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di Cristina Eléni Kontoglou

“Detersione. Hai bisogno della doppia detersione per affinità: attivatori che somiglino ai principi contenuti nel tuo viso, è la pelle a chiederlo. È una tua scelta non ascoltarla.” Pago il flacone di olio emu insieme a un opuscolo sui suoi utilizzi. Risciacquare con acqua prima di applicare la spuma; lasciare agire dieci minuti, procedere con l’impacco. Per tutta la notte, un’idratazione profonda. “Devi solo dormire; il resto lo fa il prodotto. È mentre dormiamo che si svolgono i processi cellulari: ascolta come si riorganizzano le cellule, ripristinano le barriere, decidono chi sacrificare. Si rigenerano ogni sette anni in tutto il corpo; così vieni riprogrammato. Nessuno nasce una volta sola, a eccezione di una espulsiva. Tutte le altre sono nascite endemiche.” La commessa dalla pelle lunare ha il volto sgranato. Il fondotinta non si fonde a sufficienza, le luci azzurre dall’alto ne evidenziano i pori. La rosacea le fiorisce sul volto in pistilli affollati; l’epidermide si sfalda come moquette in una reception. Pago con la mia card beauty, per la settimana del compleanno ho lo sconto del 35%. “Lo ha preso da noi?” chiede la ragazza, indicandomi. Sfioro con le dita il finish satinato delle labbra: un primaverile rosa pesca. Pomeriggi di nuvole caramellate acquistate in farmacia, ormai gli unici cosmetici che tollero.

Fuori piove e io mi sento colpevole. Annuisco, mento. Non vedo l’ora di tornare a casa. Mi chiede se mi serva altro. “Ho tutto,” ringrazio. Come se bastasse avere tutto, per non desiderare. All’uscita, l’aria da una grata mi investe: un tepore di fognature e erba secca. In strada, un uomo è inginocchiato, davanti ha un cartello: ‘aiutami a tornare a casa, mi sono perso’. Vende dancing dolls buttate in una cesta. Neppure la pena di fingere che funzionino, deve averle comprate a sua volta, senza sapere cosa siano. Quando ero bambina, gli amici dei miei me ne avevano acquistata una, sotto i portici di piazza Repubblica. Avevo scelto una scimmietta di carta. Il venditore accendeva lo stereo e l’animaletto dimenava i piedini di gomma, su e giù; ballava una danza bidimensionale, fino a quando la musica non si spegneva e la scimmia si accasciava sull’asfalto, la faccia nelle pozzanghere di pioggia. Ipnotizzata, guardavo le gambe sottili di gomma intrecciate e ne volevo anche io di simili, senza tendini o elementi complessi, qualcosa di essenziale. Per farmela regalare quella volta scoppiai a piangere, sapevo come piangere a comando. Dopo, finivo per crederci, come tutti gli altri.

Aperta la confezione avevo scoperto che si trattava di un’insulsa marionetta. Le istruzioni, invece, erano interessanti. Spiegavano i diversi modi per nascondere il filo: nessun mistero nell’oggetto scadente, il segreto, farlo sembrare quello che non era. Costeggio i portici sotto la pioggia e vengo inghiottita da una folla di persone, tra queste, una donna. Con le braccia alza un televisore. È sintonizzato sulla scena di alcuni vitellini appena nati. La madre li sta allattando, loro si spingono e le teste si confondono in un unico sistema perfetto. Lo stacco amatoriale salta alla scena seguente, dove gli animali vengono mostrati atterriti e sgozzati. Alta, i capelli biondi incollati dalla pioggia, la donna non indossa la maschera bianca come gli altri, ma la tiene al polso, consapevole degli occhi viola, invadenti, sotto la pioggia scintillante. “Sai come fanno a far produrre più latte alle vacche?” Mi blocca. Non lo so. Lo sguardo insiste; mi prende per un gomito, vuole essere certa che senta, appoggia a terra il monitor bagnato, che si spegne in un odore di bruciato.

“Gli viene tagliato il terzo capezzolo per adattarle alla mungitura industriale. Ogni anno vengono inseminate artificialmente, già dopo tre mesi dal parto. Devono produrre, anche da gravide. I vitellini crescono strappati dalla madre alla nascita, e alimentati nei box con un siero simile al latte, ma senza i nutrienti, mentre il latte vero è destinato agli umani. Dal maschio prelevano del seme congelato in azoto, si chiama ‘paillette’. Poi viene ucciso, perché non serve più.” Mi allunga un adesivo tondo.

“Loro non sono i nostri genitori, non devono nutrirci; è contro natura. Immagina di restare gravida più volte, solo per essere ammazzata.”

“Non mangio carne” dico. È per la pelle.

“Non ha importanza; è comunque colpa tua.” Indica la mia busta.

Chiama un ragazzo del gruppo, seduto sotto la tettoia. In piedi, sta mangiando un tramezzino di un giallo finto, pane di curcuma o qualcosa di simile. Ci raggiunge senza fretta.

“Com’era la storia delle vacche e della gravidanza?”

“Quale storia?” chiede, pulendosi le dita sull’impermeabile.

“‘Quella’ storia.”

“Ah, sì.” Il ragazzo annuisce e con il dito ancora sporco, fa un movimento lento e circolare, come per riavviare un carillon. Odore di spezie.

“Qualunque cosa ha un prezzo da qualche parte, anche molto lontano da qui” aggiunge lei, “i gesti buoni e quelli innocui non esistono; siamo masse di energia, plasmiamo il cosmo ma non siamo noi, è la nostra frequenza a modificarlo impercettibilmente, per sempre.”

Entrata in casa sfilo le décolleté; ho i piedi freddi e bagnati. Le foglie dell’orchidea sul tavolo si muovono in un fruscìo flebile, sotto il ventilatore acceso. Il suo regalo per il mio compleanno: se non fosse per due petali sgualciti sarebbe perfetta, ma non posso toccarla. Non ancora. Inizialmente, le orchidee vengono nutrite di concime per renderle desiderabili, per questo le prime settimane vanno lasciate stare. Si può solo osservarle ambientarsi, finché non spurgano il concime residuo, qualcosa di morboso. Siamo alla terza settimana, ora è il momento delle radici. Visibili e premute tra loro in un sofisticato sistema di cunicoli, sono grige e hanno sete. Riempio un bicchiere, le annaffio. Vado in bagno e strofino le labbra con un panno di microalghe, finché il rossetto non scompare e il panno si ricopre di minuscoli brillantini rosa. Dopo, lascio scivolare l’olio di cocco, lo passo sul viso in movimenti circolari. Per concludere, pulisco il residuo con una salvietta in fibra di cotone. Esfoliazione, il terzo dei dieci passaggi: detersione, lipidi, esfoliazione, rimpolpare, siero, crema, contorno occhi, labbra, impacco. Tutte le tappe per la glass skin, effetto specchio irraggiungibile, sotto qualsiasi luce: la pelle ricorda i vetri o la glassa dei macaron nelle pasticcerie. Quel lucido naturale sotto il tramonto sa di rossi umidi, di polpa, liquidi e labbra morse e gonfie, dopo una giornata di mare e sudore. Accendo lo smartphone, un messaggio non ascoltato.

“Chloi, ci sei? Lo so che ci sei. Questo… ricatto di non volermi rispondere, è un’altra delle tue manipolazioni.”

Alcune settimane dopo. Oggi, per tutto il tragitto in macchina, lei mi ha rinfacciato quanto fosse frustrante lavorare per me, che non solo non riesco a ottenere un contratto, ma non ho neppure un mezzo. Io pensavo solo a tornare a casa, ora che l’orchidea si è adattata: posso finalmente procedere con il rinvaso. Prima però è il suo momento; il taglio dello stelo. Appena arrivata, mi accorgo che uno dei rami ha due fiori di zinco aperti; troppo invitanti. Non dureranno. Il prezzo della bellezza si traduce nell’esaurirsi del nutrimento nei fusti, nelle foglie e nelle radici. Meglio recidere i fiori prima, rafforzando il resto. Posiziono il vaso tra le gambe e con le forbici in mano, conto. Due rami, due nodi: taglio al terzo per liberare la base. Le forbici tagliano, il ramo si spezza, i petali cadono. Mi sento meglio. Davanti allo specchio, apro il flacone. Mischio lo schiumogeno con acqua, uso peeling all’acido salicilico. Lo applico dal centro verso l’esterno. La pelle reagisce, tira, si assottiglia, prude. A quel punto, la idrato con estratto di tocoferolo puro; la spugna diventa gelatinosa, la mia pelle è sempre più ruvida. Conto i pori depurati, bruciano, ma sono più della volta precedente, la pelle si sta lentamente liberando dell’inquinamento, del fuori. La spugna, una volta asciutta, torna alla sua forma marina. Viso in fiamme, per oggi può bastare, va tutto bene. Mi sdraio sul divano. Se avessi ancora Kylhim ora mi raggiungerebbe, invece sono diventata allergica ai gatti, e ho dovuto regalarla ai vicini. Accendo la televisione. Tiro fuori dalla tasca una Palm, la aspiro appena e la spengo, non fumo più. Rovinerebbe la pelle. Sullo schermo, un’emittente locale. Il presentatore sta mostrando una carta dalle diverse colorazioni di rossi, la trasmissione annuncia una scoperta.

“Earendel, la stella più lontana, è stata avvistata grazie al cannocchiale di Hubble. Venti volte più grande del sole, risale a quindici miliardi di anni fa. Le galassie interposte tra noi e lei amplificano la luminosità, grazie a un fenomeno chiamato lente distorsiva; è stata la distorsione a farci arrivare la sua luce che splende dai tempi in cui la Terra era una bambina, è il significato del suo nome. Benvenuta tra noi, stella dell’alba.”

L’altro schermo richiama la mia attenzione, come una bestiola affamata. Lo smartphone pulsa, un messaggio da ascoltare. Il viso è infiammato, il dito sfiora il display fresco.

“Volevo sapere come stavi. Denis mi ha detto che hai usato il contatto che ti ho passato per lo spot… avresti potuto dirmelo, ma sono contento per te … l’importante è che tu sia felice,” una pausa, “come sempre.” Cancello il messaggio.

Vorrei dormire ma il viso brucia, mi sveglio ad ogni contatto con la federa. Ho spostato l’orchidea nella mia stanza. Mi aiuta a dormire. I rami spogli toccano il ripiano, arrendevoli. Mi osserva, e sono sicura che mi capisca. Più tardi, il cellulare vibra.

“Dormivi? Mi ha chiamato lo studio. Ci danno una risposta entro domenica. Ho visto gli scatti dell’anteprima… che hai fatto alla faccia? Spero non sia stato il freddo, ti avevo detto di non uscire. Mescola del cetriolo nel miele, olio d’oliva, e lascia su l’impacco per mezza giornata. Dobbiamo sfiammarti. Comunque è improbabile che ti prendano. Dicono di non prendere più nessuno perché sono pieni, ma ho saputo che ripescano da un canale preferenziale, i figli di puttana. Domani ne parliamo.”

Mi sveglio alle cinque come ogni mattina, in cucina preparo la mia bacinella di ghiaccio, mi siedo in reggiseno e accappatoio, immergo la faccia. Lo shock è intenso, resisto cinque minuti, poi mi specchio, segni rossi e due capillari rotti. Preparo del ginseng mentre la nebbia si asciuga oltre la finestra e alcuni piccioni tubano sulle grondaie, si posano nonostante le punte di ferro. In camera l’orchidea ha le foglie gialle, deve aver assorbito qualcosa di mio, la notte. Tocco le radici che si spezzano, così immergo la pianta in acqua immaginando che beva. Mi aspetto grandi cose da lei, che scelga oppure che muoia. In bagno lascio lo smartphone acceso, sintonizzato sulla rassegna quotidiana.

“Una giornata che segnerà la storia e traccerà una linea tra quanto sapevamo e quanto credevamo di conoscere. Earendel, la stella più luminosa, detta anche WHL0137-LS, sembrerebbe risalire all’alba del cosmo.”

Spalmo del collagene, le gocce colano e prudono sulle palpebre gonfie. Più tardi, risciacquo con acqua imbottigliata. Sulla guancia ho un nuovo angioma rosso, una crosticina. Circondata da rose di puntini, eczemi di capillari, galleggia su un panorama di grafie azzurre e lividi vecchi. Li premo per capire fin dove si estendono, tornano verdi quando li rilascio. Come i rizomi nel vaso, in camera. Stacco la crosta con le unghie e subito sanguina, picchietto tutto con del correttore Bourjois spremuto sul palmo, mescolato al primer, poi fisso con acqua termale. L’ho imparato ai provini. Tutte, indistintamente, sono anemiche con i capillari fragili. Scelgo un blazer su mocassini menta, ma prima di uscire alcune gocce di sangue macchiano l’ecopelle delle scarpe e la giacca.

Uno squillo e un messaggio: “scendi, sono qui.” Il sangue continua a colare dalla crosta aperta insieme al correttore, in una linea crema e rosa, giù, fin sotto il mento. Non posso uscire così. Invio il messaggio:

“Ho la febbre, scusa.”

Lo schermo lampeggia quasi subito.

“Idiota, chi credi di essere? Ti restano ancora tre eventi, vedi di riprenderti o non contare più su di me.”

 Cerco delle strip nei cassetti, tra creme e sieri per la pelle, le trovo e le applico sullo squarcio. Sono nel panico, mi lacrimano gli occhi dal bruciore, ma devo restare lucida. Tampono il viso e più mi faccio del male, più per togliere le croste e le ferite devo esfoliare, eliminare le cellule morte, risvegliare quelle nate. Risvegliarmi. E il risveglio mi costa altre ferite da qualche parte, è la mia rinascita. Tocco le guance, cerco di strofinarci altro peeling ma urlo, e il barattolo si rovescia nel lavandino. Raccolgo col cotton fioc i residui dai bordi, e lo applico ovunque, la testa all’indietro. Resisto mentre il cuore scava colpi. Non lo faccio per nessuno, mi ripeto, sicuramente non per lei. Sulla mensola c’è una boccetta del vecchio Boudoir. Mi sembra che non faccia parte del mio bagno, della mia casa, che venga da lontano per errore. Dal tempo in cui non preservavo niente. La versione originale non la fanno più, il tappo del flacone è sempre la stessa sfera caratteristica, solo sintetizzata. Dicevano che era il mio marchio. Entrata in una stanza, si mescolava al sudore, il mio e quello degli altri. Secondo lui dopo tre ore diventava troppo animale, sensuale, su di me; sapeva di primule bagnate. La nuova versione ha sostituito gli ingredienti vietati con altri sintetici: bergamotto. Più educata, ripeteva quando me l’ha regalata, “è diventata più educata, era un’essenza fuori controllo.” La spruzzo sul collo, ma l’alcol lo arrossa e devo sciacquare. Il calcare del rubinetto è insopportabile, non tollero niente, mi strapperei la pelle. Ho un ricordo di quando avevo la varicella.

Sette anni e le croste che mi prudevano sulla faccia, nelle orecchie e sul collo, fin dentro la vagina. Lei mi aveva mandato lo stesso in bici. Diceva che il sole le avrebbe fatte cadere. Anche le altre avevano la varicella, ma erano rimaste protette, a casa. Mentre pedalavo, con i denti mordevo le labbra, anche quelle coperte di bolle, sentivo il sangue. Mi guardavano tutti. Getto il flacone di Boudoir nell’immondizia e mi infilo a letto, la fronte brucia, tutta questa infiammazione alla faccia mi ha fatto venire la febbre, ma ci sono abituata. Lo faccio da quando avevo sedici anni, e ho acquistato il mio primo siero levigante. Mi porto tra le lenzuola un vassoio, un uovo alla coque e una capsula dorata di gel. Spermidina e Q10 da ingoiare con latte di mandorla. Rompo il guscio, ma il portauovo è scheggiato, scanso i frammenti. Ho paura di ingoiarli, di non riconoscere gli elementi estranei, sempre. Non è paura dell’esterno, è disgusto. La pelle mi proteggerebbe se fosse forte, invece la sento fragile, ancora non pronta. Nuova e infantile. Se cedesse, il mondo passerebbe attraverso come una diga che si rompe, portando con sé i rifiuti, gli scarti umani. Accendo l’umidificatore e immediatamente arriva il sollievo. Con l’umidità anche l’acqua viene risigillata nell’epidermide. Sul cellulare ho due messaggi. Uno è stato eliminato; avvio il secondo. La voce è così bassa che devo alzare il volume al massimo, avvicinare l’orecchio al microfono.

“Discutere con te mi fa stare troppo male.”

Mi obbligo a ripensare al suo viso mentre si sporge per darmi la pianta, e tutto quello che resta è la sensazione della barba che graffia il mio collo, le guance.

Il messaggio cancellato ora non è mai esistito. Se fosse sempre questo. La pelle deve diventare così, una segreteria telefonica. Filtrare, imparare dagli errori. Riflettere, illuminarsi.

Tre giorni dopo, l’acqua del sottovaso è prosciugata; le foglie si sono riprese, puntano in alto e le radici al tatto sono umide, compatte. Sulla guancia mi è rimasto un lieve segno zigrinato, su cui applico un siero alla vitamina C e peptidi, succo di limone per schiarire. Indosso una camicia bianca appena trasparente, raccolgo i capelli in una coda bassa che scopre l’ovale.

Lo smartphone vibra; lo infilo in tasca e scendo le scale, salgo in macchina. Lei si toglie gli occhiali da sole e mi sfiora il viso con la stanghetta. Ha il volto accaldato; ho la sensazione di una sigaretta spenta in faccia, poi passa. “Cosa hai fatto?” Esita. Mi scosta qualcosa dagli angoli della bocca e sul dito le resta un brandello bianco. Le basterebbe poco per capire, e io le direi che non mi sbaglio; non c’è niente di male. La bellezza va nutrita per nutrirsene, prima che lo faccia con me. Avrei solo dovuto rimettere tutto a posto, invece oggi farò tardi. I piatti sporchi galleggeranno anche stanotte al buio della cucina, tra i resti di terra e dell’ultima orchidea, sommersi dall’acqua nel lavello, insieme alle forchette e ai coltelli. Stavolta mi ero affezionata. È sempre difficile tagliare una foglia di orchidea con un coltello, non si spezza. Si scuce semplicemente e sfila via mentre il liquido le esce dai bordi. È questo a darle il sapore. Per un attimo vorrei aprire la portiera, scappare; ma prima, voltarmi verso il sedile e sputarle addosso. Sputarle saliva e clorofilla. Invece mi fa segno di avvicinarmi. “Sei perfetta, così luminosa. Vieni al sole, tira su lo specchietto.” Mi rilasso sul sedile. “Vieni vicino a me, lasciati guardare. È la giornata adatta per festeggiare, dico sul serio… lo spot è tuo, mi hanno appena chiamata. Io lo sapevo; di te l’ho sempre saputo che non eri come le altre.”

Infila la cintura e toglie il bluetooth, si avvicina ancora e il bruciore del viso si spegne con il suo alito; mi accarezza il collo ma di lato, per non sgualcirmi. “Sei sempre stata la mia preferita. E se ti dico il contrario, tu non credermi mai.” La radio accesa trasmette brandelli confusi, il sole ingoia la polvere, mentre la macchina costeggia i portici deserti, nell’indaco granulare dell’alba:

“La luce di Earendel ha viaggiato miliardi di anni per raggiungerci; la vediamo com’era, quando la Terra aveva novecento milioni di anni. Osservarla è come guardare l’alba dell’Universo, le prime stelle. È così lontana che sarebbe invisibile, se non fosse per quelle galassie che agiscono come una lente, piegando lo spazio-tempo e amplificandola migliaia di volte. Più è lontana, più splende, ‘allungata’ da un’illusione. La sua luce è tutto quello che ci resta di un universo impossibile, primordiale.”

Apro la bocca e ancora sento il profumo; il sapore di rugiada, pistilli, vaniglia e sigari bagnati. Alcune specie odorano solo di notte, altre al mattino, a seconda di chi vogliono attrarre. Dopo tutto questo silenzio la voce esce bassa, inarticolata, ora che non serve la cancellerò, un giorno: “Fermati dal fioraio, devo comprarne un’altra, mamma.”

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