Foto di Ehud Neuhaus su Unsplash

di Isabella Ciuca

Dopo essersi controllato il viso allo specchio (piccole rughe, tracce di noia), si era iscritto alla scuola serale di francese. Ci pensava da un po’. Al corso c’era una donna, che studiava lì per altri motivi. Già dalla prima lezione lui la cercava tra le teste degli altri. La volta dopo lei si mise il rossetto; la terza sera, invece, non si presentò.

Il giorno successivo l’uomo ricevette una e-mail. Era lei. Gli chiedeva gentilmente di poter avere in prestito i suoi appunti. Le rispose di avere una pessima calligrafia. La donna suggerì di incontrarsi, in modo che lui potesse leggerglieli. L’uomo esitò e poi si disse che, in fondo, sarebbe stata una questione di pochi minuti. Si diedero appuntamento quel giovedì di fronte al brutto edificio dove lavorava lei, alle due del pomeriggio. L’uomo teneva in mano dei fogli stropicciati. La donna gli sorrise e propose di prendere un caffè proprio lì accanto, se lui ne avesse avuto il tempo. Ci rifletté un attimo, poi rispose che il tempo lo aveva, e si sedettero al bar. La donna continuava a tenere la borsa in grembo, come se fosse sempre sul punto di congedarsi e anche lui, se avesse portato un cappello, probabilmente non lo avrebbe tolto. Faceva caldo. Lei si tirò giù la maglietta troppo corta, lui guardò l’ora e si sistemò la cravatta. Concordarono che il palazzo di fronte fosse davvero un’oscenità. Poi andò meglio. Lui non le domandò il perché della sua assenza a lezione, e lei non menzionò il fatto che sarebbe mancata altre volte. Il cameriere, che conosceva la donna, le fece l’occhiolino e, più tardi, l’uomo ripensò a come la conversazione fosse stata più fluida del previsto e, proprio perché si era attenuta alle loro superfici, anche piuttosto piacevole. Alle due e trenta si alzarono.

Presero a vedersi tutti i giovedì. Si incontravano nello stesso bar, senza trattenersi mai più di mezz’ora. Lui pranzava prima e lei, probabilmente, non pranzava affatto. Si comportavano come se nulla fosse, quasi si incrociassero lì per caso tutte le volte. Si intrattenevano discutendo delle loro abitudini personali, raccontavano aneddoti parlando al singolare e, quando si salutavano, dicevano ai loro riflessi che si davano le spalle camminando veloci attraverso le vetrine dei negozi quanto alla fine fosse semplice ritornare alle rispettive vite, dove l’altro non era che un nome sul registro di una classe serale di francese. In passato, difficilmente l’uomo si era trattenuto dall’avvicinare una bella donna. Adesso, però, era altrettanto difficile pensare di accantonare le decisioni che aveva preso, quel tipo di decisioni che si prendono con l’idea di non rinnegarle neanche per mezz’ora alla settimana, proprio quel tipo di decisioni che, per farla breve, implicano l’utilizzo di pronomi plurali. Eppure quella notte il sonno scivolò via e lui, costretto a guardare il soffitto, provò quella particolare leggerezza che, da ragazzo, sentiva prima di un colpo di testa.

Un giovedì di fine estate, l’uomo si presentò in ritardo, con il viso spento. Il colletto lo strozzava. La donna si sedette, si lisciò la camicetta striminzita e con delicatezza, o forse con circospezione, si informò sulla ragione di quell’umore. Lui tirò un sospiro. Le confidò di avere una compagna, con la quale non riusciva a concepire un figlio. Avevano chiesto aiuto a una di quelle cliniche, e dovevano fare sesso in certi momenti della giornata e del mese. All’inizio era stato divertente, disse lui, si davano appuntamento come degli adolescenti, prenotavano stanze d’albergo, e sembrava loro di aver ritrovato quell’affiatamento che, con gli anni, era venuto a mancare. L’uomo aveva comprato un metro di quelli riavvolgibili e aveva trascorso molte domeniche a prendere le misure per trasformare il suo studio nella cameretta del bambino. Ma la gravidanza tardava ad arrivare e presto avevano iniziato a distogliere lo sguardo l’uno dall’altra quando si spogliavano, e il sesso tra loro era tornato stanco e educato, come la telefonata di un centralino per ricordare un appuntamento dal dentista. Quella mattina, l’ennesimo responso negativo gli era stato comunicato con un post-it lasciato sulla scrivania che ancora si trovava al centro dello studio. Al bar, la donna accavallò a fatica le gambe fasciate in un paio di vecchi jeans e prese tra le mani la tazzina del caffè. Non sembrava così sorpresa: l’uomo pensò che dovesse aver capito qualcosa e, in effetti, lui non avrebbe avuto così tanti ricordi da raccontare se non avesse condiviso la vita con qualcuno.

Forse per ristabilire gli equilibri, la settimana successiva la donna gli confessò di avere un figlio e un marito. A quanto pare, le cose tra loro non andavano bene. C’era un’altra di mezzo e la verità, gli disse ridendo, è che non ci credeva ancora nemmeno lei. Gli disse anche che nonostante fosse diffidente continuava a perdonarlo, perché amava troppo ricredersi. L’uomo capì che la donna non era completamente libera e allora le disse che, se non fosse stato fuori dai giochi da un pezzo, lui sì che sarebbe stato felice di invitarla a cena. Lei alzò gli occhi e li fissò nei suoi. Se lo avesse portato, a quel punto lui si sarebbe tolto il cappello. Il cameriere si accorse che qualcosa era cambiato e, da quel giorno, smise di scherzare.

Quel giovedì, lui si svegliò con il pensiero di lei. Dopo il caffè, la donna lo spinse dentro l’androne di un palazzo e lo baciò, senza dargli il tempo di decidere di non farlo. A lei piaceva quando, seduti vicini al loro tavolino, lui la accarezzava sotto una coscia per non farsi vedere. A lui piaceva più vederla arrivare da lontano, con l’aria di chi ha paura di incontrare qualcuno che non vuole vederla.

Giunse l’autunno, ma non il bambino. L’uomo ripose il metro riavvolgibile in un cassetto della scrivania, in una stanza senza scopo. Camminava molto, e delimitò un perimetro entro cui aggirarsi, senza dover incontrare nessuna vecchia rabbia nelle sue passeggiate. Anche la nuova, di rabbia, l’aveva esiliata fuori da là, una nebbia bassa sugli argini di un fiume di città. Ma la donna incontrata al corso di francese voleva trovare un suo piccolo angolo e lui la lasciò fare, perché da qualche parte doveva pur metterla. E anche lei un giorno gli disse di voler trovare un posto per lui, come si fa in casa propria quando si riceve un regalo ingombrante da qualcuno a cui si vuole bene, e bisogna fare spazio. Un pomeriggio fecero l’amore a casa di lei e lui la sentì schiudersi piano come sui balconi, a Roma d’estate, fanno le corolle viola delle belle di notte accarezzate dall’aria fresca, quando scende la sera. Quando se ne andò, dopo un’ora precisa, l’uomo rabbrividì nel suo vecchio maglione blu pieno di pallini. Iniziava a fare freddo, e lui si era dimenticato la giacca.

Un giovedì, poco prima di tornare in ufficio, l’uomo allungò le gambe sotto al tavolino e si stiracchiò. Il profumo del falso gelsomino rendeva l’aria di maggio più dolce, e gli faceva venire sonno. La donna si aggrappò alla sedia e gli disse che se ne stava per andare. La notizia risuonò nella testa dell’uomo come uno schiocco di dita. Lei aveva ottenuto il lavoro in Francia per il quale si preparava da mesi, e presto si sarebbe trasferita lì insieme al figlio. Senza tanti giri di parole, la donna chiese all’uomo di partire con lei. Era libera: il marito se ne era andato. Gli mostrò una foto della sua amante: una donna più vecchia che, notò lui, non aveva paura di indossare abiti adatti alla sua età, e alla sua taglia. Nulla più la tratteneva a Roma, ed era ansiosa di riempire l’altra metà dell’album di fotografie che giaceva impolverato sul suo comodino. Lui insinuò che non avesse ponderato bene la proposta, di non essere altro che uno sbuffo di fumo nei suoi occhi chiari, e che la vita destinata a loro non fosse quella. Magari, le disse, prima o poi avrebbero riscosso il loro credito in una successiva incarnazione. La donna scosse la testa e gli disse che adesso, quando pensava a lui, le sembrava di annusare la fuliggine di un camino acceso in una stanza con le finestre chiuse, un odore così buono all’inizio, che ora avrebbe potuto anche soffocarla.

L’uomo temporeggiava e la donna, che credeva nel presente, gli disse che sarebbe partita comunque. Magari, gli disse anche, ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarla. L’uomo la immaginò camminare per le vie di Parigi al braccio di un altro, sotto Natale, e ammirare le vetrine colorate delle Galeries La Fayette. La vide scaldarsi al tocco di mani sconosciute, e la sentì gemere sotto un corpo che non era il suo. Quella sera, all’ora stabilita, fece del sesso preciso e garbato con la sua compagna. Sarebbe stata l’ultima. Entrò nella stanza del bambino mai nato, guardò le prove di vernice colorata sulle pareti che non avrebbe mai dipinto, aprì il cassetto e gettò il metro riavvolgibile nell’immondizia.

L’uomo prese a lasciare piccole tracce, sperando che i sospetti della compagna lo avrebbero tolto dall’imbarazzo di una confessione. Fingeva di addormentarsi sul divano, inventava impegni per saltarne altri, non si scusava per delle insolite dimenticanze. Aveva iniziato a mettere via degli effetti personali poco per volta, cose poco voluminose che, pensava, avrebbe gettato in uno zaino all’ultimo minuto. Magari le avrebbe lasciato un biglietto. O forse no.

I giorni si strappavano sul calendario. Quando l’uomo sbirciava l’orario sul computer, spesso avvicinava meglio il viso allo schermo per ricontrollarlo, con l’impressione che il tempo avesse accelerato la sua corsa. La donna gli inviò un messaggio sul cellulare. Era arrivato il momento. La sera, l’uomo rientrò alla solita ora. La casa era buia. Immaginò le urla della sua fidanzata rimbombare, più tardi, nelle stanze vuote dell’appartamento. Appese con cura il cappotto al primo gancio e rabbrividì. Infastidito, si diresse nel suo vecchio studio, sicuro di dover chiudere la finestra che lei aveva il vizio di lasciare aperta. Entrò nella stanza, pronto a schivare per l’ultima volta lo spigolo della scrivania che tradiva sempre chi si aggirava lì a tentoni e poi ad accarezzarlo, con la mano esperta di un padrone. La scrivania non era al suo posto. L’uomo, spaesato, si guardò intorno e, quando gli occhi si furono abituati alla penombra, ne intuì il profilo. Era stata addossata al muro. L’uomo accese la luce. Sulla scrivania c’era un post-it. Sono incinta, diceva. Posato accanto, un po’ impolverato, c’era il metro che la compagna doveva aver recuperato dall’immondizia.

La donna conosciuta al corso di francese arrivò in cima alla scaletta dell’aereo. Si voltò. Dietro di lei, non c’era nessuno ad aiutarla con la valigia. Indossava un tailleur nuovo di zecca, che le stava a pennello. Il sorriso amaro che aveva quello no, le stava male, e sarebbe passato e poi all’improvviso tornato, come una vecchia moda. L’uomo, di tanto in tanto, tornava nel loro bar, e si accomodava allo stesso tavolino. Tutte le volte che si sedeva lì, si allentava un poco la cravatta e guardava il palazzo di fronte.
Sì, si diceva. Era davvero un’oscenità.

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2 commenti

  1. Questo breve racconto esprime con chiarezza e lucidita’ un rapporto intenso fatto di brevi incontri tra due persone diversamente sole. l ‘autrice usa un lessico preciso e raffinato costruendo immagini delicate e intense di elevato livello. il racconto e’ fluido, coinvolgente ed esprime con sensibilita’ e grazia emozioni, sensazioni e fragilita’ che spesso non abbiamo il coraggio di ammettere nemmeno a noi stessi. un piccolo capolavoro di scrittura!

  2. Un racconto che colpisce per la misura: niente è mai detto per intero, eppure tutto si capisce. Mi ha colpito soprattutto la scelta di far coincidere il tempo del racconto con quello degli incontri — sempre un giovedì, sempre mezz’ora, sempre lo stesso bar — come se la storia stessa avesse paura di durare più del previsto. Il palazzo “osceno” che apre e chiude il testo è un trovata semplice ma efficace: unico punto fermo in due vite che cambiano continuamente rotta. La scrittura è essenziale ma mai fredda, e restituisce bene quella sensazione di rimpianto che si insinua proprio quando si smette di dargli un nome. Complimenti all’autrice.

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