di Daria Biagi
A un certo punto te la fa dire questa frase: ma che devo fare con te? La frase della maestra, la frase della madre spazientita, la frase che si finisce col dire a tutti i bambini difficili. Che devo fare con te? Perché non ti comporti come gli altri?
Tradurre Regina Ullmann vuol dire passare un anno con una bambina difficile. Tante bambine difficili destinate alternativamente a diventare le sceme del paese o a farsi sfruttare in qualche fabbrica di tessuti, di quelle che a ogni nuova fase di modernizzazione spuntano ovunque e assumono manodopera non qualificata. I suoi racconti possono sembrare quadretti di provincia, con la natura che si rapprende nella descrizione di una strada polverosa o nello sguardo enigmatico di un cervo. Ma si possono anche leggere come uno studio accurato di quello che accade, in provincia, quando non ci si comporta esattamente come gli altri. Perché qui non si ha, come in città, un qualche disturbo psichico: qui si diventa delle povere sceme e basta. Ed è come se a raccontarcelo fossero le voci di queste stesse persone: voci un po’ sconnesse, che a volte saltano di palo in frasca, che si perdono dietro a dettagli pieni di colori (cosa c’entrano col resto della storia però?), e che soprattutto – per pudore? per incapacità? per confusione mentale? – tacciono quasi sempre la cosa più importante, il nodo incandescente intorno al quale ruota la loro storia.
Un giovane contadino organizza alla perfezione il suo matrimonio con la figlia di un tessitore, ma mentre torna a casa soddisfatto si accorge che la ragazza che desidera è un’altra, la scema, quella che si può avere senza chiedere, e mentre va da lei scatena senza volerlo la violenza di un branco di cervi (L’insegna di una vecchia locanda). Una bella mattina di sole alcuni bambini vanno ad assistere allo spettacolo di una mongolfiera e di un acrobata che si levano in volo, ma di questa gita domenicale non ricorderanno la mongolfiera bensì le facce dei figli degli acrobati, bambini come loro che invece di guardare in alto guardano in giù, separati da quella linea invisibile che la miseria sa tracciare così bene (La mongolfiera). Altri bambini rubano un intero carretto di fragole nel giardino del padrone e la mamma gliele servirà per cena senza rimproverarli, senza punirli, un bel piatto di fragole al posto della cena che comunque non c’era (Le fragole). Una donna rifiuta la corte di un violinista gobbo perché vuole fare un matrimonio come si deve, vuole farla finita con la miseria, ma il matrimonio va a monte e, anni dopo, sembra proprio un piccolo gobbo quello che imbocca senza farsi vedere il viottolo che porta a casa sua (La strada di campagna). Una bambina riceve in regalo una bambola bellissima, talmente bella da far capire anche a lei che un regalo così prezioso non può essere che l’ultimo (Susanna); un’altra ragazza siede smarrita sulla panchina di un parco con una gravidanza in corso, come se lo stupro sventato nel primo racconto si fosse realizzato comunque nell’antefatto di un altro (La ragazza). I personaggi di Regina Ullmann subiscono la vita con una tale forza di accettazione che sembrano quasi non avere un’interiorità, non avere un’anima: c’è anche chi di tanto in tanto glielo rimprovera, ma possedere un’anima è questione per niente scontata qui, dove la natura scende a patti coi potenti e in cambio delle sue ricchezze chiede a ogni essere umano «qualcosa di ciò che crede di possedere in più rispetto alla natura: […] la propria anima». I personaggi, le parole, tutto il linguaggio dei racconti fissa il lettore così, come a dire Cosa c’è? Cos’è che ti disturba tanto?
Qualcosa disturba, in questi racconti, e non soltanto la traduttrice che deve far quadrare il cerchio (essere evocativa ma non sfocata, precisa ma non puntigliosa, spontanea ma non goffa, e soprattutto ellittica ma farsi capire), qualcosa disturba perché la vorresti mettere un po’ più alle strette, una scrittrice così, farla parlare, costringerla a spiegarsi meglio: ma il tempo scade, basta ricerche e basta riscrivere, arriva la data di consegna, i giri di bozze, gli impaginati definitivi, la copertina. E il cervo, alla fine, è ancora lì.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
