di Ludovico Cantisani
“Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima, poi, scriverei: ‘Conosco un solo dovere, ed è quello di amare’. A tutto il resto dico no. Dico no con tutte le mie forze”. È da questa annotazione di Albert Camus del 1937, tratta dai Taccuini editi postumi, che prende le mosse Vedove di Camus, affascinante libro di difficile categorizzazione – non è un romanzo, ma men che meno un saggio – scritto da Elena Rui, italiana trapiantata in Francia, ed edito da L’Orma. Forse è vero che nell’ultimo decennio si è imposto un certo trend di romanzi sui filosofi e sugli scrittori: in questo sottogenere, Irvin D. Yalom con Le lacrime di Nietzsche e i successivi libri dedicati a Freud, Schopenhauer e Spinoza è maestro indiscusso, ma non possiamo non menzionare anche, per limitarci a pochi esempi, la trilogia di romanzi di Maylis Besserie dedicati alla morte di Samuel Beckett, alle vicissitudini post-mortem della salma di W.B. Yeats e al flusso di coscienza della balia del pittore Francis Bacon, La settima funzione del linguaggio di Laurent Binet, che prende le mosse dall’investimento di Roland Barthes, e Specchio d’argento di Olive Laing, ambientato nel 1975 e sospeso tra i due poli di Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini. Paragonato però a tutti i titoli fin qui citati, Vedove di Camus di Elena Rui assume una prospettiva più laterale rispetto allo scrittore al centro della sua narrazione-trattazione, soffermandosi sull’elaborazione del lutto di quattro diverse donne sentimentalmente legate all’autore de Lo straniero e La Peste.
“Non è un segreto che ‘l’Unica’, come l’aveva ribattezzata Camus, non fosse affatto la sola, ma l’immaginario collettivo resta affezionato all’associazione indissolubile Camus-Casarès”, scrive la Rui nelle prime pagine del suo libro: se l’attrice spagnola Maria Casarès sarebbe rimasta nell’immaginario letterario collettivo come l’amante-simbolo di Camus, di recente tornata alla ribalta con la pubblicazione lungamente attesa dell’epistolario Saremo leggeri, lo scrittore rimase tutta la vita sposato a un’altra donna, Francine Faure, madre dei due figli Catherine e Jean, nati gemelli nel 1945, poco tempo dopo la fine della guerra. Scandito in quattro parti con una premessa, un epilogo e una nota finale, Vedove di Camus lascia spazio anche ad altre due donne con cui, nell’ultima parte della sua vita, lo scrittore aveva intrecciato relazioni sentimentali: Catherine Sellers, anch’essa attrice, e la giovane pittrice Mette Ivers, di origini danesi, delle quattro l’unica ancora in vita.
Vedove di Camus non può che prendere le mosse dal 4 gennaio 1960, data dell’incidente mortale in auto che coinvolse Camus, morto sul colpo, il suo editore Michel Gallimard, deceduto in ospedale pochi giorni dopo, e la moglie e la figlia del secondo, rimaste illese. Il libro della Rui inizia la sua narrazione dalla prospettiva della moglie Francine Faure, e immagina che al momento del riconoscimento legale del cadavere la donna si faccia forza ricordando che nel romanzo Lo straniero l’atteggiamento irrituale tenuto da Meursault alla veglia funebre della madre giocasse a suo sfavore nel successivo, inaspettato processo. Significativa, nel capitolo dedicato alla Faure, anche la ricostruzione dell’organizzazione dei funerali, nel piccolo centro di Lourmarin in Provenza dove da poco Camus aveva acquistato una casa. Per Francine i funerali comportano qualche difficoltà per via del pensiero del marito in materia di religione – “dove seppellire un ateo: nella parte cattolica o in quella protestante del cimitero di Lourmarin?” – ma la scelta del luogo della cerimonia laica si rivela strategica per evitare polemiche o tentativi di riconciliazione post mortem: “se le esequie avessero avuto luogo a Parigi, Sartre, Beauvoir e la loro combriccola si sarebbero interrogati sull’opportunità di sotterrare l’ascia di guerra, superare il diverbio nato intorno alla pubblicazione de L’uomo in rivolta e fare atto di presenza. Una cerimonia privata a ottocento chilometri di distanza toglie tutti dall’imbarazzo e risolve il problema alla radice”.
Vedove di Camus sa addentrarsi bene nella psicologia di Francine Faure e nella complessità del suo legame coniugale con Camus, arrischiandosi anche a immaginare veri e propri monologhi interiori della donna rispetto al rapporto col marito e la sua opera: “La caduta lo doveva a lei! Era lei che lo aveva ispirato, ed è lei la donna che Jean-Baptiste Clamence si sente colpevole di non salvare dall’annegamento; lei che ha tentato di buttarsi dal balcone e che Albert è riuscito ad afferrare prima che passasse dall’altra parte della balaustra. Lo deve a lei quel libro, ai loro drammi coniugali, ne è certa e, ironia della sorte, sono state le vendite di quel monologo, mille al giorno nel primo mese, che gli hanno permesso di allontanarsi ancor più e vivere una vita da scapolo con le sue amanti”. In un tono piacevolmente pragmatico, Vedove di Camus collega il crescente successo editoriale che i libri di Camus riscuotevano in Francia e in tutto il mondo occidentale con il miglioramento delle condizioni di vita per Camus e la sua famiglia: “è stata La peste a permettere quella nuova, migliore sistemazione” a rue Madame, “poi La caduta gli ha dato i mezzi per pagarsi il suo pied-à-terre. Il Nobel gli ha consentito di esaudire l’ultimo desiderio: i cieli mediterranei della Provenza. Ma quel desiderio lo ha ucciso”. Interessante anche l’approfondimento che il libro della Rui fa del ruolo che il poeta René Char ebbe in qualità di esecutore testamentario del lascito di Camus, fatto non suffragato da nessun documento scritto ma confermato anche da altri della cerchia di Camus come Suzane Agnely – “cercano di proteggere lo scrittore da sua moglie, ma anche sua moglie dallo scrittore, visto che la corrispondenza con Maria Casarès è già sparita”.
Se il capitolo dedicato a Francine Faure è forse il più denso in termini biografici e, assieme a quello su Maria Casarès, il più corposo, resta profondamente suggestiva la frase che, secondo la ricostruzione della Rui, Catherine Sellers rivolge a Mette Ivers, in teoria sua rivale in amore sulla base dei principi dei rapporti sentimentali convenzionali: “dobbiamo essere delle belle vedove”, da cui deriva il titolo del libro. I capitoli incentrati su Catherine Sellers e sulla Casarès fanno emergere bene anche l’amore che Albert Camus aveva per il teatro, non solo e non tanto come scrittura quanto come microcosmo a sé fatto di prove, esibizioni e rapporti creativi, fino a considerare l’amicizia con gli attori una specie di rapporto di ordine superiore. Bella anche la descrizione del passato biografico della sua amante più celebre e duratura: “un’infanzia felice, a piedi nuti, in contatto con la Natura e poi, senza transizione, con l’orrore della guerra: questa è stata la sua formazione, da là è nata Maria Casarès e il suo senso del tragico – ma è anche una condizione endemica della Spagna”. Se con la Casarès Camus favoleggiava delle “nozze del 1973” come di un lontanissimo traguardo da raggiungere di riabilitazione del loro legame nei confini dell’amore borghese, dal libro della Rui emerge anche l’ipotesi, vaga e mai data per certa, che fosse proprio Mette Ivers la “donna della sua vita”, sulla base di confidenze e mezze frasi sfuggite allo scrittore nell’ultimo periodo della sua vita; ma Vedove di Camus non è interessato a tracciare graduatorie tra le sue quattro protagoniste, e anche nel tratteggiare la figura di Francine Faure l’autrice è stata ben attenta a rifuggire stereotipi; un senso di finitezza e di serena malinconia del resto attraversa tutti e quattro i capitoli del volume, riecheggiato nell’epilogo dall’epifania della “tenera indifferenza del mondo” che pervade il tratto di strada oltre Villeblevin che Camus e i Gallimard non arrivarono a percorrere, la sera del 4 novembre 1960.
“Molti ostentano l’amore della vita per eludere l’amore. Ci si prova a godere e a ‘fare delle esperienze’. Ma è un’astrazione. Ci vuole una vocazione rara, per saper godere”, scriveva Camus ne L’estate ad Algeri. È questa distinzione, più che la cronaca sentimentale di un’esistenza, a costituire il sottotesto più profondo di Vedove di Camus: l’amore come pratica incarnata, esposta al tempo e alla perdita, irriducibile tanto all’edificazione morale quanto alla mitologia del genio. Nel restituire parola a quattro figure femminili, tre delle quali rimaste ai margini del racconto canonico sulla vita dello scrittore, Elena Rui sottrae Camus alla sua stessa leggenda e riconduce l’esperienza amorosa a una misura tragicamente umana, dove il godimento non è mai astrazione, ma esercizio precario e finito. È in questa zona di esposizione, dove non vi sono né assoluzioni né condanne, che Elena Rui colloca le sue protagoniste, sottraendole tanto alla retorica del sacrificio quanto a quella della trasgressione, e restituendo all’esperienza amorosa una densità tragica che è, senza forzature, profondamente camusiana. Affrontare la figura di uno scrittore della caratura di Albert Camus attraverso le prospettive divergenti delle donne che lo hanno amato poteva trasformarsi facilmente in un’arma a doppio taglio ma Vedove di Camus riesce a non cadere nel facile sentimentalismo e non fa neanche l’errore inverso di provare a imitare la prosa e l’immaginario del premio Nobel francese. Con Vedove di Camus Elena Rui ha saputo costruire una narrazione polifonica e centripeta che restituisce tutta la complessità della vita e dell’opera dello scrittore, e che si presenta anche come un racconto di valenza universale sulla perdita e sul lutto.
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Pallido e noioso mi è risultato questo romanzo. L’autrice non è stata in grado di raccontarci la potenza dell’amore delle quattro donne di cui ci fornisce un racconto banale totalmente privo di fascino. Forse sono state normali donne innamorate, ma allora perché scriverci un romanzo, o forse il materiale a cui ha avuto accesso l’autrice non le ha consentito di dirci niente di più di quelle donne e del loro grande lutto.