LAMORIA
di Michele Michelangelo Innocenti
Erano morti tutti nel sonno. Lo stesso giorno, quasi tutti, il 28. Io no, non ero morto. Io non dormivo mai. Avevo sedici anni e mia sorella aveva una febbre altissima, io le tenni compagnia, che io ricordo, quella fu la prima notte d’insonnia di tutta la mia vita. L’insonnia si scopre così, per caso, come i porno e l’inesistenza di babbo natale. Fu quella notte che io lo pensai, per la prima volta: dormire è come allenarsi a morire. Se non sono morto anch’io, il 28, il ventinove e i giorni successivi, devo ringraziare l’insonnia, perché morire è tutta una questione di allenamento. Eppure avevo perso anche degli amici, era questo il vero rammarico. Ugo Luman, fu il primo. Eravamo quasi fratelli io e Ugo. Avevamo iniziato insieme, nel 96. Pubblichiamo i nostri versi su “Prime Rime”, un giornalino di provincia che non si filava nessuno. Manco noi, ce le filavamo le nostre prime rime. Noi volevamo solo ritrovarci al Sabato sera al disagio dei trent’anni a parlare di tennis con un po ‘ di vino. Ugo non scopava mai e non era neanche un buon poeta. Era un ottimo amico Ugo, quando Roberto Algerino mi disse che era morto, per telefono, mi sarei voluto mettere a piangere. Anche per piangere, bisogna essere allenati, ed io non lo sono mai stato. Ebbi un singhiozzo, ma era finto. Era morto anche Mauro Sabbia, avevamo pubblicato alcune poesie su “Lunario”, lui aveva appena avuto un figlio, ottenuto il divorzio con l’ex moglie e pubblicato una raccolta di versi che era piaciuta alla critica. Sta critica, non me n’era mai interessato a me di sta critica. Ada de Pedris era una stronza, ma era morta pure lei, che era la poetessa più letta del paese. Si accorsero della moria proprio dopo la sua morte, prima sembrava solo un caso che nella stessa notte, un centinaio di poeti in ottima salute fossero morti improvvisamente. Poi ne avrebbero scoperti altri trecento, che nei giorni successivi sarebbero saliti a mille. L’ultima a morire in quei primi giorni, l’ultima conoscente, si intende, fu Giorgia Cavani. Era una bella donna Giorgia. Mi ricordo che la conobbi al festival letterario di poesia città di Gaeta di cui vinse il concorso con la poesia Atlante, una bella poesia, mi piacerebbe ricordarne i versi adesso, ma bisogna essere allenati, anche coi versi. Io mi classificai quarto a Gaeta. Non fui deluso, ci sarei voluto finire a letto con Giorgia, soprattutto per le labbra che aveva, ho sempre avuto un debole per le donne sottili. Di lei ricordo anche il marito: era un uomo che noi poeti non siamo. Infatti non è morto, è rimasto uomo
Io invece mi sono dimezzato, quando Lamorià è scoppiata. All’inizio la chiamavamo semplicemente moria. Che è una parola difettosa, perché affascina più di quello che spaventa. Poi qualcuno sentì l’esigenza di nominare questa peste di intellettuali con un nome che si addicesse ad una peste di intellettuali. Un nome intellettuale da dare ad un flagello, ma siccome tutti i poeti erano crepati – quasi tutti – fu un bel problema trovargli un nome che non fosse banale. I giornali cominciarono a chiamarla Febbre di Orfeo, ma i sopravvissuti pensarono che fosse insufficiente, forzato, il legame con Orfeo, che con la poesia c’entrava quel bel poco. La svolta arrivò con la scoperta di Angelo Karagunis, un poeta Greco, che si era interessato al caso. A Karagunis, come al sottoscritto, la parola moria faceva venire un certo brividino. Karagunis, che era un poeta biologo, l’aveva fatta la scoperta. Conosceva molto bene un trattato del III secolo A.C. di un suo antico collega Cipriota: Eudoro da Salamina. Nel testo in questione Περὶ τῶν νυκτερινῶν ζῴων (Sugli animali della notte) si parla di un insetto particolare, una falena notturna, Lamorìa melanophlebia che viene descritta così nelle suggestive note di Eudoro: “Questa creatura, chiamata Lamorìa dai pastori di Levante, pare indebolirsi quando la notte è più profonda, come se la tenebra medesima ne consumasse lo spirito.” Questa falena, secondo Karagunis era la metafora perfetta per rappresentare la peste che si stava abbattendo contro i poeti del nostro paese. L’idea piacque anche ai giornalisti, che dal sesto giorno di decessi, cominciarono a chiamarla così: Lamorìa
Io a crepare non ci pensavo ancora, anzi, a poco a poco cominciai a vederla come un’opportunità questa cosa che ci stava accadendo. A crepare non ci pensavo, perché dormire non potevo, non ne ero in grado e morire nemmeno, fuori allenamento come mi ritrovavo. Erano centododici giorni che non riuscivo a dormire nell’orario compreso tra le nove e le cinque del mattino. Qualche volta dormivo due ore dalle cinque alle sette. Dalle otto e mezza alle dieci e mezza sostenevo una lezione di semiologia, dalle undici alle tredici mi tenevo impegnato con la burocrazia universitaria e i ricevimenti. Dalle quindici alle diciotto sostenevo lezioni di Linguistica Generale. Alle diciannove rincasavo, chiudevo gli occhi per massimo due ore, per poi risvegliarmi, senza essere morto, senza aver superato la soglia delle ventuno in balia di una sempre inedita assenza di sonno. Di compagnia mi erano il buio e la fantasia, neanche me ne accorgevo io, di essere sveglio. In un certo senso ero addormentato nei miei pensieri, pensieri che negli ultimi giorni si erano dati all’assedio dei poeti mancati e di come io l’avessi scampata e di come sotto sotto ne ridevo, perché taluni mica erano stati gentili con me, mica le avevano lette le mie poesie e allora cominciavo a incarognirmi sui morti e non dormivo, no, non dormivo. Loro sì e infatti continuavano a morire. Ma poi le cose cambiarono anche per me, il centotredicesimo giorno d’insonnia, Il decimo di lamorìa. Il giorno seguente erano morti in nove, il bilancio stava diminuendo di giorno in giorno. Quella sera rincasai più tardi del solito, e non riuscì ad evitare di addormentarmi poco dopo. La convinzione netta era quella che mi sarei svegliato dopo una mezz’ora, come sempre, invece fui sopraffatto dal terrore quando appena sveglio mi rivolsi all’orologio da polso che segnava le quattro e dodici minuti. Mi ero addormentato e insolitamente avevo dormito per molte ore. Più insolitamente, non ero morto. Pensai di avere la febbre, una febbre di sonno.
Scongiurato il morbo bianco dell’insonnia, così, per caso, come l’avevo scoperto, non mi restava che piombare in balia del più pauroso morbo nero di Lamorìa. Perché non mi aveva portato via quella notte? Sotterrato nel sonno, come aveva fatto con tutti gli altri. Sarebbe stato bello, andare via senza fare rumore, senza nemmeno accorgersene. Ora mi toccava di essere cosciente di fronte ad una sorte inevitabile. Non potevo più portare in giro l’aria del lutto bugiardo dei primi giorni, né il sorriso beffardo degli ultimi cinque. Questo, fu il primo vero rammarico. Devo ammetterlo, i miei alunni, i più scaltri senza dubbio, beh quel sorriso lo notavano. Io alcuni, quasi li costringevo a leggere le mie poesie. Chi si presentava con una discreta conoscenza dei miei versi finiva quasi sempre per essere lodato ai miei esami. In certi periodi, la mia cupidigia si inaspriva a tal punto, questo ora posso confessarvi, che vedere spuntare la mia unica raccolta edita di versi dai loro zaini era sufficiente perché io li passassi. Durante i primi giorni di moria, grazie all’insonnia, si poteva rubare con gli occhi quel sorriso beffardo che issavo con fierezza di predestinato. Io sorridevo perché ora il mondo dell’editoria doveva farlo entrare da qualche spiffero questo fenomeno di poeta, ora c’era spazio anche per me, solo per me. Lamorìa aveva fatto una grande pulizia: spazzato via i poeti inutili, salvato i poeti dai veri valori.
Lamorìa mi aveva scelto, questo avevo pensato, almeno per i primi dieci giorni.
La prima cosa che feci, prima che il sonno mi ingoiasse di nuovo, fu chiamare per telefono l’editore di Ada de Pedris. Dovevo affrettarmi se volevo trovarmi uno spiffero da vivo. Si chiamava Sabatino Meucci e lo ricordo come un uomo con il corpo da levriero, la faccia da levriero, le ambizioni del levriero, quello da corsa. “Sabatino” dissi, “io non mi sono ripreso ancora da tutti questi lutti”. Lui non rispose in nessun modo, non credo conoscesse la mia voce, dubito che la ricordasse. “Però Sabatino, vedi, questo paese ha bisogno di poeti”. “Questo paese non ha mai avuto bisogno di poeti, io non so chi tu sia, ma se pensi che questo paese abbia bisogno di poeti sei un illuso… e comunque questo paese li ha già i suoi poeti, l’industria ha ancora i suoi poeti, anzi, l’industria li ha riscoperti i suoi poeti” “l’industria ha bisogno di poeti vivi, Sabatino”. “No, l’industria sta decollando con i suoi poeti morti. Questa moria ha fatto decollare le vendite, finalmente sui giornali si parla di poesia, i poeti vengono rappresentati come dei martiri, entro prossima settimana uscirà una collana in onore di Ada, prevediamo una tiratura di copie senza precedenti. Adesso che sono morti, la gente ha voglia di leggerli… dei vivi non interessa più a nessuno, se la poesia sta tornando di tendenza è grazie ai morti, non grazie ai vivi.” Fui io a riagganciare. Agganciai perché per la prima volta dopo cento quattordici giorni dall’inizio di una lunga insonnia avevo sonno, un sonno tremendo e sentirsi stupidi lo fa aumentare il sonno. Avevo sottovalutato il potere mediatico che ha la morte, di questi tempi. Volevo lavarmi dalla mia stessa stupidità e il sonno lava tutto: lo desideravo e lo temevo. Se fossi morto, forse sarei stato pubblicato anch’io e con grande successo. Ma di crepare non l’accettavo proprio, di passare dal buco della serratura no! Non si può desiderare così tanto per un mestierucolo che è il poeta. Non lo si può? Non è vero? No, ancora mi restava un pò di lucidità per non desiderarlo. Io non volevo crepare, ma volevo cogliere l’occasione per farmi vedere, alzare la mano tra la schiera dei morti e denunciarmi: “sono vivo per condurvi”. Lamoria non mi ha ignorato, mi ha scelto.
Anche quella notte mi addormentai. Era il mio secondo giorno di sonno, il mio secondo giorno di sopravvivenza. Quella notte erano morti altri quattro poeti, due dei quali pochi anni prima erano finiti sul Castoro, casa editrice che aveva pubblicato anche me, dieci anni or sono, in un’antologia che si chiamava i Venti e i Poeti. Sarebbe toccata anche a me, la notte successiva, se il modus operandi della moria fosse quello. Sì perché questa febbre fulminante doveva pure avere un senso, andare in una direzione e la direzione era quella giusta, stava arrivando. Sentivo la pelle del morbo, il suo respiro, vedevo la falena di Eudoro posarsi sul mio letto, portarmi via nella sabbia di sonno. Non potevo riprendere a vivere come niente fosse, l’avevo fatto, convinto di attirare a me la stima di tutto il corpo docenti e di tutti i miei allievi, che immaginavo sorpresi, estasiati, dal comportamento insolito del loro condannato a morte. Io pretendevo che loro mi vedessero così, come uno che, condannato al patibolo, ha trovato l’artifizio per scampare al plotone di esecuzione. Eppure, dopo dodici giorni di moria, mi dava al sangue che nessuno ancora si fosse fatto vivo, che nessuno si avvicinasse a me con una parola di speranza, che nessuno mi consigliasse un prete, un testamento, un ricovero, chessò io. Bene, più gli stavo intorno e più mi pareva che nessuno se ne fosse accorto. Io ne ero certo, tutti facevano finta. Ma facevano finta di un bene che mi faceva tremare le ossa. Come?! io vado a crepare tutte le notti e voi fate finta di niente? Mica vi sarete scordati che sono un poeta io, prima di essere il vostro professore? Avvicinatemi e datemi del santo o del martire, a vostra scelta. Ora che l’insonnia mi aveva lasciato, al preciso scopo di farmi ingoiare da quella moria, tutta quella messa in scena doveva cessare. Sarei stato io il prossimo, ne ero cosciente e dovevano esserne coscienti tutti, mentre mi lasciavo andare al mio letto di morte. Così annullai tutti i corsi in programma fino alla fine del semestre Universitario. Giustificai con un comunicato ufficiale la mia assenza, arrivati al tredicesimo giorno di moria: “prossimo alla morte, preferisco sospendere ogni mia lezione. Ringrazio i miei studenti per l’affetto, l’amore e la passione dimostrata nei confronti della mia disciplina, che vi siano di consolazione i miei versi, quelli a voi lascio, come un monito”. Fu dopo un paio d’ore che ricevetti la chiamata del rettore dell’università. “Di quale malattia soffre, perché non ce ne ha mai parlato”. Dalle parole del rettore mi arrivarono per un momento brividi di rabbia: “Non è informato sui fatti di attualità signor rettore? Io soffro Lamoria, anzi, Lamoria sta per scatenarsi su di me… ho sempre sottovalutato questa peste di poeti, che come sa è una peste notturna… per lungo tempo mi ha salvato l’insonnia, ora questa non mi salva più, l’insonnia mi ha lasciato perché Lamoria mi desidera.” Tra me e Milo De Angelis, il rettore, ci fu un lungo silenzio. Poi ebbe un sospiro che nascose, ma io me ne accorsi di quel sospiro, era un sospiro che mi metteva in mutande, come se mi schernisse, come se tutta quella faccenda non fosse mai avvenuta o come se io non fossi mai stato un poeta. “Pensavo che lei non scrivesse poesie ormai da molto tempo” Giustificò così quel suo sospiro, De Angelis. “E lei pensa che questo possa salvarmi? il poeta è poeta in eterno signor rettore, la poesia è una condanna che non può essere elusa al giorno d’oggi, ed io morirò e sarà questa notte”. In preda ad un forte attacco di panico, quella notte stessa, persi coscienza, stremato tra la lotta per la vita e la lotta per la morte. Mi svegliai di tarda mattina, vivo.
Così sopravvissi anche al quattordicesimo giorno di moria, che segnò un impennata con quindici poeti morti. Al quindicesimo giorno di moria l’opinione pubblica e i giornali si soffermarono a ricordare le vittime: 1.780 poeti, molti dei quali sarebbero usciti quello stesso giorno, pubblicati postumi nelle maggiori case editrici del paese. Più che a commemorare le vittime, gran parte dei giornali si soffermarono a sottolineare l’impulso positivo che Lamoria aveva dato al mondo dell’editoria specializzata. Nel paese, dall’inizio della peste, erano state vendute più di un milione e mezzo di copie di libri e antologie di poesia. Un milione e mezzo, in quindici giorni. Ada de Pedris, ovviamente, guidava la classifica delle vendite, con novantamila copie vendute in quindici giorni. I poeti minori che non avevano una tiratura così ampia delle proprie opere restavano sulle diecimila copie cadauno. Ma con l’uscita di massa di nuove antologie il numero di queste vendite, così almeno ci si aspettava, sarebbe schizzato sopra i tre milioni in soli dieci giorni dal lancio. Mario Braibanti, filosofo e giornalista del “Nuovo Avanti”, fu il primo a sbilanciarsi, definendo Lamoria non tanto un fenomeno di carattere medico-sanitario estremamente complesso. Egli sostituì il termine: “emergenza di carattere poetico-sanitario” con il termine: “ri-emergenza del carattere poetico-culturale”. Secondo Braibanti, più che ucciderli, Lamoria, i poeti li aveva riportati in vita. In poche parole Braibanti mi stava dando del morto.
Le antologie furono pubblicate, stravendute, il paese parlava di poesia e di poeti, non più di morti, ma di poeti, e basta, come se la morte fosse un battesimo imprescindibile. Ormai la notte non tremavo più, avevo cominciato ad assumere con la fame del tossico melatonina, passiflora e valeriana, tutti rimedi all’insonnia che avevo completamente ignorato quando d’insonnia ero vittima. Volevo facilitare il compito della falena, che si venisse a prendere anche me, in quei lunghi sonni nei quali strafatto di piante e integratori finivo per piombare. Avevo definitivamente risolto il problema dell’assenza di sonno ed ero piombato nello stato contrario, volutamente: passavo pochissime ore sveglio, e le poche ore che i miei occhi si lasciavano eiaculare in faccia dalla luce del sole erano vissuti dal mio spirito con grande angoscia. Ora ero convinto: chiedevo d’essere preso anch’io. Aspettavo la sabbia della morte. Volevo quella sabbia. Certe notti la sognavo, la sabbia. Per me la morte era questo e così la sognavo: mi immaginavo in un vortice di sabbia fittissimo, un vortice di sabbia che mi togliesse il respiro e dal quale non sarei mai potuto uscire. Questo fino al trentesimo giorno di moria senza decessi di poeti. Certo, di poeti ne morirono ancora alcuni. Per esempio, certi più deboli di me, non scelti dal morbo, si suicidarono. Altri morirono cadendo dalle scale, che è la morte preferita, in generale, dai poeti. Uno, Franchini, fece un incidente in moto. Inizialmente sul giornale scrissero. “Lamoria colpisce ancora” ci sperai, ma solo per poco. Dovevo rintracciare i superstiti, anche loro, come me, aspettavano giustizia.
Il primo che andai a trovare fu Giovanni Lunardi, che si cacò nei pantaloni quando mi vide sotto il portone di casa. Il poverino viveva in quarantena da due mesi, da quando era scoppiata Lamoria, insieme a moglie e figli. Quando gli dissi che ero un poeta anch’io tirò fuori il coltello e minacciò di ammazzarmi. “Io non sono un poeta” disse, “fuori dai coglioni da casa mia”. Sua figlia era brutta da morire, stava attaccata al polpaccio del papino, mi fece tenerezza. Lunardi aveva completamente perso la testa, era paranoico. “Ti lascio un breve manifesto che ho scritto, Giovanni, dargli un’occhiata non ti farà di certo mangiare vivo dalla falena. Si intitola Ai sopravvissuti, che siamo noi, Giovanni.” Poi andai da Mario Schisa, lui stava bene, aveva solo iniziato a fumare il sigaro, mi disse, per il resto la sua vita era rimasta uguale. “Io scrivevo solo da giovane, saranno trent’anni che non scrivo una poesia, non me la sono presa per niente a male che non abbiano convocato pure me per questa rimpatriata, le ho sempre odiate”. Lo convinsi a riprendere a scrivere, sarebbe stato il primo firmatario del manifesto dei sopravvissuti, insieme a me ovviamente. Aderirono altri, molto più risentiti di Schisa ma che fino allora non conoscevo personalmente. Il più incazzato si chiamava Bruno Panicella, aveva pubblicato tre raccolte di poesia, fatto spettacoli a teatro, diretto una rivista. Si sentiva un grande escluso, e come a me, giravano i coglioni. Insieme a Bruno conobbi Valentino, che era un poeta discretissimo, giovane, che ancora aveva scritto ben poco però. I morti a lui avevano fatto terra bruciata intorno. Non avrebbe mai trovato un editore, una voce, se non fosse stato per il nascente club di poesia dei sopravvissuti. Nel frattempo, continuavo a sognare di essere avvolto dalla sabbia. Avevo fondato nel giro di poco una nuova scuola di poesia, che dichiarava apertamente battaglia alla scuola di tutti quei mortacci portati via dà Lamoria, che adesso, al fuoco delle nostre poche versificazioni, ci sembravano miseri e debellabili. Nonostante provassi disgusto per i morti, ogni notte il pensiero della sabbia nera veniva a bussare in sonno, come un desiderio taciuto, nascosto. Assieme agli altri sopravvissuti avevo stilato un manifesto ancor più complesso, che si riassumeva in alcuni dogmi: il primo in assoluto era rivendicare il nostro stato di sonno con fierezza: eravamo quelli che avevano attraversato il rivo e che non avevano paura di attraversarlo ogni notte, pur continuando a scrivere poesie. Eravamo in totale una quindicina, alcuni scrivevano con fatica, per la confidenza ormai persa col mestiere; altri, che avevo scoperto mio malgrado contraddire il primo dogma, scrivevano con paura.
Di paura si cessò di discutere quando alcuni di noi cominciarono ad essere pubblicati su riviste firmandosi come appartenenti ai sopravvissuti. Fui pubblicato anch’io su una rivista, ma per una strana sfortuna editoriale quel giorno mi lessero in pochi e a differenza degli altri, non ebbi successo. Non mi importava, l’essenziale era che si parlasse anche di noi e non solo dei morti. E dei sopravvissuti se ne parlò, non molto, ma se ne parlò. E quando si smise di parlarne era perché della poesia, di nuovo, non fregava più niente a nessuno. Ci volle una seconda ondata di morti perché dei sopravvissuti e di poeti si tornasse a parlare. Il primo dei nostri a morire fu Giulio Ceccherini, nel sonno. Fu il primo a distanza di quattrocento ottanta giorni dalla fine di Lamorìa. Poi morì Neri, uno dei più giovani. Morì Flavio Giorgio Battista e con lui i sopravvissuti, non tutti, si intende, io ovviamente, rimasi del gruppo, come molti altri, che però dilaniati dalla paura, smisero di scrivere. Vi ricordate di Lunardi? Quello che voleva accoltellarmi sul pianerottolo di casa? Lui è morto di crepacuore, non ce l’ha fatta, poverino, fosse morto nel sonno, di crepacuore, il caso lo avrebbe premiato includendolo nella raccolta dedicata: ai poeti della seconda moria o i sopravvissuti, una volta. Io che facevo mentre non morivo? Ogni notte sognavo la sabbia, ogni giorno, pensavo alla sabbia, sforzavo in me tutto il mio intelletto per buttare giù un verso al giorno, che fosse il verso buono che mi seccasse. Sognavo di un’antologia a parte, una tutta per me: l’ultimo morto di Lamoria o l’ultimo dei sopravvissuti. A distanza di tre anni dalla fine della peste, scrissi una lettera a Braibanti, dicendogli che un poeta, di questi tempi, non può che aspettare la morte come una nascita. Io l’aspettavo, dicevo a Braibanti, e poi facevo appello alla malattia stessa, di caricarmi sul groppone, di ricordarsi di me. Chiedevo a gran voce che quella lettera disperata venisse pubblicata sul “Nuovo Avanti”, per essere finalmente anch’io, un poeta vivo. Non ricevetti mai una risposta, e una sera di metà Ottobre mi venne da piangere pensando ad Ugo Luman. Mio amico.
~
Michelangelo Innocenti (all’anagrafe Michele) è studente del Dams di Firenze e cameriere part-time. Ha pubblicato un racconto nel volume Quasi di nascosto. 12 nuovi autori sotto i 25 anni edito da Accento Edizioni.

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L’età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera.
Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

Racconto di un autore già formato, nonostante l’età. Ci trovo molti spunti degni di nota. Il primo, ovviamente, è quello dello scrittore che si sente snobbato dal destino.
A stabilire le gerarchie letterarie avanza questa pestilenza dallo strano nome, che colpisce solo i poeti, ed esserne risparmiati non è più motivo di sollievo ma al contrario ragione di dubbio sulle proprie doti. Bella idea e bel racconto, congratulazioni!
originale e interessante il racconto di questo giovane scrittore e dotato anche di spessore e finezza psicologica nel descrivere il disagio e la frustrazione del poeta ignorato dalla morte
non sembra proprio il racconto di una persona così giovane.
decisamente un autore promettente