di Matteo Castello
“Che strano che mi sia perso, lo conosco bene questo bosco”.
Lei mi guarda con un poco di stupore, come se non comprendesse la ragione del mio sgomento.
È pomeriggio inoltrato e il sole filtra tra i rami degli abeti lanciando raggi sulfurei nel sottobosco dissestato. La tempesta di neve di un anno fa ha lasciato al suo passaggio un cimitero di alberi caduti, di tronchi spezzati, di radici esposte, e le tracce del sentiero sono monche come lo sproloquio di un balbuziente, rendendomi impossibile seguire il filo del discorso. Il luogo è sempre lo stesso ma, senza quella traccia sicura, tutta la morfologia che avevo impressa nella mente si è accartocciata in un nugolo di mappe aliene.
Procedo a vuoto ormai da ore, e ad ogni passo mi sembra che la distanza tra me e una qualche via d’uscita aumenti in modo irreparabile. È come se, ad ogni metro, il bosco si stesse moltiplicando in un frattale, alimentandosi del mio smarrimento e rendendo inutile ogni concezione tradizionale di spazio. Pensavo che sarebbe stato facile, che sarebbe bastato procedere in un’unica direzione, ma il bosco rende le linee rette impossibili. Smottamenti, salti di pendenza, ostacoli invalicabili di tronchi, massi e rovi mi impediscono la coerenza che servirebbe per uscire da questo caos. Spesso la volontà si trova a fare i conti con ostacoli tenaci, con l’attrito di questa realtà dura, ostinata, che non si conforma alle nostre attese.
Mi siedo sulla corteccia di un abete cercando di controllare il respiro, di trovare un qualche appiglio: tornare sui miei passi, continuare con questa ostinata fuga in avanti, chiamare i soccorsi? Ogni opzione mi sembra avvitata in un coacervo di contraddizioni e di senso del ridicolo. Mi sento fagocitato. Lo sguardo vaga come una mosca impazzita su un vetro. D’un tratto, però, tutto si fa calmo: il sole sta calando e la terra brulla rilascia un calore che sa di balsamo e resina. La luce è un vapore soffuso ed è come se ne sentissi la consistenza sulla pelle, mentre tutto intorno i suoni del bosco aleggiano nell’aria, rappresi intorno alla ragnatela vegetale di muschi, foglie, terriccio. Ed è in quel momento che la vedo. Dapprima una sagoma indistinta, in controluce. Poi sempre più definita.
Mi guarda anche lei. Impugna un ramo che usa come bastone, i capelli lunghi color di rame sono raccolti in uno chignon disordinato che lascia ciocche sparse scendere sulle spalle nude. Non sembra affatto persa.
“Tra poco farà buio,” mi dice. “Seguimi”.
Non attende una mia risposta, semplicemente si gira verso il fitto del bosco e inizia a camminare.
La seguo e per poco non finisco a terra, avvinghiato da una radice esposta. Mi sta aspettando, ma appena vede che le sono dietro ricomincia la sua marcia lenta e leggera. Pare certa della direzione da seguire, e scarta con grazia gli ostacoli che ci si parano davanti nella vegetazione.
“Tu sei di queste parti? Mi sono perso,” lo ripeto, come se non fosse evidente “qui è tutto diverso da come ricordavo. Tutti questi alberi caduti…”
“Sai,” dice voltandosi verso di me “non è necessario che sia cambiato il bosco. Magari qualcos’altro è cambiato. Magari sei cambiato tu. Basta poco per perdersi”.
Una folata di vento arriva improvvisa dal declivio che si eleva a qualche decina di metri, facendo frusciare i rami e schioccare i legni riscaldati dal giorno. La massa d’aria mi gonfia la camicia e mi scuote i capelli, lasciandomi per un attimo immobile, a occhi chiusi, mentre il bosco si espande in un respiro tutto attorno a me. Sento che la stanchezza e l’ansia accumulata si fanno densi, e quella resina incastonata nelle fibre comincia a colarmi dentro, portandosi via scorie e residui antichi. Ero un bambino fino all’altro giorno. Com’è successo che io sia arrivato fin qui, che percorso misterioso ho seguito? Non saprei tornare indietro sui miei passi, è come se solo due cose mi appartenessero, chi sono ora e chi ero molto tempo fa. Il percorso, il tragitto, è successo senza che me ne sia accorto.
Eppure, ho sulla pelle i segni di quel viaggio. E ora la sua assenza mi rende così vuoto che potrei volare via nel vento.
Riapro gli occhi. Lei mi sta guardando. I capelli scomposti sembrano andare a fuoco nella luce di taglio dell’ultimo sole. Mi sorride. “Appunto”, mi dice.
Riprendiamo a camminare scalando il pendio, seguendo una traccia appena abbozzata che devono aver scavato gli animali che si avventurano qui la notte senza perdersi mai. Sento le gambe appesantite dalla fatica ma rinvigorite dall’assenza di quella disperazione che prima mi avvinghiava come una radice secolare, tenendomi ancorato al terreno. Il bosco ora, superato il pendio, sembra meno fitto e si apre all’orizzonte scendendo delicatamente di qualche curva di livello.
Lei mi ha staccato di una buona ventina di metri, la vedo ancora zigzagare leggiadra tra gli abeti, superare gli ultimi ostacoli con i capelli che si sollevano ai suoi balzi come masse spumose. In un attimo scompare, assorbita dall’ennesima pendenza. Affretto il passo ma subito qualcosa mi trattiene.
Mi fermo e mi accorgo della traccia netta e terrosa che ho sotto i piedi. Il sentiero! Sono incredulo, e di colpo nel mio corpo si diffonde una serenità nuova, una distensione che mi lascia un senso di vertigine. Mi appoggio a un albero, solido, eretto, in preda a quel sentimento di liberazione. Guardo intorno e riconosco lo spazio. Poco più giù, a venti minuti di cammino, c’è il parcheggio sotto i pini, devo ancora affrontare due salti, un centinaio di metri di dislivello, e sono arrivato.
La vertigine è sparita, non mi resta che continuare il cammino, so dove andare, ora. Nonostante il proposito una parte di me indugia, smarrita, incapace di seguire quella decisione fino in fondo. Lei è ormai sparita, rimane solo la sua traccia vaga nella coscienza.
“E ora dove vado?” chiedo rivolgendomi non so a chi, rendendomi conto dell’assurdità della domanda, proprio ora che ho ritrovato il sentiero.
Il suono ovattato del traffico, giù a valle, si diffonde come il sibilo indispettito di un animale ostile tra gli alberi. Muovo le gambe e ricomincio a camminare.
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L’immagine di copertina è un dettaglio dell’opera Ritorno a Oz dell’artista valdostana Simonetta Pedicillo (https://www.instagram.com/vidart_ao/).
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