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Foto di Evan Dennis su Unsplash
Da bambino Kurt Gödel veniva chiamato dai familiari Herr Warum, signor Perché, per la sua molesta abitudine di tempestare i genitori di domande. Morì a Princeton nel gennaio del 1978, ridotto a una trentina di chili. Da anni era ossessionato dall’idea di essere avvelenato e si fidava quasi soltanto del cibo preparato dalla moglie; quando lei fu ricoverata a lungo, smise progressivamente di mangiare. Il signor Perché si lasciò morire di fame per l’unica ragione di cui ormai si fidava.
Gödel cercava ragioni dappertutto, perfino là dove gli altri non ne vedevano. Quando nel 1948 sostenne l’esame per ottenere la cittadinanza americana, raccontò ad Albert Einstein e Oskar Morgenstern, che lo accompagnavano, di avere scoperto nella Costituzione degli Stati Uniti una contraddizione che avrebbe potuto consentire legalmente l’instaurazione di una dittatura. Il giudice cercò prudentemente di interromperlo. Gödel voleva spiegargliela. Era un leibniziano e credeva nel principio di ragion sufficiente, nell’idea cioè che nulla sia senza una ragione per cui è così e non altrimenti. E nel 1931 aveva dimostrato, con i suoi teoremi di incompletezza, che ogni sistema formale sufficientemente potente incontra al proprio interno un limite: esistono, a determinate condizioni, proposizioni che non possono essere dimostrate né confutate usando soltanto gli strumenti del sistema stesso.
Anche la morte sembra contenere un limite di questo genere. Sappiamo spiegarne sempre meglio il come e continuiamo a non saperne dire il perché. La medicina può descrivere ciò che accade a un organismo: le cellule invecchiano, gli organi cedono, il cuore si arresta. Ma davanti a un referto la domanda cambia quasi senza che ce ne accorgiamo. Non chiediamo più perché si muore. Chiediamo perché sia morto proprio lui, proprio allora, proprio in quel modo. La prima domanda riguarda il funzionamento del mondo; la seconda pretende che il mondo abbia un senso.
Ivan Il’ič, protagonista del racconto di Tolstoj, appartiene per mestiere alla categoria degli uomini che devono trovare delle ragioni. È un magistrato: trascorre la vita a mettere ordine nei fatti, distinguere torti e ragioni, applicare procedure, ascoltare deposizioni, formulare giudizi. Ogni causa deve avere una forma, ogni sentenza una motivazione.
Conosce a memoria il sillogismo dei manuali di logica: Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, dunque Caio è mortale. Gli era sempre sembrato perfettamente giusto per Caio. Il problema è che Caio era un uomo astratto, un nome dentro un manuale, mentre Ivan Il’ič era Ivan Il’ič: aveva avuto un’infanzia, una madre, degli amici, aveva studiato, lavorato, desiderato promozioni, comprato mobili, litigato con la moglie, giocato a carte. L’errore non era logico. Il sillogismo era impeccabile. Era la vita a rifiutarsi di entrare nel sillogismo.
Quando la malattia lo prende, la logica non gli serve più. Rimane una domanda: «Ma si potesse almeno comprendere il perché di tutto questo!». La domanda ritorna perché deve esserci una ragione, pensa, e se c’è una ragione qualcuno dovrebbe potergliela dire. Un medico, Dio, la vita stessa. Nessuno lo fa. Alla fine grida per tre giorni. E a gridare non è soltanto il corpo: è un uomo abituato alle motivazioni che si trova davanti una sentenza senza motivazione.
A Primo Levi la risposta venne data ad Auschwitz.
Levi raccontò, in un brano di Se questo è un uomo, di avere avuto sete. Fuori da una finestra vide un ghiacciolo, a portata di mano, lo staccò; ma una guardia glielo tolse subito. «Warum?», domandò Levi. Perché. Sembra impossibile che quella domanda gli sia uscita di bocca proprio lì. In un luogo costruito precisamente per abolire la reciprocità umana, Levi provò ancora, per un istante, a comportarsi come se il mondo fosse ancora il mondo: se qualcuno mi impedisce di fare qualcosa, deve esserci una ragione; se c’è una regola, deve poter essere spiegata; se esiste un divieto, io sono autorizzato a chiedere perché.
La risposta è diventata una delle frasi più terribili del Novecento: «Hier ist kein Warum». Qui non c’è perché.
Non disse: non ti dirò il perché. Disse che il perché non esiste. Non rifiutò una spiegazione: abolì la categoria stessa della spiegazione. Il Lager cominciava anche da lì, dall’espulsione del principio di ragione. Non solo potevi essere picchiato, affamato, umiliato o ucciso: non avevi nemmeno il diritto di supporre che tra una cosa e l’altra esistesse un rapporto intelligibile. Il potere assoluto non deve motivare. Accade perché accade.
Nel Pellegrino cherubico, pubblicato nel 1657, il poeta Angelus Silesius scrive: «Die Ros ist ohn Warum; sie blühet, weil sie blühet». La rosa è senza perché; fiorisce perché fiorisce. Non bada a sé stessa, non chiede se la si vede.
In questo verso amatissimo da Borges l’assenza del perché non è l’inferno, ma quasi il paradiso. La rosa non deve rendere conto della propria esistenza. Non fiorisce per essere guardata, premiata, ricordata; non conosce scopo, merito o ricompensa. È. La mancanza di ragione diventa una forma di pienezza.
È difficile immaginare una distanza maggiore tra due frasi linguisticamente così vicine. Ohn Warum, senza perché. Kein Warum, nessun perché. Da una parte l’estasi, dall’altra Auschwitz. Da una parte liberarsi dalla domanda significa coincidere finalmente con l’esistenza; dall’altra significa essere espulsi dal consorzio umano.
Dopo Auschwitz, però, è difficile leggere il verso di Silesius con la stessa innocenza. Le parole non sono responsabili della loro storia futura, ma la storia futura finisce per abitarle. Noi leggiamo all’indietro. Die Ros ist ohn Warum: la rosa è senza perché. E tre secoli dopo, dalla baracca di un campo, arriva inevitabilmente l’altra voce: Hier ist kein Warum.
In una mostra recente al Louisiana Museum di Copenaghen, Something Missing?, Sophie Calle ha fatto del perché l’esatto contrario di una spiegazione. Il percorso espositivo si apre con una serie di fotografie intitolata Because: le immagini sono celate dietro drappi neri su cui sono ricamate frasi che cominciano quasi tutte con quella parola, e bisogna sollevare il tessuto e guardare da vicino lasciandosi alle spalle le didascalie d’autore. Ma quei perché non rispondono a niente. Non spiegano l’immagine, la inseguono, la contraddicono e a volte la irridono: un’attrazione, un capriccio, il dettaglio di un corpo. Sono motivi, non cause. È il perché che sopravvive quando la ragion sufficiente ha ceduto, un perché che non giustifica ma desidera.
Ma il perché non appartiene soltanto alla filosofia, all’arte, alla religione e alla morte. Viene molto prima. È una delle prime forme del pensiero. I bambini cominciano presto a chiedere perché, e per un certo periodo lo fanno senza sosta. Perché piove, perché bisogna dormire, perché il cielo è blu, perché quello è morto. Ogni risposta produce una nuova domanda. Ma ciò che mi interessa, ripensandoci, non è tanto l’ostinazione dei bambini quanto la fiducia che la rende possibile: chiedono perché sono convinti che qualcuno sappia. Per alcuni anni della nostra vita i genitori stanno dall’altra parte del perché. Sanno o fingono di sapere. Rispondono bene o male, con pazienza o con fastidio, inventano, semplificano, rimandano. Ma rispondono.
Poi arriva il momento in cui sono proprio loro a stare dall’altra parte, dentro la domanda.
A Garbagnate Milanese, al Sanatorio Salvini, un ospedale per comatosi dov’era ricoverato mio padre, non c’era perché.
Il 3 giugno 1924 Kafka moriva a Kierling, vicino a Vienna, di tubercolosi alla laringe. Nelle ultime settimane non riusciva più a parlare e comunicava con foglietti scritti. Lo stesso giorno, alla presenza del re, veniva posta la prima pietra del Salvini, che nacque proprio come sanatorio per tubercolotici, immerso in un grande parco di alberi secolari. Oggi un’intera ala dell’edificio ospita degenti in coma.
Mio padre stette lì dal settembre del 1990 al dicembre dell’anno successivo, più di un anno. Il primo mese e mezzo, nel periodo critico, fu in terapia intensiva. C’era un’immobilità a cui non ero abituato. Guardavo le tendine azzurre che separavano i letti dei pazienti. Sembrava che dormissero tutti. Si sentiva solo il rumore ritmico dei respiratori, come una nenia. Sbirciavo oltre le tendine: una donna con lo smalto alle mani, un uomo con un rosario avvolto intorno al polso. L’infermiera mi si avvicinava sorridendo, la coda di cavallo, gli occhiali azzurri. Quanto azzurro c’è qui, pensavo.
Quando si stabilizzò in un coma vigile lo trasferirono in un altro reparto, dove aveva una camera tutta per lui. Era un ambiente strano, silenziosissimo. Le uniche voci, i soli segnali di vita, erano quelli dei parenti dei malati. La guarigione di uno di quei pazienti era considerata miracolosa, e per tutto il periodo in cui lo frequentai non se ne verificò alcuna.
Il coma vigile può trarre in inganno: il paziente ha gli occhi aperti, li muove, a volte accenna smorfie incomprensibili. Per questo gli mettevamo ogni tanto delle cuffie e gli facevamo ascoltare la voce di noi figli e di mia madre, nella speranza che si ridestasse. Qualche volta gli leggevo articoli di giornale su argomenti che lo appassionavano, o gli parlavo di fatti privati. Gli raccontavo cose aspettando un movimento degli occhi, una contrazione del viso, una reazione che potesse essere interpretata come un segno. Ma invano.
A volte entrava in camera un sacerdote o un volontario per scambiare due chiacchiere e dare conforto ai parenti. Un giorno un prete mi chiese come mai mio padre si trovasse in quello stato. Mentii come sempre, per non imbarazzarlo, e risposi a voce e occhi bassi: “è stato un colpo”.
Ma lui proseguì, voleva sapere esattamente il motivo di quella condizione: «In che senso un colpo? Ha avuto un infarto, un ictus?»
Quell’insistenza m’infastidì, allora lo guardai dritto negli occhi e dissi la verità cruda: “si è sparato un colpo in testa”.
Rimase impietrito. Non gli uscirono di bocca neanche le solite frasi di circostanza. Era quello che volevo: che la smettesse di chiedere.
Eppure io continuavo a farlo.
Per più di un anno andai a trovarlo così. Entravo nella sua camera e parlavo a un uomo che non sapevo se potesse ascoltarmi. Gli raccontavo il mondo esterno come si raccontano le cose a qualcuno che è partito, con la differenza che lui era lì davanti a me. Il suo corpo era lì. Tutto il resto era diventato una domanda.
È la domanda infantile e indecente che torna davanti a ogni morte: perché?
Hier ist kein Warum.
A Garbagnate non c’era un perché, ma io ci tornavo lo stesso, ogni domenica, a chiederlo.
