di Caterina Panetta

Mi presento, sono una tiara. Sono fatta di oro bianco, diamanti e perle. Nasco nel 1907 a Parigi, per un matrimonio importante, quello tra Marie Bonaparte e con il Principe Giorgio di Grecia e Danimarca, avvenuto a Parigi, in rue d’Iena.

Le foglie che si intrecciano lungo la mia fascia frontale richiamano gli antichi diademi con spighe di grano, o foglie di quercia e di alloro, con cui venivano rappresentante le mogli degli imperatorinell’antica Roma, prima tra tutte Livia Drusilla (58 a.C. – 28 d.C.), consorte di Augusto. Erano simboli di Demetra e incarnavano la prosperità dell’Impero e della maternità.

Io invece posso essere smontata e diventare un collier. O magari una spilla. Appartengo alla Maison Cartier. Sono, se vogliamo, una figlia di Zeus e rappresento il potere.

La mia storia comincia quando una collezione di gioielli antichi arriva in Francia – acquisita da Napoleone III – per entrare a far parte del Museo del Louvre, nel 1861. Era una raccolta immensa, precedentemente appartenuta al marchese romano Pietro Giovanni Campana. Comprendeva centinaia di pezzi di gioielleria greca, etrusca, romana e tardoantica; anelli, fibule, diademi, pendenti, scarabei tutti provenienti dal mercato antiquario e dagli scavi archeologici.  Campana era stato Dirigente del Sacro Monte di Pietà a Roma. Ad un certo punto della sua vita ebbe dei gravi problemi finanziari e fu addirittura accusato di appropriazione indebita. Nel 1859 fu arrestato e la sua collezione confiscata e venduta.

Quando ancora si trovavano a Roma, monili del marchese erano sempre stati accessibili a studiosi, artisti, antiquari. Tra questi, c’erano gli orafi romani Augusto e Alessandro Castellani, a quanto pare anche eccellenti falsari. Corre voce che furono loro a vendere al British Museum un sarcofago etrusco ispirato a quello degli Sposi, che però poi col tempo si scoprì non essere affatto antico. Con i loro gioielli ispirati all’epoca classica, contribuirono fortemente a diffondere il gusto neo-archeologico in tutta Europa. Una nota curiosa: Augusto, nonostante il suo braccio di legno, suonava molto bene il pianoforte.

Perdonatemi, sto divagando. Torniamo a noi. Una volta al Louvre la raccolta di gioielli viene studiata anche dai disegnatori della Maison Cartier e quindi, eccomi qua. Sono stata commissionata dalla principessa Bonaparte in persona, per il suo matrimonio. Sono stata indossata solo e soltanto in quell’unica occasione e poi, alla morte della principessa nel 1962 sono stata venduta dai suoi eredi. Fu la Maison Cartier a ricomprarmi, dopo avermi ritrovata sul mercato antiquario. É una cosa che la Maison fa fin dagli anni Settanta del Novecento; recuperare dal mercato i propri capolavori iconici, frutto di committenze importanti, al fine di creare una collezione che racconti l’evoluzione del proprio linguaggio creativo. Oggi faccio parte della Cartier Collection, con sedi a Parigi, Londra e Ginevra.

Al momento, mi trovo in una teca piena di allarmi, ai Musei Capitolini. Insieme ad altri pezzi storici della collezione, saremo a Palazzo Nuovo fino al 15 marzo 2026 per raccontare la storia del design Cartier, e il suo rapporto con il mondo antico, in una mostra, Cartier e il Mito ai Musei Capitolini. Per fortuna, a farci compagnia ci sono le statue di Leda e il Cigno, Eros che incorda l’arco, i centauri di villa Adriana, il mosaico con le colombe di Plinio, e innumerevoli altri capolavori indimenticabili che non posso riassumere in due parole. Sarebbe indecoroso. 

A proposito del mosaico con le colombe, c’è una spilla strepitosa, in platino, diamanti, zaffiri, cristallo di rocca, pietra di luna e onice, che riprende proprio il motivo proposto nel celebre mosaico di Villa Adriana, ritrovato nel Settecento. Pendente e mosaico sono esposti nella stessa sala. Plinio il Vecchio racconta – nella sua Naturalis Historia – che il mosaico originale era stato realizzato da un certo Sosos di Pergamo (VI-III sec. a. C.). Come la copia di villa Adriana, raffigurava alcune colombe sul bordo di un kòntharos (coppa rituale) nell’atto di abbeverarsi. A quanto pare, l’opera era talmente realistica che anche le colombe vere credevano reale l’immagine e tentavano di posarsi sul bordo della coppa per bere. Cartier ripropone lo stesso elegantissimo motivo in forma minuta. Un altro ornamento-simbolo che, proprio come me, porta con naturalezza sulle spalle oltre un secolo di raffinata ricerca stilistica.

Cercherò di spiegare questa storia in un modo che tutti capiscano. Partiamo da un concetto antico, il kosmos. Per Greci, il kosmos era l’ordine imperscrutabile dell’universo, ma anche l’abbinamento armonioso di abiti e gioielli. Nella visione di Cartier, secondo questo antico principio, i gioielli diventano riproduzioni in miniatura delle forze universali e primordiali: la terra e i suoi minerali, l’oceano e le sue creature marine, il cielo stellato e il fuoco del sole.

Nell’immaginario greco antico, gli elementi più preziosi provenissero dai confini più remoti del pianeta, al quale davano il nome di eschatìa. Era lì che abitavano i mostri sopravvissuti al Caos primordiale, nonché i popoli più vicini agli dei. In queste terre leggendarie, l’ambra nasceva dagli ultimi raggi del tramonto che si cristallizzavano a contatto con le acque dell’Oceano Settentrionale, l’oro cresceva in forma di fiori e raccolti miracolosi sull’Isola dei Beati, o tra gli Iperborei, un popolo sacro ad Apollo. Narrazioni mitiche che affondavano le radici nella realtà concreta dei traffici commerciali: le pietre preziose provenivano dall’ Oriente, dall’Etiopia, dall’Egitto e dall’India.

In un mondo dove il prezioso nasceva ai confini del pianeta, il gioiello diventava il ponte tra mortali e divinità. Ogni monile era direttamente connesso ad una divinità – richiamata da una decorazione specifica – e ne incarnava la protezione e il potere. Una volta indossato, occorreva esserne consapevoli.

Questa funzione simbolica si esprimeva nei dettagli dei gioielli stessi. Il nodo di Ercole è simbolo di un’unione salda e indissolubile e viene rappresentato nei gioielli che celebrano l’amore e il matrimonio. In morta possiamo ammirare anelli, bracciali e collane rappresentati, attraverso i decenni, con questo emblema. Il motivo decorativo è formato da un nodo piano tra due corde che, così unite, non possono più liberarsi. Richiama l’episodio in cui, ancora bambino, l’eroe figlio di Zeus e Alcmena riuscì a strangolare due serpenti inviati dalla gelosa Era per ucciderlo.

Allo stesso modo, i gioielli e gli ornamenti collegati Demetra e Persefone, divinità legate al ciclo della morte e della rinascita. Le statuette ritrovate presso i santuari a loro dedicati, indossavano spesso ornamenti imponenti e preziosi. Tali piccole figure rappresentavano le divinità stesse, o anche i donatori. Le decorazioni altro non erano la bellezza che sfida la morte; un modo per eludere la fine o, eventualmente, farsi scegliere per una rinascita. In mostra sono presenti una serie di cornucopie dell’abbondanza, raccolti di grano incrostati di pietre preziose, fiori d’oro, trionfi di frutti multicolori che si rifanno a questa antica funzione.

Il potere magico incapsulato dai gioielli poteva anche essere distruttivo, o raccogliere il potere della divinità al quale era dedicato. Ce lo spiega bene la storia di Medea, maga potente e nipote del dio Helios. Ripudiata dal marito in favore di una giovane donna, Creusa, Medea decide di vendicarsi. Lo fa offrendo alla sventurata rivale gli abiti e i gioielli (il kosmos) per le sue nozze. Ciò che Creusa non sa, è che i gioielli sono avvelenati, intrisi del potere distruttivo del Sole e che la bruceranno viva. Le collane rigide e le spille in oro giallo, diamanti e smeraldi, i pendenti con tigre (Dioniso) e lucertole ( Apollo), esposte nelle ultime sale, richiamano proprio il potere delle divinità solari.

E poi c’è il sangue di Medusa, i coralli. Una volta che ebbe decapitato Medusa, Perseo adagiò il suo corpo esanime su un letto di alghe marine, in spiaggia. Le alghe vennero a contatto con il sangue che fuoriusciva e si solidificarono, dando origine al corallo. Oppure c’è la collana di Armonia, realizzata dal dio Efesto per la figlia dell’amore adulterino tra sua moglie Afrodite e Ares. Frustrato e ferito, Efesto realizzò la collana con serpenti spaventosi e pietre dai potenti poteri magici, che portarono sfortuna a otto generazioni mitiche di divinità. Nell’ultima sala possiamo trovare diversi esempi di collane e orecchini che si rifanno agli aspetti spaventosi di queste storie.

Ci sono anche spille da corsetto, bracciali, collane, anelli e orecchini con pendente anfora, che richiamano la ceramica antica e i suoi motivi geometrici (a onda, meandro o greca). Senza dimenticare naturalmente i bouillon, le zuccheriere, le tazzine e i piattini in argento. E poi ci sono i dettagli che ci ricordano gli dei, sopravvissuti nel tempo perché esprimono concetti astratti altrimenti difficili da rappresentare: la freccia di Eros, le ali di Hermes, la pantera di Dioniso, le perle di Afrodite, eccetera. Gioielli che riprendono motivi rinvenuti per la Prima volta nel XVI secolo, quando fu rinvenuta la Domus Aurea di Nerone. Capolavori creati da orafi e disegnatori straordinari, idealmente tutti figli di Efesto, il dio artigiano che trasfigura, attraverso la sua arte, gli elementi e i minerali della terra. Gli artigiani della Maison Cartier sono i nuovi creatori della corona di Pandora, o la collana di Armonia. I gioielli Cartier tracciano la geografia di un altrove lontano, dove si mescolano la meraviglia del mito e le realtà storiche delle conquiste e degli imperi.

Concludendo, devo ammettere questa sembra proprio una mostra pensata per ispirare Diabolik a tentare il colpo del secolo… E io, modestamente, potrei rappresentare la sua preda più ambita. Ma al di là del brivido immaginario, c’è una storia ben più profonda da raccontare: quella dei gioielli Cartier, che non sono semplici ornamenti ma frammenti di storia, custodi di racconti antichi e portali tra il mondo umano e quello divino. Ammirarli oggi significa misurarsi con la stessa meraviglia che animava gli antichi, che vedevano in ogni gemma il respiro del cosmo.

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