale e prende Via case sparse, che dopo poco diventa sterrata.
È quasi stupido e insignificante, così poco drammatico pensare alle varie piattaforme di streaming di cui condividono ancora l’account (zero due zero otto duemilaventuno, un modo come altri per ricordare l’anniversario – sono stati insieme tre anni, quindi – e non dimenticare la password che da giorni vorrebbe modificare, come per dirgli cheda qui in avanti non vuole sapere più niente di lui. Meglio evitare, si ripete).
Ma se fosse lei la protagonista, si immagina, di una di quelle serie che guardavano semiaddormentati a letto, vestiti per non prendere freddo, diceva, ma in realtà per non scopare, la telecamera la inquadrerebbe lontana, simmetricamente al centro di questo stradone da cui lei ora sfugge all’improvviso, tagliando per campi fossi cespugli – scene di lei confuse e agitate delle sue gambe nude lacerate dai rovi, e in sottofondo il suo respiro ansante, scucito, come di continue apnee interrotte.
Non ricorda più chi dei due abbia detto per siglare la pace, l’armistizio dell’ennesimo litigio, l’addio: “potremo anche provare a chiederci scusa un giorno, ma non sarà mai più come prima”.
Giulia si ferma. Riprende fiato, piegata sulle ginocchia, con lo sguardo fisso a terra. Il vero distacco avviene ora, all’improvviso, insieme al pentimento e la preoccupazione per quei video che lui tiene sul cellulare. E senza pensarci troppo su, con un messaggio lo prega di cancellarli, rispondendo così al suo ultimo ma quindi siamo ancora fidanzati oppure no? di qualche giorno fa.
In fondo è stata lei a lasciarlo, cedendo per prima, come in quel gioco da bambini in cui perdi se ridi guardandoti fisso negli occhi. Ma scrivergli, ogni volta, è come farlo di nuovo, da capo.
Appena prima di ricevere la risposta – sta scrivendo… – Giulia blocca il numero e si rimette a correre. Non riuscirà a guardare il cellulare per le prossime sei ore.
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Si prende del tempo fumando due sigarette di fila che la fanno sentire più agitata di prima. Affacciata sulle scale che portano al piano terra ripete: «papà» due o tre volte e poi: «mamma?», pur sapendo che è al lavoro, alzando sempre di più la voce per accertarsi non ci sia nessuno in casa.
Si risiede. Prima di accedere si guarda un attimo in videocamera. «Che cesso» dice ravvivando i capelli e sistemandosi la frangia.
«Scusi il ritardo, mi sente?» chiede a un’immagine sconnessa che le risponde: «non preoccuparti», e senza nemmeno salutarla aggiunge: «dove ti trovi?».
Involontariamente Giulia si guarda attorno. Poteva almeno mettere uno sfondo qualsiasi, invece i vecchi poster alle sue spalle tradiscono facilmente la sua adolescenza, come pure le foto delle amiche storiche incollate al muro con i tvb e i tv1kdb scritti sopra con il bianchetto.
«A casa dei miei».
«E perché sei tornata?»
Giulia non sa che rispondere. Da tre settimane non si vedono perché lei latita le sedute con scuse sempre più inverosimili. Si sente forzata.
«Scusi un secondo», fa Giulia, «devo andare in bagno».
«Prego» fa la psicologa alzando appena lo sguardo dal taccuino su cui sta scrivendo.
Seduta sul cesso, Giulia strappa in minuscoli pezzi la carta igienica (ha lasciato il cellulare di là), e per giustificarsi, sperando si senta dall’altra stanza, tira lo sciacquone sette otto volte. Legge le etichette dei detersivi, dell’ammorbidente, del Parodontax di suo padre.
Torna quando il tempo a disposizione pensa sia ormai finito.
«Mi sono lasciata con Nicola e non avevo altro posto dove andare» confessa alla psicologa, che risponde: «va bene Sara, ne riparleremo la prossima volta».
Fissando la data per il prossimo appuntamento, Giulia insiste: «non avevo via di scampo» cercando qualcosa come un’assoluzione, un conforto, e ricevendo solo un «ne parleremo mercoledì prossimo, buona serata», con il risultato che le rimane tutto in gola adesso. E vorrebbe esplodere. Ammettere finalmente di aver cominciato mesi e mesi prima a cercare altre sistemazioni (constatando di non poter ambire nemmeno a singole in quartieri lontanissimio minuscoli monolocali con divani come letto), facendo attenzione ogni volta a cancellare la cronologia delle pagine prima di andare a dormire, baciarlo, spegnere la luce, e poi a lungo nel buio premeditare.
Era soprattutto un problema logistico, si diceva per minimizzare.
E solo dopo aver pianto e aver pagato con l’app la fattura da sessanta euro – sconto distanza –, Giulia decide che per prima cosa smetterà di farsi passare i soldi per la psico dai suoi, intanto. Un modo come un altro per frapporre distanze.
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Sulla chat con se stessa si rimanda un meme: sovraimpressa a una modella con scuri occhiali da sole e la posa da diva, la scritta: o la borsa o la vita, e sotto: sì, la vita, ma la borsa ridammela.
Eppure, avrebbe dovuto scrivere dell’odore che ha riconosciuto di casa, come da bambina a casa di altri. E invece altro meme: quando lei ti chiede che cosa siamo e capisci che il periodo di prova gratuita è terminato.
Notifiche di gente che le scrive da Milano, senza però sapere nulla della situazione – perché sono amici nuovi che lui non ha fatto in tempo a conoscere e lei un po’ nascondeva, e quindi non possono sapere se non da Giulia, che tace. Ma non riuscendo ad essere prestante come al solito, – da qualche parte in lei è come se qualcosa si fosse incrinato per sempre – risponde banalmente: tutto beneeee e tu?
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Ma sono giorni che non vede né sente nessuno. E papà non conosce, non ha mai usato parole come manipolazionee abuso. Tende a dargli un senso più immediato, circoscritto a un atto che a momenti non sa nemmeno pronunciare, poi si decide: «ti ha violentata?»
«No papà, non mi ha violentata» – nonostante tutte le volte, pensa, che si è sentita obbligata tramite bronci ricattatori a scopare; e forse era proprio quella sua svogliatezza a eccitarlo, il dolore, l’attrito secco del buco non lubrificato, lo sperma e la merda sulle lenzuola appena pulite, come per sfregio.
Gli spiega quanto fosse un gesto più continuo, non esplicito, ma sordo e dilatato nel tempo, e che, come allora, non riesce a dimostrare – un odio per lei che l’amava sempre meno, ed era come se la volesse punire per questo, pensa, farla soffrire perché non riusciva a farla godere.
Suo padre incede, ha un dubbio. Pensa che Sara stia esagerando, che drammatizzi eccessivamente, e sfodera un sorriso fuori luogo, bonario, che la offende.
Giulia tace di colpo e lo guarda. Si chiede se anche suo padre, da maschio, abbia mai fatto le stesse violenze a sua madre, e per un attimo teme. Ma poi gli fa: «Pà, devi ascoltarmi, ti prego».
Come a svegliarsi di colpo, con quegli occhi chiari puntati, dice: «sì, scusami, non volevo, è che non riesco bene a capire».
Giulia ripete. Si svuota. Ma lentamente, come il pisciare con la vescica piena che fa male, che scoppia. E pian piano sente che la fa stare meglio questo provare e riprovare a dire la sua indecisione di mettersi insieme fin dall’inizio, le sue incertezze continue, il senso di colpa e il covid che li costringe, in un certo senso.
Parlando, scopre come anche i suoi genitori non siano sempre stati convinti del tutto. Ma soprattutto sua madre – e Giulia pur sapendolo ci rimane male a sentirlo dire da suo padre.
«Ma è normale» dice suo padre sempre comprensivo, fin troppo secondo Giulia, «succede a tutte le coppie».
E come quella volta che le erano spuntate delle lentiggini sulla schiena, è sorpresa dal somigliare in qualcosa a sua madre.
«Ti ricordi, papà?» gli chiede per avere conferma di quella notte in cui, bambina, s’era alzata per andare in bagno e lo aveva trovato da solo in cucina con la luce accesa, e le aveva chiesto: «perché sei sveglia, tesoro?». Perché solo ora, dopo più di vent’anni intuisce cos’era probabilmente successo. Avevano litigato. Voleva lasciarlo.
Giulia scoppia a piangere. Suo padre le tiene forte una mano. Poi parlano d’altro.
Hanno fatto dei lavori in casa in questi due anni in cui lei non è quasi mai tornata. E ci è rimasta male, confessa, nel vedere ridipinto lo stipite della porta su cui erano segnate le altezze come traguardi.
«Mamma ha voluto così la cucina nuova» – cucina in cui Giulia ora non trova manco le posate, e deve aprire tutte le ante e i cassetti per trovarle. Non riesce ad abituarsi.
Il codice del nuovo antifurto invece è due zero cinque sessantatré, «compleanno di mamma» suggerisce suo padre, che le promette, «ma prossima volta», di spiegarle come funziona l’app che apre e chiude le tapparelle.
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Mamme nonni bisnonni e babysitter tra centinaia di zaini enormi di cartoni animati sconosciuti, e lei spersa che prova a riconoscere la nipote fuori dalla scuola.
Niente, non la trova. Si agita. Nemmeno questo è capace di fare?
Entra, chiede indicazioni sulla 2B a Franco, storico bidello, che non la riconosce. Non capisce quasi più niente ormai, poveretto.
Ma non serve dire altro, sua nipote è lì, la vede fuori dall’aula. Tutta sospettosa s’attacca alle gambe delle maestre. Hanno più o meno la sua età, sono nuove– precarie come lei, sospetta Giulia –, e soprattutto preoccupate. Chiamano suo fratello per avere conferma: «Alice può tornare a casa con…?»
«Giulia, sono la zia» dice, ma con la convinzione di quella che compare a malapena a Natale e senza mai regali oltretutto (è suo padre a pensarci, a firmare gli auguri da parte di tutti, e con la stessa e riconoscibilissima grafia). È probabile che sua nipote non si ricordi nemmeno bene il suo nome. Anzi, ne è certa. Ma sospinta dalle maestre si avvicina e dice: «zia… Giuli».
Ora camminano a due metri di distanza sulla via principale del paese, ma a ruoli invertiti: la nipote dietro come a controllarla. Attraversano questo scenario di tir parcheggiati davanti alla scuola, il poli ridipinto di verde fluo, il cimitero in cui c’è nonna – magari andrà a salutarla dopo –, fino a quando Giulia non propone un gelato al bar in piazza, quello dei tossici a fianco del benzinaio.
Su sedie di plastica appiccicose, Giulia addenta un Magnum double caramel e sua nipote un inaspettato Liuk che gliela rende più simpatica, ma poi scarta la liquirizia.
«Si mangia questo» fa Giulia.
«Sì», dice, «ma io non lo voglio».
«Fa’ come vuoi», e si alza per andare a pagare.
Poteva immaginarlo non prendessero la carta. Disinvolta, più o meno, guarda il cellulare, si cerca nelle tasche. «La borsa è fuori sul tavolino» dice uscendo. Prende la nipote per un braccio e con passo affrettato la riporta a casa.
«Vuoi un caffè?» le chiede suo fratello grande sulla porta.
Non riesce a dire di no, a opporsi, e il massimo che può fare è chiedere: «ce l’hai deca?»
«Credo di sì».
Ma entrando in casa sente quasi subito di cadere in un imbroglio. E infattiil «come stai?» viene chiesto con il solito tono grave e preoccupato da vicemadre.
«Bene, dai» fa lei distratta dai cartoni animati su YouTube della nipote. Ma a sentire il suo nome pronunciato, «Giulia…», con quei puntini sospesi, beve il caffè in un sorso e: «scusa, ma devo andare» dice afferrando al volo la borsa sul divano.
Più tardi, camminando per le strade del paese, sente in tasca vibrare.
Nonna è nell’ala sinistra, in fondo
Ma perché non hai pagato i gelati?
Giulia sbuffa e scrive: Prego comunque, mettendo un cuore al primo messaggio.
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Tra vecchie schede lasciate aperte trova: come sopravvivere a. E le prime opzioni che esconodalla barra in altoripuntando il cursore sono: /a un ambiente di lavoro tossico/a un matrimonio imperfetto ed essere felici/alla terza guerra mondiale/.
Niente che la riguardi.
Ma aveva aperto Chrome per altro. E cercando i sintomi di psicosi su siti, lo sa, discutibilissimi, trova narcisismo maschile patologico e si dice: «merda ma sono io in pratica»
(con la stessa serietà con cui di solito apprende le profezie del suo oroscopo legge: il soggetto – lei – tende a creare relazioni con la vittima – lui – intermittenti, precarie o instabili).
Andando avanti, scorrendo, capisce: il peggio che poteva capitare con uno come lui, vergine e per di più ascendente capricorno – persona tenace ma insicura –, che non faceva altro che ripeterle: “Giulia, tu non accetti il confronto”
(e il sito la scruta approva conferma).
Ma cosa pensava di ottenere litigando fino alle quattro o cinque del mattino? E se i vicini sentivano, lui urlava ancora più forte. Forse metterla alle strette, portarla al punto in cui si sarebbe tradita, avrebbe ammesso che. Ossia oltre alle frasi dolci dette a denti stretti, ai pompini falsi, accondiscendenti, e ai bacetti di riconciliazione nauseanti – più per accontentarlo, gestirlo, anche se per poco tempo
(il sito dice: e annullare così il partner, invalidare le critiche sull’anaffettività del narcisista, sulle sue reiterate mancanze).
Dopo, infatti, scopriva l’inganno. E lei non ha mai litigato tanto. Anzi, non aveva mai litigato. E non capiva nemmeno cosa avesse scatenato il dissidio. Sul suo telefono, ancora adesso da qualche parte, atroci registrazioni inascoltate.
Bastava dire “Torino non è male” o “non sarebbe male” – discutere su quale tempo verbale avesse utilizzato –, ed essendoci stata mezza volta poi, per il Club to club, al Lingotto tra l’altro, manco in centro, che l’accusasse di voler trasferirsi e dicendo: “così mi destabilizzi, cambi idea sempre, continuamente”
(i narcisisti sono caratterizzati da un comportamento volubile).
Non stava male a Milano, stava male con lui. Era questa la verità indicibile che negava: “non è vero che non voglio star con te, solo che Milano è troppo grande e mi sento sola qui, non ho nessuno”
(dunque è questo il gaslighting: mentire, ma a metà, perché non si riesce ad ammettere? Eppure, qualcosa non torna se lui rispondeva: “ma ci sono io qua con te”, talmente sincero da farle venire un nodo alla gola, perché non dovrebbe essere suo questo comportamento isolante. Boh, in fondo è solo un blog come un altro, si dice Giulia scorrendo la pagina).
L’abbracciava, stringeva, e diceva come un lamento: “perché non ti lasci amare?”. E lei soffocava, come se quelle sue premure fossero un ostacolo, insidie che era arrivata a odiare – che stronza –, tanto da trattarlo di merda a volte.
Bastava poco, un tono di voce, una piccola sospensione ed ecco che lui cercava il confronto. Nuove e altre questioni: il suo gruppo di amichetti e lei relegata nel sottogruppo delle fidanzate; lei che comincia a uscire con altri; lui sveglio ad aspettarla fino a tardi – «a proiettare insicurezze» gli diceva – gelosie, detto altrimenti a luci spente – dall’altro lato di quel letto.
E lei alla fine che accenna una ricerca Google su come sopravvivere a tutto questo mentre tutto ripeggiorava. Soprattutto dopo che era morto suo padre. “No, non puoi lasciarmi proprio adesso”. Ma l’ha fatto. Ha dovuto farlo. Doveva farlo
(ma allora la manipolazione del senso di colpa a chi appartiene dei due?).
“Giulia, tu non accetti il confronto”.
Ora respira, riemerge pian piano. Apre e riapre Instagram continuamente, come a spalancare il frigo per guardarci dentro, ma senza fame, o scopo, semplicemente boh, niente
(queste persone hanno in genere un grande vuoto dentro).
Chi è che gliel’aveva detto? Non ricorda, ma poteva immaginarselo che non avrebbe mai potuto funzionare con un segno come il suo, maledetto sagittario che a Torino non ci andrà mai, lo sa, – lo diceva per esigenza di spazio, respirare – e si sente sempre in dovere di essere socialmente fantastica, euforica, anche quando dentro si sente morta
(o per vecchie ferite narcisistiche?)
e lui odiava sta cosa: “perché con gli altri, eh?”, diceva, “ti diverti e con me invece sei sempre noiosa?”
L’ascendenza, comunque, pure conta. L’avrebbe già fatto se solo le fosse venuto in mente un nomignolo migliore, ma non sa proprio in cosa modificarlo. E così si arrende a quello scelto su Instagram più di dieci anni fa, ormai ci si identifica in quel Giuliascendente_cancro, e ci si appiglia disperatamente
(incapace di accettare il fallimento).
Ad ogni modo potrebbe guardare quel grande vuoto, sottolineato e in blu sul sito, cliccare e aprirlo in una nuova scheda, e capire finalmente cosa vuole dagli altri. Ma saranno anni ormai che non si guarda dentro. E poi le bruciano gli occhi, ha le iridi troppo chiare per riuscire a guardare a quest’ora della notte il vuoto, e senza occhiali da riposo.
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Dicendo «mi manchi» scoppia a piangere in videocall con Giada, la sua amica che sta a Berlino ormai da due anni, ma che permane nella schermata di blocco del suo cellulare – non sa se vicendevolmente, ma non le importa.
Decidono che andrà a trovarla a Natale e passeranno insieme Capodanno.
Poi parlano a lungo di tutto. Della bellissima casa di via Menotti in cui vivevano insieme. Delle ex-coinquiline pazze. Del casino che facevano scopando. Di quando una era entrata in cucina con la figa che ancora le gocciolava di sborra e non se n’era accorta – «ma secondo me sì, l’ha fatto apposta» sostiene Giada. Di Giulia che scopa in balcone con un tipo disgustoso. Di Giada che scopa con la sua ex e dimentica la porta aperta. Della festa che avevano fatto per la fine del contratto di casa con una serie di personaggi improbabili e imbucati. Di Giada che ora si trova bene a Berlino anche se è stato difficile all’inizio. Di Giulia che ancora non l’ha perdonata per essersene andata (subito dopo è andata a convivere, e sotto sotto vede una correlazione, una partecipazione alla colpa).
Ma è tardi e Giada deve finire assolutamente «delle robe per domani».
Restando collegate – «ti prego, io mi guardo Kiki consegne a domicilio intanto», il suo film preferito, «e giuro che sto zitta mentre tu lavori invece, dai ti preeego»–, Giulia s’addormenta poco dopo davanti allo schermo in una posa assurda. Prima di chiudere la chiamata Giada le fa uno screenshot orrendo che le manda come sticker e scrive: buona notte streghetta.
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“E ora?” si chiede indecisa su quale tramezzino prendere dal distributore lungo il binario 3 di Milano Centrale.
È appena tornata da Lodi, dove ha accettato una supplenza di due settimane in una scuola media.
«Maternità?» ha chiesto in segreteria.
«No, malattia» le ha risposto gravemente Roberta, la segretaria, porgendole il contratto.
Sostituisce un part-time – 9 ore, due classi, tre giorni a settimana. Per questo motivo nessuno ha accettato e le graduatorie sono scese fino a lei. Ma c’è la possibilità che le rinnovino il contratto fino al termine delle lezioni, come le hanno suggerito i colleghi che ha fatto appena in tempo a conoscere nei corridoi, e fa comunque punteggio. Inoltre per lei sarebbe la prima volta che prende una cattedra per un anno intero.
Da Milano non è difficile arrivarci. Da casa dei suoi, sì. Impossibile andare e venire in giornata. Ha calcolato il tragitto migliaia di volte su Googlemaps e pure sul sito di Trenord per essere certa. Quindi ha chiesto, ha trovato: si appoggerà da questi suoi nuovi amici con cui dormirà insieme nel letto – ma se preferisce le lasciano il divano in sala: vedrà.
E poi, a quanto pare, si libererà una stanza tra novembre e dicembre, a casa di amici di amici di amici – Giulia non li conosce, meglio – ed è in zona sud, tra Corvetto e Rogoredo. Per tre e trenta al mese spese escluse va benissimo lo stesso. E poi è perfetta con i mezzi per Lodi.
In un certo senso tutto sembra funzionare, ma Giulia non ha il coraggio di dirselo. E continua a chiedersi: “ora però, cosa dovrei fare?”, riflessa nel finestrino di questo treno che si muove incerto su un gomitolo di binari e che per oscuri motivi cigola e si ferma poi in mezzo al niente, indeciso su come proseguire.
Col cellulare già in mano per altro fa una foto al proprio riflesso. Un sussulto, lo stridio delle ruote sui binari – e lei che scrive: sostieni questa fragilità, nella solita chat con se stessa che è diventata un diario ormai. Sostienila, scrive, puoi farcela.
E le scappa uno starnuto immenso.
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L’immagine di copertina è opera di Federica Mariani.
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