di Enrico Macioci
Corrado de Rosa scrive di – e da – un luogo che in Italia sembra conoscere meglio di chiunque altro: l’intersezione fra narrativa e saggistica, cronaca e storia, mito e realtà. De Rosa, che è del ’75, si trova inoltre nella posizione anagraficamente più vantaggiosa per restituire il periodo a cavallo fra gli anni Ottanta del consumismo e dello yuppismo e la penombra crepuscolare degli anni Novanta.
In Non ero previsto (66thand2nd editore), il suo ultimo e inclassificabile lavoro, l’autore salernitano si avvale di entrambe le qualità per regalarci un ritratto dell’ex calciatore Totò Schillaci e di ciò che ha rappresentato non solo per il nostro sport ma per il nostro Paese.
Schillaci è – soprattutto – l’eroe immortale delle notti magiche, il capocannoniere dei Mondiali casalinghi del 1990; si colloca dunque al vertice – e all’inizio della fine – della parabola ascendente del calcio italiano (che al tempo ospitava le stelle più prestigiose e a livello di club dominava) e anche della società italiana (nel 1991, prima di una lunga decrescita, l’Italia vantò il quarto fatturato al mondo).
Per un mese, ovvero la durata del torneo, Totò diventa celebrità planetaria, incarnazione dei sogni e vessillo delle illusioni perdute. La nostra fresca e magnifica squadra viene infatti eliminata ai calci di rigore dall’Argentina vecchia e stanca d’un Maradona altrettanto vecchio e stanco, e però ancora capace di vendere cara la pelle. Per la mia generazione (sono, come De Rosa, del ’75), quello è il momento in cui si capisce che il lieto fine non esiste e che le favole sono solo bugie raccontate bene.
De Rosa lo spiega poco oltre metà libro, con uno dei suoi brani di esemplare e dolorosa chiarezza, frasi brevi che si susseguono alternando pugni e carezze: “Gli anni Ottanta sono finiti. Con loro se n’è andata una promessa diffusa, quasi ingenua, che riguardava tutti: l’idea che per farcela bastasse correre un po’ di più, desiderare un po’ più in grande. Il Mondiale è stato l’apice e insieme il punto di rottura: [Schillaci] non ha saputo sostenere il peso di quello che ha rappresentato. Da lì in poi, nulla ha più avuto la stessa leggerezza. Sono arrivati i Novanta. Il Sud ha rallentato. Il Made in Italy ha perso attrazione. Le stragi di mafia hanno aperto ferite che non si richiudono. Tangentopoli e Mani Pulite stanno spazzando via la grammatica pubblica. Il paese è in una fase cupa, sospettosa. Meno incline a perdonare.”
In un contesto del genere, Schillaci rappresenta una perfetta metafora del tutto. Le foto che lo ritraggono durante le notti magiche – quegli occhi sbarrati e febbrili, quella smorfia che mescola gioia e sofferenza – sono le foto della caducità e di una sottile, segreta inquietudine. Totò, annota De Rosa, non possiede l’eleganza, la bellezza o la maestà delle icone classiche, da Riva a Zoff, da Maldini a Baggio; la sua cifra rimanda viceversa a un’arcaica fragilità, alla precarietà di chi è venuto dal basso e nella vita ha sempre dovuto lottare contro il pregiudizio, lo svantaggio e, in definitiva, la sfortuna. Totò incarna la figura d’un eroe transitorio e donchisciottesco, assai più Ettore che Achille; e sembra saperlo e ricordarselo sempre, finanche nella luce accecante della gloria. E’ questa consapevolezza quasi inconscia, più ancora dei gol all’Austria e alla Cecoslovacchia, all’Uruguay e all’Eire, che lo rende visceralmente prossimo agl’italiani. “Totò” ragiona De Rosa “è il simbolo di un’Italia che non programma sé stessa. Non era previsto nel 1990, non era previsto in tv, nelle foto di gossip. Eppure, in tutti quei contesti, ha messo in mostra una qualità tutta italiana: la capacità di cavarsela, di esporsi senza difese quando non c’è un copione. Per questo il suo trash non degenera, alleggerisce. Non cancella la caduta, la rende abitabile. […] E non smettiamo di guardarlo perché nei suoi occhi spiritati c’è la promessa che cadere e rialzarsi è l’unico modo che abbiamo per restare umani.”
Come si sarà compreso dai brevi passi riportati, il libro di De Rosa si spinge comunque ben oltre il pur decisivo Mondiale del 1990, che della vicenda rappresenta il cuore e l’abisso, l’estasi e l’entropia. Diviso in un prologo più sei parti, Non ero previsto indaga l’esistenza dell’attaccante palermitano dall’infanzia nel difficile quartiere del Cep alla morte in una clinica oncologica nel settembre del 2024, passando per i primi calci, la scoperta del proprio talento, la gavetta, l’approdo alla Juventus e l’ascesa folgorante, e poi l’Inter, il Giappone, il declino lento ma implacabile, il ritiro, i reality show, le peripezie sentimentali. Proprio al termine, una confidenza che fa sanguinare il cuore di chi in quell’estate caldissima e lontana, ascoltando le parole e la musica di Nannini e Bennato, tifò, credé, pianse. In punto di morte, Schillaci confessa alla figlia che scelse di non tirare il rigore contro l’Argentina per paura di sbagliarlo più che per effettivo dolore fisico. La paura di perdere il tesoro conquistato a dispetto degli dei aveva prevalso sulla voglia di vincere: persino dopo cinque gol consecutivi al campionato del mondo Totò non era riuscito a liberarsi dai vecchi fantasmi che gl’infestavano l’anima, i fantasmi della povertà e di ciò che significa nascere in un luogo complesso, dove ciò che Rimbaud chiama la “rugosa realtà” incide fin troppo presto la tenera polpa dei sogni.
De Rosa, dunque, analizza un campione e un’epoca. E’ informato, e dispone le informazioni con acume e intelligenza. E’ presente, ma non ingombra. E’ il ritrattista, e Schillaci il ritratto. Ma ciò che rende il libro davvero speciale mi sembra la felicità narrativa.
Schillaci non diventa mai una figurina, resta invece sempre il ragazzetto del Cep che un giorno a scuola si fa volontario, pur non essendo preparato, solo per “salvare” la classe dal timore dell’interrogazione; quello che in coppia col cugino (che costruirà una carriera inferiore alle doti e alle promesse) segna caterve di gol nei campetti di periferia; quello che, come aveva capito il Professore Franco Scoglio, suo allenatore nel Messina, aveva bisogno di libertà tattica e mentale per esprimere al meglio le doti affinate in strada: fiuto, furbizia, rapidità, creatività.
De Rosa non smette mai di narrare, nemmeno quando riflette; e non smette mai di riflettere su ciò che narra. Accade col memorabile prologo, dove Schillaci ci viene mostrato nello spogliatoio del San Paolo di Napoli, nella tensione, nell’umidità, nel suono dei tacchetti e delle bottigliette che rotolano sul pavimento sporco; e poi in campo (e in gol) il fatidico tre luglio 1990, giorno della maledetta semifinale fra Italia e Argentina. E accade numerose altre volte, delle quali mi piace citarne una, molte pagine dopo. Schillaci ha appena segnato il gol della vittoria nella partita d’esordio contro l’Austria, un colpo di testa rapinoso a pochi minuti dall’ingresso in campo al posto del titolare Carnevale. Zoomando dallo stadio Olimpico di Roma al bar del Cep di Palermo, De Rosa s’inventa una scena di hemingwayano nitore, incastrata al centro della prima – e più stupefacente – delle notti magiche: “Un vecchio seduto davanti al bar si alza dalla sedia di plastica e guarda verso nord, come se potesse vedere Roma e l’Olimpico.” E’ in simili squarci improvvisi, laddove l’invenzione corrobora e rinforza la cronaca, che De Rosa ci restituisce la storia di Totò – e di conseguenza anche la nostra.
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