di Andrea Pauletto
Pubblichiamo un estratto dal romanzo Furgonauta di Andrea Pauletto, uscito per 66thand2nd. Ringraziamo editore e autore.
Qualità.
Se la si guarda con attenzione è di ottima fattura, la strada. Soprattutto l’Autostrada del Sole, a tuo avviso. Di notte è ancora meglio, esatta. L’asfalto somiglia a una roccia magmatica lavorata a fresa. Gli operai in bilico sui ponti o aggrappati alle pareti delle gallerie è come se ti proteggessero. Un tempo dai cavalcavia i ragazzi lanciavano i sassi la notte. Ora no. Asfaltisti e manutentori notturni emigrati da chissà dove vigilano sulle arterie di tutto il paese, attenti a non lasciarsi sfuggire nemmeno un granello di sabbia. Ti piacerebbe passare del tempo con loro, mangiare prosciutto e frutta secca in corsia di emergenza o a cavalcioni sul jersey, guardare tutto da un altro punto di vista, coi loro occhi, gli occhi dei figli della Madonna di Orte, protettrice dei viaggiatori.
Chissà cos’hanno nella testa mentre stendono il catrame o ciondolano dall’alto. Si svuotano delle preoccupazioni e, come te in pieno stato allucinatorio, a un passo dal delirio psicotico, si nascondono nel loro personalissimo mondo interiore. Tu rifletti sia in corsia di sorpasso che in piazzola di sosta mentre ti svuoti la vescica contro la fiancata del Man. Pensi senza un attimo di tregua a quello che sei stato e a quello che sei diventato, un utile idiota. A volte sembra ti manchi una porzione di cervello. Sbatti le nocche sulla testa come fossi stato partorito da un macchinario industriale. Somigli ai personaggi ebeti dei telefilm o a quelli dei cartoni animati – ancora più scemi – che ammiravi da piccolo quando fingevi di avere la febbre e te ne stavi a casa da scuola senza rotture di palle, solo e beato.
Segui i tornanti, superi il cimitero ai piedi di una delle colline dietro casa. È inquietante visto da sopra, con le fiammelle delle candele che ondeggiano come soffiate dalle anime dei morti. I lampioni illuminano a giorno il paesaggio, escluse le lapidi e le croci di marmo che sovrastano le tombe delle famiglie più ricche della zona. La maggior parte di loro si è fatta una nomea di livello grazie al mercato nero, al contrabbando e ad altre cose di cui è meglio non parlare. Certe cose è giusto che stiano tra i campi, i rami degli alberi e i morti.
La dogana è deserta. Le sbarre sono alzate, sia di qua che di là. Ci potrebbe passare chiunque e in qualunque momento. Non trovi il coraggio di varcare la soglia. Guardi il cellulare: ora di tornare, prepararsi e ripartire. Hai fatto tardi e il responsabile, che non si è ancora fatto sentire, ti ammonirà quasi sicuramente o, come dice lui, segnalerà ai piani alti il ritardo e tu non dirai o farai un beneamato cazzo. Abbozzerai e, se necessario, ti farai licenziare accontentandoti del miserabile assegno di disoccupazione; almeno sarai finalmente libero da questa situazione avvilente, come diceva tua nonna quando le galline non facevano le uova e l’insalata faticava a crescere: «Avvilita! Avvilita! Sono avvilita, caro il mio figlio dell’uva!».
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