di Dominga Centinaro
Entrò. Con gli occhi a terra contava i passi, lenti e pesanti. Percorse il corridoio laterale sulla sinistra fino a raggiungere la quarta fila, ancora vuota, e cadde a sedere sulla prima poltrona, mancavano pochi minuti all’inizio della pellicola. Cristiano preferiva i posti esterni, gli consentivano di uscire dalla sala quando ne sentiva il bisogno senza creare scompiglio o chiedere scusa per il disturbo arrecato. In genere, pur volendo, non guardava mai il film per intero, il tempo massimo di resistenza era quaranta minuti; poi, d’un tratto, mani agili e letali iniziavano a stringergli il collo, lo stomaco si contorceva come se spilli lunghi e roventi lo stessero infilzando: così, senza nemmeno accorgersene, si ritrovava in piedi, diretto verso l’uscita. Per questo andava sempre da solo.
L’ultima volta che era stato al cinema con una donna risaliva a due anni prima. In quell’occasione Ester, sua amica da sempre, l’aveva seguito, senza riuscire a tenergli il passo. Cristiano si era dileguato in velocità finendo per perdersi tra le persone in attesa di staccare il biglietto per il secondo turno, trovando rifugio in bagno, luogo sicuro in cui nessuno andava a cercarlo. Davano un film di Natale, il solito cinepanettone, niente di drammatico o introspettivo, in grado di far riaffiorare ricordi o traumi, eppure ancora una volta era successo; forse per colpa di Ester. La mano della donna, calda e sinuosa, giunta sulle pieghe dell’inguine, lo aveva colto di sorpresa, un gemito acuto e ossessivo era esploso nelle orecchie. Il giorno dopo litigarono, lei lo accusò di essere un represso, un cafone, e lui, incapace com’era a parlare dei suoi tormenti, la fece infuriare pronunciando frasi sconnesse e offensive: non ero obbligato a stare con te, forse avevo di meglio, cosa c’è di più brutto di avere un’amica permalosa; e per finire… sei una vecchia zitella. Fu lì che la conversazione si interruppe, Ester riattaccò senza aggiungere altro.
I due non uscirono più da soli.
Sulla poltrona davanti, un vecchio canuto e dalla barba lunga, con la mano destra massaggiava il mento con gesti febbrili, tormentati, lo sguardo sullo schermo ancora bianco, forse in cerca di risposta, era invece immobile.
«Mi scusi, che film danno stasera?» gli chiese Cristiano, dopo essersi seduto, sfiorandogli la spalla per attirare l’attenzione. Era entrato al cinema senza curarsi della locandina o di cosa ci fosse in programma, lo aveva fatto perché fuori era troppo freddo, perché era solo e perché in cuor suo desiderava mettersi alla prova, pensava che prima o poi il suo disagio sarebbe potuto andar via, svanire di colpo come era comparso.
Il vecchio si voltò, lo squadrò con sospetto, prese aria e rispose: «Non so!»
Cristiano sentì un brivido lungo la schiena, gli zigomi pallidi e gli occhi spenti dell’uomo lo impressionarono. Rimasero fermi, persi l’uno nello sguardo vuoto dell’altro fino a quando le note della colonna sonora fecero irruzione. Sullo schermo comparvero le prime immagini, una sveglia digitale segnava le otto e ventinove. Si alzò veloce, quell’orario preciso aveva innescato un conto alla rovescia da cui voleva fuggire, gli spilli lunghi e roventi erano tornati a lacerare il suo ventre, le orecchie a gemere. Ogni mattina, quando guardava l’orologio avvicinarsi al momento dell’ingresso a scuola, il luogo in cui si sentiva peggio, Cristiano percepiva la stessa fine. La sveglia segnava le otto, quarantacinque minuti e cinquantanove secondi, avrebbe dovuto abbandonare la sala prima delle otto e quarantasei, quando le Torri sarebbero arse ma il telefono vibrò, indicando l’arrivo di un messaggio, infilò la mano destra nella tasca del giubbotto ed estrasse il cellulare.
Il messaggio proveniva da un numero sconosciuto, lo lesse: il gatto nero fugge con il pelo rizzato e le orecchie basse.
Gli bastò vedere la parola gatto per accasciarsi sulla poltrona rossa, privo di forze; poco prima, davanti al tram, ne aveva scorto uno, si era fermato a osservarlo: compiva tre o quattro giri di fila su se stesso, per poi rimanere immobile, con il manto ancora irto e i padiglioni reclinati. Avvicinandosi, era convinto fosse morto, da piccolo aveva assistito alla decimazione di folte colonie di felini, vittime del veleno che i contadini spargevano nel granaio per sterminare i topi, sapeva come si comportavano; invece quella creatura nera non solo era viva ma, percependo il suo arrivo, si era dileguata con la velocità di una saetta.
Chi sei? Scrisse.
Perché ti innervosisci! Fu la risposta.
Non sono affatto nervoso, ti sbagli.
Il gatto in cerca di pericolo si guarda attorno, continuò il numero sconosciuto.
Cristiano sentì le gambe tremare, chi scriveva lo stava osservando, si era reso conto di aver già guardato indietro, a destra e a sinistra per ben due volte; si finse calmo e ritornò con gli occhi sullo schermo: John McLoughlin perlustrava le strade oscure di New York.
Nel buio le gatte ti guardano l’anima, tornò a leggere con inquietudine, erano trascorsi pochi secondi.
Sei una donna? Chiese Cristiano, dopo aver scorto una ragazza bionda seduta due file dietro rispetto a lui, con il cellulare in mano. Gli sembrò un volto familiare, non riuscì però a ricordare dove l’avesse potuta incontrare.
Forse! Non cercare chi sono, cerca solo la pace. Fu l’ultimo messaggio.
La ragazza non aveva più il cellulare in mano.
Guardò avanti, il vecchio sonnecchiava, il capo penzolava, lento ma ritmato. L’orologio segnava le diciannove e dieci, erano appena trascorsi otto minuti dall’inizio del film, Cristiano posò il cellulare in tasca e uscì.
Il gatto nero moriva sulle rotaie del tram, di nuovo con il pelo irto e le orecchie penzolanti.
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