«Un grande fiore bianco cadde sul davanzale e vibrò nella luce fioca come fosse ancora vivo».

Da quando Utopia pubblica i libri della scrittrice cinese Can Xue, pseudonimo di Deng Xiaohua, non me ne perdo uno, li leggo immediatamente, appena li ricevo, è come se avvertissi l’esigenza di scivolare di nuovo in quel flusso di parole che non asseconda nessuno schema tradizionale, ne crea anzi di nuovi. Lasciando che le frasi scivolino di volta in volta come nel letto di un fiume, e lì dentro, seguendo la corrente, cambiano e cambiano il destino dei personaggi, e il letto di quel fiume. La sintassi di Can Xue corre e scorre come l’acqua; il suo immaginario e il modo in cui dà forma ai dialoghi, alle storie generano una grammatica fantastica. E lo sappiamo, se fosse nata in Sudamerica, la diremmo figlia di quel trio là, Bioy Caceres, Borges e, sua divinità, Silvina Ocampo; ma è nata in Cina.

È figlia, perciò, di una letteratura d’oriente zeppa di strati, di evidenze, di sommersioni, di misteri, di un mondo dove ogni parola ne significa altre mille, e ne lascia immaginare, e perché no, sognare altrettante. Can Xue, spiega bene, attraverso il suo modo, il suo flusso, cosa dovrebbe fare – almeno ogni tanto – la letteratura, portarci via. Via a disorientarci, a raccogliere stupore, a seminare sgomento, a liberare la nostra fantasia, inseguendo un senso dove ragione non c’è. Sognare, infine, sognare. Il libro questa volta è La vecchia nuvola fluttuante, traduzione di Maria Rita Masci.

Sul muro di cinta erano inchiodati i cadaveri di decine di passeri, i chiodi erano stati piantati negli occhi, la gente nel vederli inorridiva, le veniva la pelle d’oca.

Quello che accade o che sembra accadere o che immaginiamo possa accadere in questo romanzo.

In un tempo e un luogo che paiono non esistere, o che esistono in piano diverso da quello con cui di solito li misuriamo, esploriamo, mappiamo; qualcosa di ovattato, di metafisico, di surreale, qui due coppie di coniugi vivono da quasi un decennio in case poco distanti. Le loro vite paiono muoversi assecondando il respiro di un albero di gelso, i cui movimenti, cambi di stagione, odori, paiono controllare le loro vite. Il gelso, col suo profumo, pare quasi dominarne le menti, spingendoli a fare cose che non farebbero, o – meglio ancora – non sapevano che erano disposti a fare.  I quattro si spiano, si sospettano, prendono a fare gli stessi sogni, e poi vivono come fossero in trance. Inseguono le proprie manie e ossessioni, parlano più a sé stessi che agli altri, non si sentono, non si ascoltano, non si capiscono. Agiscono in un vuoto e da quel vuoto tentano una comunicazione che non si regge su niente. La prima coppia ha una figlia adolescente, mentre la seconda non ha bambini. Nonostante questo particolare tipo di vita, il vicinato pare in qualche modo funzionare, fino a che, questa atmosfera rarefatta fa sì che si consumi un adulterio, un tradimento.

Can Xue, prima di diventare una delle autrici maggiori della letteratura contemporanea cinese è stata, tra le altre cose, operaia, sarta, insegnante. Mi chiedo ogni volta se ognuno di questi mestieri non c’entri con i libri che scrive. Lei cuce e taglia, lei esegue meccanica di precisione, monta e smonta, costruisce un aggeggio, dopo un altro, dopo un altro ancora, lei insegna col talento e con l’ingegno, insegna con la tenacia e con l’abbandono. Vuoi leggermi? Lasciati andare.

Da molto non distingueva più la notte dal giorno, scandiva il tempo in base alle emozioni, secondo i suoi calcoli erano tre anni e quattro mesi che si era chiusa in casa.

Questa storia così semplice e misteriosa, così complessa e delicata, confonde anche chi legge, lo costringe a liberarsi e a chiedersi: cosa accadrebbe a me? Cosa accadrebbe se l’albero proprio qui davanti alla finestra, l’albero che fiorisce e sfiorisce da anni cominciasse a orientarmi i pensieri e i desideri. Cosa ne sarebbe delle mie convinzioni? Delle mie consuetudini? Cosa farei con le parole mie che nessuno ascolta, con quelle degli altri che non sentirei? Sarebbe come ballare o come svanire? E così via. Guardate che leggere è bello, eh.

I quattro protagonisti di Can Xue escono dal proprio corpo e abitano quello degli altri tre. Ogni giorno pare essere l’ultimo, ogni frase pare cambiare sotto i nostri occhi. Il testo pare folle ma poi diventa normale, perché folli siamo, perché Can Xue ci ammalia e fa sì che ciò che immagina lei diventi nostro.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

Articoli correlati