(foto di Lorenzo Marocco)
Con “La valigia dell’autore” proviamo a creare un racconto e una mappatura della scrittura per il teatro in italia. Drammaturghe e drammaturghi italiani di questo primo quarto di XXI secolo si raccontano, riflettendo attorno al metodo, agli incontri essenziali, all’immaginario che hanno plasmato sul palcoscenico (G.G.).
Puntata n°36 – Sedici domande a Francesco Alberici, drammaturgo, regista e attore. Fondatore della compagnia milanese Frigoproduzioni, ha lavorato con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini e collaborato con vari artisti della scena italiana, da Babilonia Teatri a Kepler-452. Nel 2021 ha vinto il Premio Ubu come miglior attore under 35 ed è stato finalista al Premio Riccione con il testo Bidibibodibiboo, tradotto in varie lingue. Con l’allestimento di quel testo, nel 2024, ha vinto il Premio Ubu per la migliore drammaturgia. Non tre sorelle, lo spettacolo realizzato da Enrico Baraldi con cui ha scritto la drammaturgia, ha vinto il Premio ANCT dell’associazione nazionale critici di teatro. Tra i suoi ultimi lavori ci sono Diario di un dolore, e la collaborazione con Ermelinda Nasuto per Dedicato.
Dove nasce la prima scintilla della tua scrittura teatrale, l’idea di partenza e l’incipit: in sala o sulla scrivania?
La prima scintilla scocca a tradimento, quasi sempre quando si è impegnati in qualcos’altro e non si ha tempo da dedicarle. La mente è dispettosa e le intuizioni si manifestano con la ferma volontà di non esser colte. Fiammate improvvise dove per un istante tutto pare chiaro e perfettamente coerente, il tempo di recuperare carta e penna e di quella visione cristallina non restano che enigmatici geroglifici mentali. Il lavoro successivo consiste nello studiare quei geroglifici alla ricerca di un senso, un’archeologia delle proprie fantasticherie.
Per usare un’immagine più prosaica direi che cogliere l’intuizione giusta è un po’ come tentare di catturare un pesce a mani nude: te ne stai coi piedi ben piantati nel fondale a fissare il tuo riflesso sul pelo dell’acqua, non appena cogli un guizzo tuffi le braccia, ma non fai altro che alzare schizzi e schiuma. Frustrante.
Senza dubbio il miglior modo per non trovare idee è mettersi a cercarle: più m’impegno, peggio faccio.
Col tempo ho iniziato a volgere di più lo sguardo all’esterno, invece che tuffarmi dentro di me alla ricerca di non so che, ho preso ad ascoltare meglio quel che mi circonda, la realtà offre ottimi spunti.
In generale ultimamente mi trovo un po’ stitico a livello immaginativo. Ripenso con una certa nostalgia alle fantasie eccezionali dell’infanzia e dell’adolescenza, spudorate e libere, che non richiedevano alcuna legittimazione di senso né intellettuale, ogni tanto mi domando dove siano finite. Forse la capacità di fantasticare s’inaridisce man mano che la vita diventa pratica.
Come funziona la parte di scrittura in solitaria? Dove scrivi? Quante ore al giorno? Hai una routine?
Leggo con ammirazione saggi, manuali e biografie di grandi autori, sottolineo quasi tutto. Ne ho tratto due grandi insegnamenti:
- per i grandi la scrittura è una pratica costante.
- per me non lo è.
Date le premesse del sillogismo, a chi legge il piacere di dedurre l’amara conclusione.
La scrittura per me è una lotta contro la procrastinazione, forse la vita in generale lo è. Una lotta tendenzialmente fallimentare. Quando tento di scrivere si mettono in moto due feroci meccanismi mentali che provo qui a descrivere.
Il primo. Ho voglia di scrivere, ne ho proprio una gran voglia, solo a pensarci son di buon umore. Quindi non lo faccio. Rimando, rimando, rimando. Godo nel rimandare. Fantastico sul momento nel quale finalmente mi ci metterò e scriverò. A furia di rimandare, però, il desiderio iniziale lentamente si scioglie e diventa qualcos’altro, assume i contorni diabolici dell’obbligo. Rimando da troppo tempo, ora devo assolutamente iniziare a scrivere: non è più qualcosa che voglio fare, ma qualcosa che devo fare, di conseguenza non ho più alcuna voglia di farla.
Il secondo. Scrivere è una questione di tempo, tempo che si è disposti a buttare alle ortiche. Ci si siede alla scrivania pieni di buoni propositi, si fissa la pagina bianca o il monitor accecante per ore e ore; si scrive una mezza frase, la si cancella, si torna indietro, ci si appunta una parola, si cercano sinonimi, ci si distrae un po’ giocando a tetris, si legge qualche paginetta di un saggio o di un romanzo, qualche articolo di gossip, le news su google, avanti e indietro, su e giù, col fermo proposito, però, di scrivere almeno due righe. Dopo ore trascorse a torturarsi, culminate in un nulla di fatto, ci si alza dalla scrivania accettando il fallimento. Ecco che non appena si rinuncia, optando per una bella doccia calda o una corsetta, il cervello si spalanca: idee, frasi, immagini cominciano a fluire senza sosta, velocissime, si mostrano in tutto il loro splendore con la certezza di non poter essere colte.
Tutta questa faticosa trafila di ostacoli che mi creo da me, mi porta a sentirmi sempre un po’ fuori allenamento e spompato, il muscolo della scrittura è sempre deboluccio.
Sono metodico soltanto nel trascrivere le sedute con l’analista, i quaderni dell’analista sono ordinati, c’è la data di ogni seduta e un resoconto dettagliato della seduta stessa, arricchito da eventuali commenti o riflessioni post seduta. Questa forse è una pratica costante di scrittura. Non li ho mai riletti.
Mi piace tradurre testi teatrali, ma pure saggi e romanzi, dall’inglese e dal francese.
La traduzione in qualche modo è una forma di scrittura: mi dà la possibilità di leggere più a fondo, scoprendo le strutture del testo, la costruzione delle frasi, l’andamento, il ritmo, le scelte lessicali. È un po’ come fare una radiografia del testo, ammirarne l’ossatura.
Mi diverte anche fare il riassunto dei libri che leggo: a questo proposito è stato illuminante leggere L’arte del riassunto di Filippo La Porta – pieno di ottimi consigli su come riassumere al meglio un testo a seconda della sua natura – del quale ho fatto un riassunto. Non so bene perché lo faccio, è una pratica che ha qualcosa di lievemente maniacale, ma è un altro modo per restare in contatto con la scrittura, senza scrivere davvero.
Quando scrivo davvero ascolto la musica, lo stesso brano a ripetizione per ore e ore a tutto volume. La musica è molto importante. Credo che mi aiuti a tenere viva l’atmosfera della scena che sto costruendo, a non perdere il fuoco sul mood e sulla carica che quel passaggio dovrà avere.
Quando le cose vanno bene, scrivere è come vomitare: mi infilo due dita nelle meningi e lascio colare sul foglio tutto quel che riesco. Non posso fermarmi, cercare la parola giusta, rileggere o correggere, tutto viene fuori così, senza filtri. Quel vomito diventa una fonte alla quale torno spesso ad abbeverarmi, perché lì, tra gli schizzi e i pezzettoni rigurgitati, c’è l’anima di quel che sto scrivendo.
Comunque il meglio della mia scrittura l’ho dato su whatsapp: le riflessioni più argute, le intuizioni più fulminanti sono sepolte in qualche chat che non riapro da anni.
Anche l’estemporaneità di certe trovate lessicali che vengono lì per lì cazzeggiando tra amici è impareggiabile.
Come funziona la revisione dei tuoi testi? Sono influenzati dal lavoro in sala? Riscrivi scene che vengono provate?
La revisione del testo per me non arriva alla fine, ma è parte del processo di scrittura. Non si tratta un metodo che ho elaborato e scelto di seguire, ma della diretta conseguenza di un certo pericoloso perfezionismo che mi porta a rimettere continuamente mano a quel che scrivo, mentre lo scrivo. Ancor prima di aver chiaro dove sto andando a parare, inizio a tagliare, riscrivere, divagare, inserire pezzi nuovi. Di conseguenza il testo continua a cambiare natura e direzione, spesso attorcigliandosi su sé stesso. Questa pratica rende i miei testi simili a quei volti deturpati dai troppi interventi di chirurgia estetica: l’ossessione per la perfezione produce un indesiderato effetto deformante. In parte questa revisione costante è anche frutto di un processo di dialettica interna: scrivo qualcosa, mi contesto, scrivo qualcos’altro che va in direzione contraria.
Poi mi piace tagliare: è l’azione creativa speculare allo scrivere, di segno opposto ma di pari importanza.
Senza dubbio il testo è influenzato dal lavoro in sala, in fondo la sua destinazione è il palco, non è scritto per esser letto, ma per contribuire al funzionamento dello spettacolo assieme a tutti gli altri elementi in ballo. Quando scrivo penso sempre alla scena, non mi piace scrivere in maniera teorica e ipotetica senza fare i conti con quello che effettivamente si potrà o non si potrà fare sulla scena. Il testo teatrale per me è a servizio dello spettacolo, non può diventare un ostacolo.
Dopo aver scritto rileggo ad alta voce, facendo le voci di tutti i personaggi, questo mi aiuta a sentire il ritmo e a tagliare quel che c’è di troppo: frasi troppo lunghe, concetti che si ripetono, dialoghi che si avvitano.
Mi piace poi ascoltare i suggerimenti degli attori che lavorano con me sulla scena: a volte hanno delle intuizioni incredibili e regalano battute stupende al testo.
Carta o computer? Che differenza c’è per te? Il mezzo influenza la scrittura?
Credo che il mezzo influenzi la scrittura, anche se non saprei specificare di preciso come. Scrivere a mano, al computer, sul telefono o registrare dei vocali e poi riascoltarsi o parlare con qualcuno sono modi diversi di approcciare la materia. Ciascuna modalità attiva zone del cervello diverse. Ad esempio, quando scrivo a mano impiego un certo tempo a tracciare la frase sul foglio con la penna, in quello stesso tempo il mio cervello sta già elaborando la frase che verrà dopo; se però sto digitando sulla tastiera del pc, il tempo di scrittura cambia e di conseguenza cambia la velocità alla quale elaboro la continuazione del discorso.
Parlare è una modalità di scrittura molto affascinante. Quando parliamo, diamo una forma alla sostanza magmatica che abbiamo in mente tramite il discorso, tramite le parole. Spesso quindi scopriamo ciò che pensiamo soltanto dicendolo: il senso del parlare nasce tramite il parlare stesso.
A seconda dei giorni e delle contingenze scrivo con mezzi diversi, e il mezzo adoperato influenza la mia scrittura. D’altronde ci sono tanti altri fattori che influenzano la mia scrittura: l’umore e i pensieri di quel giorno, il libro che sto leggendo, il film che ho visto la sera prima, il paesaggio che ho di fronte mentre scrivo. Lo “scrivere” è vita non meno del “mangiare” o “dormire” o “morire”, già solo per il fatto di impiegare tempo. Ogni libro, in fondo, è un diario, in cui sono stati cancellati i giorni. Mi sarebbe molto piaciuto essere l’autore di queste ultime due frasi, che sono invece di Nicola Gardini.
Hai dei rituali per la tua scrittura? Scaramanzie?
Non ho rituali né scaramanzie, ma delle manie.
Quando scrivo al computer dedico molto tempo (o meglio perdo molto tempo) a scegliere il font col quale scriverò. Il font del titolo e il font del testo devono essere diversi. E un titolo deve esserci dall’inizio, anche se poi cambierà. Dev’essere scritto in testa alla prima pagina con caratteri più grandi.
Tutto dev’essere esteticamente bello, sin dall’inizio, anche se c’è poco o nulla. Stesso discorso nello scrivere a mano: titolo in testa alla prima pagina, in stampatello maiuscolo, scritto con penna colorata, inscritto in un rettangolo tracciato con penna di colore diverso, ghirigori decorativi tutt’attorno al rettangolo disegnati con penne di altri colori ancora, poi un bello spazio vuoto e a seguire la dicitura “primo giorno di lavoro”. A seguire il vuoto.
Non so. Sono cose che mi rassicurano, mi danno una sensazione di ordine. Forse bilanciano lo stato costante di profonda confusione mentale.
Funziona un po’ come quando ci si sveglia, ci si prepara di tutto punto – doccia, barba, profumo, un bel vestito – e poi non si ha idea di che fare della giornata. Mi capita spesso anche questo. Iniziare la giornata col piede giusto, per poi buttarla nel cesso.
Qual è il testo teatrale che nella tua carriera ha rappresentato il momento di svolta? E perché?
Diario di un dolore.
Tutto è nato da un desiderio molto superficiale: scopro in libreria questo libricino di C.S.Lewis e ancora prima di leggerlo decido che avrei voluto fare uno spettacolo con quello stesso titolo, Diario di un dolore. È uno di quei progetti in cui l’intuito è stato saldamente alla guida. Ha rappresentato un momento di svolta per molte ragioni: era la prima volta che lavoravo da solo, distante dal mio gruppo d’origine Frigoproduzioni e lontano da Deflorian/Tagliarini, mia seconda famiglia nonché fondamentale bottega artistica.
Ero solo e ho cercato nuovi compagni: Astrid, Ettore, Enrico. Il percorso di prove e scrittura è durato circa due anni, due anni durante i quali ero alla ricerca di qualcosa che non sapevo bene cosa fosse. Cercavo un modo di raccontare un dolore che provavo, ma che non riuscivo a identificare, non ne capivo le ragioni né la natura; ero sprofondato in questo stato di cui non riuscivo a parlare, che non riuscivo a descrivere. Cercavo una lingua teatrale che, pur senza perdere quello che avevo coltivato nelle esperienze precedenti, aderisse meglio a com’ero fatto io. Cercavo di raccontare il dolore, che spesso è indicibile.
Grazie ad Astrid, che mi ha raccontato la sua storia, mi sono messo a scrivere la biografia di qualcun altro, caricata però di elementi finzionali. Riscrivevo le sue parole, provando a raccontare lei, e al tempo stesso nascondevo pezzi di me in quelle parole. Ho un ricordo stupendo di tutto quel periodo di prove, credo sia stato importante per chiunque ne abbia fatto parte, di certo lo è stato per me: in quei due anni ho gettato i semi per i lavori che sono venuti dopo.
A quale dei tuoi testi sei più affezionato? E perché?
A Bidibibodibiboo.
È un testo che, non voglio dire sia stato facile da scrivere, ma è come sgorgato naturalmente, lì dentro si è condensata roba che andava maturando da anni e anni: ossessioni, ragionamenti, moti di rabbia.
Molte cose che avevo in testa e aspettavano di trovare la collocazione giusta sono fluite in quel testo. Poi l’ho scritto durante la pandemia, quindi tutto era un po’ fermo e io non mi sentivo il tempo alle calcagna.
Infine è il primo testo che ho scritto completamente a tavolino, prima c’era sempre stata, almeno in delle fasi, la scrittura di scena. È stata un’esperienza di scrittura nuova e mi è molto piaciuta.
Quale dei tuoi lavori è stato il più difficile? E perché?
Ancora Diario di un dolore, proprio perché è stato uno spettacolo di svolta. Coincideva con un cambiamento personale e lavorativo: persone nuove con cui lavorare; la responsabilità di guidare per la prima volta un progetto da solo; il desiderio di parlare di dolore, un tema che riguarda chiunque ma rispetto al quale è molto complesso dire qualcosa di non retorico e artisticamente sensato; la sfida di parlare di me attraverso la storia di Astrid; la difficoltà di trovare la maniera giusta di raccontare la vera storia di un dolore non mio; il timore di risultare pornografico o ricattatorio; la difficoltà di trovare un bilanciamento tra la testimonianza in scena e la dimensione puramente attoriale.
Diario di un dolore mi ha costretto a confrontarmi con molte questioni complesse che continuano ad accompagnarmi in ogni progetto nuovo. È stata una palestra fondamentale.
La tua scrittura e il tuo metodo sono cambiati nel tempo? Come?
All’inizio di un nuovo progetto vengo ancora travolto dalla paura, ma so che riuscirò ad arrivare in fondo perché è già accaduto in passato. Non ho la certezza che accadrà, semplicemente è già accaduto dunque confido che accadrà ancora. Non so quanto sia logica empirica e quanto pensiero magico, ma questa iniezione di fiducia mi aiuta ad avere un po’ meno paura di fallire.
Non ho sviluppato un metodo, anche perché penso che ogni progetto richieda un metodo a sé, che va scoperto via via che si procede; però col tempo ho acquisito degli strumenti coi quali fare dei tentativi per scoprire o forse inventare il metodo giusto per quel determinato progetto.
Mi pare poi, col tempo, di aver individuato un intreccio di ossessioni, che torna sempre a prendere il centro di quel che scrivo, che io lo voglia o meno, che io me ne accorga o meno.
È qualcosa che mi accade inconsapevolmente.
Cos’è per te oggi la drammaturgia? Di cosa deve occuparsi? Cosa la distingue dalla letteratura e dalla scrittura per il cinema?
Ho lasciato questa domanda per ultima, nella speranza di venir colto, rispondendo alle altre, da qualche illuminazione improvvisa. Non è andata così.
Riporto di seguito le misere frasette che sono riuscito a cavarmi fuori.
La drammaturgia è la preparazione di qualcosa che accadrà dal vivo di fronte a degli spettatori, quindi ha molto più a che fare con l’organizzazione di un bello scherzo che con la scrittura di un racconto.
La drammaturgia può occuparsi un po’ di quel che vuole.
La drammaturgia, a differenza della letteratura, è una scrittura che non basta a sé stessa, perché il fine ultimo è lo spettacolo.
La drammaturgia, rispetto alla scrittura per il cinema, può permettersi di rischiare e sperimentare di più, perché ci sono in ballo molti meno soldi.
Quali sono i testi teatrali di “maestri” che ti hanno influenzato o che hai amato di più?
Le opere che hanno segnato con più forza il mio immaginario non provengono dal teatro: i Simpson, South Park, Lupo Alberto, i Peanuts, Andrea Pazienza, i Monty Pyhton, Franz Kafka, Kurt Vonnegut, Elio e le storie tese, Caparezza, The Office UK.
Nell’ambito della letteratura teatrale ricordo alcune epifanie: Il Rinoceronte di Ionesco, qualcosa di quella stranissima commedia mi parlava a fondo, ma non sapevo né cosa né perché mi parlasse; Roberto Zucco di Koltès è un altro testo che mi è rimasto in testa per anni, mi stupiva come si potesse far poesia a partire da un terrificante fatto di cronaca; C’est la vie di Mohamed El Khatib è stato prima uno spettacolo che mi ha sconvolto per molte ragioni, poi un testo che ho letto e riletto, direi studiato negli anni.
Quali sono gli spettacoli importanti della tua vita di spettatore?
Gli spettacoli importanti continuano a cambiare man mano che la vita prosegue, man mano che cambia la mia natura di spettatore e nuovi spettacoli vengono realizzati. Per fortuna continuo a incontrare roba meravigliosa che mi ribalta il gusto e il pensiero.
La prima volta che ho visto Al presente di Danio Manfredini è indimenticabile, come la prima volta che ho visto Il sacro segno dei mostri, sempre di Manfredini: lì ho scoperto qualcosa che solo il teatro poteva fare, che solo a teatro poteva accadere, ricordo di aver pianto a lungo senza capire il perché. L’ultimo nastro di Krapp, regia di Bob Wilson, solo lui in scena, visto con la mia amica Claudia Marsicano, entrambi ricordiamo bene lo spaesamento provato di fronte alla perfezione di quel lavoro. C’est la vie di Mohamed El Khatib, uno spettacolo che ha allargato i miei confini mentali rispetto a cosa potesse fare ed essere il teatro.
Cosa non deve mai fare un’autrice/autore teatrale?
Non saprei, non credo molto nei precetti. Forse chi scrive non dovrebbe smettere di domandarsi perché scrivo? È una domanda inesauribile, la cui risposta cambia nel tempo, si trasforma; d’altronde è una domanda che ha a che fare con l’identità e nel tempo non siamo mai la stessa persona.
Ho letto da poco queste parole di Kafka:
Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno in testa, perché mai lo leggiamo? Perché ci renda felici? Mio Dio, saremmo felici lo stesso, anche senza libri, e i libri che ci rendono felici, quelli, all’occorrenza, potremmo scriverli da soli. Un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi. Di questo sono convinto.
Mi hanno folgorato. Ecco, io oggi scrivo per gettare un’ascia nel mare ghiacciato che è dentro di me.
Cosa non può mancare in un testo teatrale che consideri ben fatto?
Una qualche forma di verità profonda, anche se completamente frutto d’invenzione.
Si può davvero insegnare a scrivere un testo teatrale? Fino a che punto?
Chissà.
Di certo si può insegnare a non avere paura, a fidarsi di sé e non lasciarsi paralizzare. È già tanto.
Poi forse si può insegnare un’attitudine, un modo di stare al mondo, un’etica del lavoro e del pensiero. Ma più che di insegnarla si tratta di mostrarla, di mostrarsi in pieno, anche in tutte le proprie fragilità e incertezze. Si tratta di ispirare più che di insegnare.
Non penso che esistano regole assolute e sempre valide per scrivere né per fare arte. Ci sono dei principi, delle linee guida, di massima, che tuttavia vengono continuamente contraddette, generando così nuove regole. Non capisco molto quest’ansia delle regole in campo artistico, meglio le “tegole”, come mi suggerisce incessantemente il T9.
Diffido profondamente di chiunque si faccia portatore della verità assoluta su come si scrive, come si recita o come si fa regia. Spacciatori di formulette a caro prezzo, mi ricordano il gatto e la volpe.
Se vuoi, aggiungi una tua riflessione.
Preferirei non farlo, però grazie della proposta.
Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
