Pubblichiamo la nota di lettura al libro Uomini fuori servizio di Anne Carson, uscito per Biblion edizione a cura di Leonardo Guzzo, Antiniska Pozzi, Marco Sonzogni.
La nota è di Gisella Blanco.
L’ispirazione metaletteraria — ibrida e mutevole, sfuggente a definizioni e generi — è una delle caratteristiche più identitarie, oggi, di una scrittura in grado di resistere all’usura del tempo, alla transitorietà delle mode e all’estenuazione delle categorie critico-geografiche e socio-antropologiche. Anne Carson, con la sua penna brillante e immediatamente riconoscibile, è pensatrice oltre che scrittrice eclettica, pienamente calata nel suo tempo ma anche nei molti altri tempi che riporta alla luce con le sue parole. E proprio perché calata profondamente nel suo tempo, il presente del presente, Carson attinge a piene mani al mito, a quella radice psicologica e filosofica che innerva da sempre il mondo interiore dell’essere umano.
Attraverso l’emblema della guerra — nello specifico quella del Peloponneso raccontata da Tucidide nelle Storie — Carson articola un ineccepibile discorso sul tempo, complesso e cinico: “Il modo in cui le persone indicano il tempo è un fatto intimo e locale,” osserva, e “Tucidide ci pone in un punto di osservazione privilegiato rispetto a tali fatti, in modo che guardiamo in basso come su una mappa degli stati greci e vediamo le vite che si susseguono — ognuna con il proprio fuso orario, il proprio sistema di misure, i propri nomi locali.”
La conclusione di Carson, nella sua graffiante semplicità, non lascia scampo ad alternative, sembra una ‘previsione del tempo’ già azzeccata: “Presto questa molteplicità si fonderà in un unico tempo e sistema, sotto il nome di guerra,” dice, “ma prima vi assistiamo come a vicende separate”. E questa ‘separatezza’ è soltanto uno dei modi di leggere il tempo in base alla soggettività e alla percezione del popolo che si racconta o che viene raccontato.
Carson continua il discorso sul tempo a partire da quello sulla guerra affiancando a Tucidide una scrittrice e un’opera più vicini a noi, Virginia Woolf con Il segno sul muro, che fa riferimento all’inizio della Grande Guerra.
Se l’ordine cronologico degli eventi è spesso il modo più diffuso per iniziare a parlare del tempo, è però solo uno dei modi possibili e, probabilmente, anche il più scontato e obsoleto. Una scrittura consapevole si riconosce anche dalla capacità di posizionarsi all’interno del tempo e dei tempi raccontati: una narrazione tridimensionale, che si sottrae alla sequenza lineare di fatti.
Sia nel caso di Tucidide che in quello di Woolf, Carson ci invita a riflettere sulla necessità di precisare il momento iniziale della guerra per non lasciarla cadere in una dimensione temporale dai contorni imprecisi, e quindi non identificabili, con il rischio che cause e conseguenze restino sfuocati o vengano licenziati con resoconti sterili e troppo partitici.
La questione di cosa rimanga dell’umanità dopo le guerre, in particolare, ha occupato e accomunato tanti pensatori nel corso dei secoli, non ultimo Adorno con la sua riflessione sulla barbarie di fare poesia dopo Auschwitz (riflessione, almeno in parte, smentita con la vita e con la morte di Paul Celan). Ma se l’inizio e la fine, la vita e la morte sono frutto di attimi brevissimi quanto fortuiti — la guerra, in fondo, è un modo d’essere dell’uomo intorno al quale si compie il senso del tempo, dei molti inizi e delle molte fini -, “la pace,” secondo Carson, “è una questione di generalizzazioni”. Mi soffermo allora su questa frase, enucleandola dal suo contesto letterario specifico: in queste parole, infatti, credo sia contenuta una verità storica e geopolitica di grande rilievo che accomuna tutti i conflitti e il loro impatto sulle sorti del mondo, anche al di là di come ogni singolo conflitto viene riportato e interpretato.
La guerra non è mai un fatto univoco, interamente chiaro e perfettamente intellegibile. Ponendo l’indubbio rilievo che il concetto di pace dovrebbe assurgere a modello esteso di vita a partire dal basso della società — e non solo nelle ragioni del diritto, spesso astratte e “lontane” -, appare sempre più evidente che, ai fini di una pace duratura ed ecosostenibile, fare generalizzazioni, cedere alla lusinga di visioni parziali o utopiche, può risultare inutile o, addirittura, controproducente. E alla pace si arriva spesso pagando tutti un prezzo altissimo.
Per Simone Weil la bontà è il valore più difficile da attuare perché l’uomo è istintivamente prevaricatore e perché la vita è un compromesso difficile e doloroso tra bene e male, tra interesse personale e giustizia, tra comprensione dei fatti e fraintendimento. Ma se secondo Weil la giustizia è definita dal “mutuo consenso” nelle relazioni umane, per Carson è qualcosa di più ostico, sfuggente e insidioso. Non perché non debba essere un obiettivo prioritario ma perché il suo raggiungimento è accompagnato da ricorrenti e banali generalizzazioni attraverso un rischioso travisamento degli equilibri reali, travisamento talvolta – ma purtroppo non sempre – involontario. Non è un caso, forse, che sia Woolf che Tucidide siano travolti da una visione, quasi un presagio: gli uomini nelle loro guerre appaiono nudi. La nudità – in tempi di guerra come in tempi di pace; che sia forzata o che si manifesti come atto di protesta, di provocazione, di seduzione o di relax – è pur sempre esposizione, fragilità, intimità. Spossessamento del sé, delle proprie difese. Espropriazione del significato (…).
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TEMPO ORDINARIO: VIRGINIA WOOLF E TUCIDIDE SULLA GUERRA
Mi piace il modo in cui Tucidide inizia il suo resoconto delle ostilità tra Ateniesi e Peloponnesiaci che chiamiamo Guerra del Peloponneso. Il resoconto dà inizio al Libro II delle sue Storie. Il libro I, infatti, è dedicato al racconto di ciò che è accaduto prima dell’inizio, ciò che lui chiama “archeologia”. La sua archeologia si legge come un pulviscolo vorticoso di aneddoti e discorsi, dei soliti pretesti e delle reali cause. Il suo inizio, invece, è netto. Nomina sette modi diversi di leggere il tempo (2.2.1):
La tregua trentennale che era stata conclusa dopo l’occupazione dell’Eubea rimase ininterrotta per 14 anni; ma nel quindicesimo anno, il 48° del sacerdozio di Criside in Argo, mentre Enesio era eforo a Sparta e stava per concludersi (di lì a quattro mesi) il periodo di arcontato di Pitidoro in Atene, nel 16° mese dopo la battaglia di Potidea, all’inizio della primavera, alcuni Tebani, poco più di 300, irruppero armati a Platea verso il primo turno di guardia notturna…
Tucidide individua l’inizio della guerra in base alle consuetudini di conteggio nei tre più importanti stati ellenici; apprendiamo come si scandisce il tempo ad Argo, Sparta e Atene. Il modo in cui le persone indicano il tempo è un fatto intimo e locale; Tucidide ci pone in un punto di osservazione privilegiato rispetto a tali fatti, in modo che guardiamo in basso come su una mappa degli stati greci e vediamo le vite che si susseguono — ognuna con il proprio fuso orario, il proprio sistema di misure, i propri nomi locali. Presto questa molteplicità si fonderà in un unico tempo e sistema, sotto il nome di guerra. Ma prima vi assistiamo come a vicende totalmente separate.
Allora notiamo che la separatezza si inserisce in una necessità più ampia. Infatti, i fusi orari locali di Argo, Sparta e Atene sono inquadrati in riferimento all’occupazione dell’Eubea e alla battaglia di Potidea, due eventi storici descritti da Tucidide stesso nel libro I delle sue Storie. Il resoconto di uno storico comprenderà necessariamente i modi locali di leggere il tempo. Tuttavia, anche questo non è definitivo.
Il tempo storiografico è a sua volta vincolato dalle abitudini della natura. Tucidide decise che la storia militare doveva essere datata in base alle stagioni delle campagne. “Gli eventi della guerra sono stati registrati nell’ordine in cui si sono verificati, estate per estate e inverno per inverno”, dice all’inizio del Libro II (2.1.1). Naturalmente egli colloca la vicenda dei Tebani che entrarono a Platea, vicenda che scatenò la guerra e che quindi avvenne appena prima dell’inizio dell’estate, “all’esordio della primavera… ” (2.1.2).
E forse poiché lui stesso non dormiva – dato che scrisse le sue Storie dall’esilio, dopo essere stato bandito nel 424 a.C. per non aver impedito la presa di Anfipoli, e potrebbe essere rimasto sveglio per vent’anni da qualche parte in Tracia o nel Peloponneso, seguendo la guerra con attenzione di giorno e scrivendo i suoi appunti di notte — segna l’inizio di quel lungo intervallo: “verso il primo turno di guardia notturna…” Virginia Woolf scrisse Il segno sul muro all’inizio della Prima guerra mondiale. Anche lei inizia con la cronologia.
Ma non si pone, come Tucidide, al di sopra del tempo ordinario e guarda dall’alto in basso gli altri, e i loro i calcoli. Rimane nel suo tempo. Rimane esattamente nel mezzo. “Era la metà di gennaio dell’anno in corso quando io…”. Ma come si fa a sapere qual è la metà? Come tempo, è vago. I suoi confini arrivano fino al bordo di ciò che vedeva da dov’era seduta. Si vedevano fuoco, luce gialla sulle pagine, crisantemi in una ciotola di vetro rotonda, fumo delle sigarette, carboni ardenti, una vecchia fantasia di bandiere cremisi e cavalieri rossi che salivano sulla roccia nera. Quello che si vedeva era il centro del tempo. Non si vedeva nulla di ciò che accadeva lì, perché lì mai nulla accade. Finché non accade. “Con mio grande sollievo la vista del segno si interruppe…” Per Virginia Woolf, come per Tucidide, è importante segnare l’inizio della guerra. Altrimenti, e assai facilmente, si perderà nel mezzo del tempo… “sempre la più misteriosa delle perdite”. Nel 1914 non ci sono ancora fotografie di case in rovina o di cadaveri. E Tucidide ci dice che i Tebani entrarono a Platea “perché prevedevano l’arrivo della guerra e volevano conquistare Platea finché c’era pace, dato che la guerra non era ancora ovvia” (2.2.3). In effetti, niente era ovvio quella notte. I Tebani entrarono a Platea inosservati, grazie al sotterfugio di alcuni partigiani all’interno della città, poi tutt’a un tratto persero di vista la loro strategia. Il loro piano era stato chiaro: attaccare immediatamente. Invece deposero le armi nella piazza del mercato, si sedettero e invocarono una trattativa. Perché? Era l’inizio della loro morte. Tucidide non offre alcuna spiegazione: “che cosa accidentale è questa vita dopo tutta la nostra civiltà”, dice Virginia Woolf. Nel frattempo, i Plateesi stavano smantellando la loro civiltà dall’interno, scavando attraverso i muri divisori tra le loro case per riunirsi e lanciarsi in forze contro i Tebani. Aspettarono il buio prima dell’alba.
Attaccarono.
“Con i capelli che volano all’indietro come la coda di un cavallo in corsa”, dice Virginia Woolf sulla rapidità della vita. Anche la morte è rapida: nelle strade in preda al panico in una notte senza luna (“perché queste cose avvenivano alla fine del mese”, annota Tucidide [2.4.21]), e pioveva, non solo pioggia, ma anche pietre e tegole di ceramica di donne e schiavi che stavano sui tetti e colpivano i Tebani, urlando. Sono morti perché nella sostanza nera della notte di qualcun altro tutte le strade sembravano uguali… “tutte così casuali, tutte così disordinate…”. Tutti gli alberi sembravano uomini. Qualcuno sbarrò il cancello da cui erano entrati, non con un vero chiavistello, ma con la punta di un giavellotto: non c’erano più regole da seguire! E forse fu da questo che capirono improvvisamente, mentre correvano scivolando nel fango, che la pace era finita e la guerra era iniziata. Perché la pace è una questione di generalizzazioni. “Le passeggiate della domenica pomeriggio, i pranzi della domenica, e anche i modi di parlare dei morti, i vestiti e le abitudini — come l’abitudine di sedersi tutti insieme in una stanza fino a una certa ora, anche se a nessuno piaceva.
C’era una regola per tutto. Mentre in guerra — “apparivano di colpo al cospetto di Dio completamente nudi!” dice lei e lui descrive i Tebani nudi presi vivi in una stanza in fondo a una strada. Non è chiaro se fossero o meno ostaggi in senso tecnico. Certamente Tebe negoziò con Platea per le loro vite in buona fede e in seguito sostenne che i Plateesi promisero sotto giuramento di restituirli (2.5.5). Platea nega di aver prestato giuramento (2.5.6). “Una volta che una cosa è fatta, nessuno saprà mai come è avvenuta” dice lei. “Non ci saranno che spazi di luce e di buio”. Uno spazio di luce o di buio in cui furono uccisi tutti coloro che erano stati fatti prigionieri, 180 di numero, compreso Eurimaco con cui i partigiani avevano inizialmente trattato, tanto che l’araldo al suo arrivo non trovò uno stelo in piedi.
All’inizio della guerra, quando le regole e il tempo e la libertà cominciano appena a uscire dalle righe, ci si può sedere e pensare tranquillamente a un segno sul muro. È nero, è un buco, fatto da un chiodo o da qualcosa di rotondo, sotto certe luci non sembra in realtà sporgere dal muro, “proiettare un’ombra percepibile?” La speculazione è “piacevolmente filosofica” dice lei, e si paragona a un colonnello in pensione che rimugina su alcuni piccoli tumuli sulle South Downs. Sono tombe o accampamenti? È importante? Una volta iniziata la guerra, il più degli accampamenti diventeranno tombe abbastanza presto. Tucidide ci dice che la guerra iniziò subito dopo Platea (2.8.1):
Non c’era nulla di meschino nei disegni di entrambe le parti: erano
forti per la guerra e non senza ragione.
Ragione e forza appartengono all’inizio. “All’inizio, infatti, gli uomini sono tutti più decisi”, dice lui degli Ateniesi e dei Peloponnesiaci mentre si lanciano in guerra (2.8.1). E proseguendo la sua meditazione sul tempo — carne del mondo, alimentata in guerra, che non torna indietro — aggiunge (2.8.1):
Proprio allora, la giovinezza — che era abbondante nel Peloponneso, abbondante tra gli Ateniesi – la gioventù (a causa della sua inesperienza) abbracciò la guerra. Il tempo abbraccia la gioventù, la gioventù abbraccia la guerra. Guardate come i cerchi si incastrano l’uno sull’altro. Guardateli muoversi e scivolare, girare intorno a un centro che diventa sempre più vuoto, sempre più scuro, fino a diventare nero come un segno sul muro”.
Virginia Woolf conclude Il segno sul muro in modo brusco. Nel mezzo delle speculazioni, si accorge di una persona in piedi davanti a lei che dice: “Esco a comprare un giornale”.
La cosa strana è che, per quanto accidentale potrebbe essere la ragione per cui l’autrice conclude il saggio in questo modo, si coglie subito senza alcun accenno al fatto che quel qualcuno è un uomo. Non potrebbe essere una donna più di quanto lo sia Tucidide. Non solo per il suo bisogno di giornali e per la sua visione della guerra (“Anche se non serve a niente comprare i giornali. … Non succede mai niente. Maledetta questa guerra…!”), ma perché lui identifica subito il segno sul muro per quello che è. Una lumaca è una lumaca. Anche fuori servizio gli uomini riconoscono un bersaglio.
Nelle sue Storie Tucidide inizia la guerra “all’esordio della primavera”. Dopo di che annota solo le stagioni delle campagne: il tempo ordinario è segnato “da estati e inverni”. La primavera scompare. Era dunque inverno, meno di dodici mesi dopo l’incidente di Platea, quando gli Ateniesi, seguendo un’usanza dei loro padri, diedero sepoltura a spese pubbliche ai caduti del primo anno di guerra. Su di loro Pericle pronunciò un’orazione funebre, in cui si dice che abbia osservato che la scomparsa dei giovani dal paese era come se la primavera fosse stata eliminata dall’anno (Aristotele, Retorica, 141143; cfr. 1365a32). “C’è un vasto sconvolgimento della materia”, dice Virginia Woolf poco prima di accorgersi che qualcuno si trova in piedi dietro di lei. E in una lettera (scritta qualche anno dopo) ricorda il momento:
Non dimenticherò mai il giorno in cui scrissi Il segno sul muro: tutto in un lampo, come se volassi, dopo che per mesi ero rimasta a cavare acqua dai sassi … e poi arrivò Leonard e io bevvi il latte e nascosi il mio entusiasmo.
(Lettera a Ethel Smyth, 16 ottobre 1930)
Traduzione di A.P.
Gisella Blanco vive a Roma. Collabora con Il Foglio. Scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia cartaceo e on line, per Liguria Day, per Poesia di Luigia Sorrentino, per Smerilliana. Ha seguito la comunicazione della Fiera del Libro di Iglesias, del Premio Nazionale Elio Pagliarani, Elba Book e del TeverEstate per il Cibaldone Culture Festival. È giurata nel Premio Internazionale Città di Sassari per la sezione Poesia.
