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Leonardo Colombati, scrittore, traduttore e critico letterario, direttore dell’accademia di scrittura Molly Bloom di Roma, di cui è fondatore con Emanuele Trevi, con Non vi sarà più notte, recentemente pubblicato da Mondadori e proposto da Alessandro Piperno al Premio Strega 2026, costruisce un romanzo che nasce da una deviazione storica netta e da lì allarga continuamente il proprio raggio. In questo Novecento alternativo le dispute internazionali non si risolvono più con la guerra, ma attraverso i tornei sportivi. E proprio il tennis, più che semplice trovata narrativa, diventa il segno di una civiltà che prova a disciplinare il conflitto senza riuscire davvero a estinguerlo. La promessa di un mondo finalmente regolato non elimina infatti la violenza: la costringe solo a prendere altre forme.

Dentro questo equilibrio solo apparente si muove Baz Kozlov, giovane russo in partenza per Parigi e poi trascinato attraverso un mondo sempre più mobile, affollato e instabile, dove il progresso accelera ma non salva e dove la pace non coincide mai davvero con l’innocenza. Attorno a lui, e attorno alla figura di Cécile, Leonardo Colombati costruisce un libro che tiene insieme avventura, formazione, storia alternativa e romanzo di crisi, facendo convivere personaggi inventati e figure storiche come Isadora Duncan, Charlie Chaplin, Harry Houdini e il kaiser Guglielmo dentro una macchina narrativa che cambia continuamente passo senza perdere il proprio centro. Proprio questa ambizione narrativa rende Non vi sarà più notte un romanzo ampio, ibrido e consapevole dei propri mezzi, che usa l’invenzione non come fuga dalla Storia, ma come un modo più libero e più radicale di attraversarla.

Non vi sarà più notte è stato per lei soprattutto un esperimento molto consapevole sulla forma del romanzo?

È cominciato in modo inconsapevole. Dovevo scrivere un racconto sul tennis e mi sono ricordato dei “gesti bianchi” di cui parlava il mio Gianni Clerici. Nella sua monumentale storia del gioco ho letto dei fratelli Doherty e ho trovato alcune loro foto di quando vinsero il doppio alle Olimpiadi di Parigi del 1900. Allora ho capito che sarebbe stato bello raccontare quel tennis primitivo ed elegante e ho creato il mio personaggio, Vasilij “Baz” Kozlov, un ufficiale russo diciottenne che parte da San Pietroburgo per andare a giocare al Bois de Boulogne. La fantasia ucronica ha poi preso il sopravvento, quando ho immaginato che a Parigi Baz stava andando a “combattere”, perché da un secolo ormai le guerre non si decidevano più con le armi ma coi tornei sportivi.

Perché sceglie proprio il tennis come forma sostitutiva della guerra?

Come ho detto, è stata una scelta del tutto incidentale. Sandro Veronesi mi aveva chiesto di scrivere un racconto sul tennis per un’antologia che stava curando per La nave di Teseo. Entrambi siamo grandi appassionati. E non ce la caviamo male con la racchetta. L’idea che non si dovesse più uccidere il nemico col fucile nelle trincee ma batterlo dall’altra parte di una rete, su un campo d’erba soffice, mi sembrava abbastanza paradossale da poterci costruire sopra una controstoria.

Nel libro lo sport neutralizza davvero la guerra o la rimette in scena sotto un’altra forma?

Il mio protagonista, e noi con lui, presto scoprirà che la pace non è che una pausa tra due guerre. Quello che mi interessava era immaginare come sarebbe stato il mondo nel 1900 se da un secolo i combattimenti fossero proibiti. Ho pensato che il progresso tecnologico sarebbe stato in uno stadio più avanzato, visto che gli scienziati e le industrie di tutte le nazioni avrebbero potuto collaborare tra loro. Così, il mondo di Non vi sarà più notte è leggermente “verniano”. Ma c’è un tragico rovescio della medaglia: l’accelerazione della conoscenza scientifica porta alla bomba atomica con una trentina d’anni di anticipo…

Baz Kozlov resta davvero fino in fondo fedele alla sua fiducia nella bontà umana? E come ci riesce?

Baz è un figlio della Belle Époque, imbevuto di tante grandi idee sulla società, sull’amore e sul progresso. E gli tocca scoprire che le grandi idee sono sempre idee cretine. “Cresciuti in intima, raccolta quiete, / siamo gettati a un tratto nel mondo”, scriveva Goethe. È proprio quello che è successo ai ragazzi dei primi del Novecento, una generazione accecata dall’idealismo: tutti erano convinti che il progresso tecnologico avrebbe determinato necessariamente un avanzamento morale. Nel suo meraviglioso memoriale, Il mondo di ieri, Stefan Zweig scrive: “Mai l’Europa fu più forte, più ricca, più bella, mai più intimamente convinta in un futuro migliore”. E poi riflette: “Il peggio fu che fummo traditi dal sentimento che più di tutti amavamo: il nostro comune ottimismo”. Se uno pensa che da quegli anni dorati, dove l’Uomo inventava il modernismo e il cubismo, la psicanalisi e la relatività generale, è scaturita la prima guerra mondiale, c’è davvero da non crederci. Eppure è stato così: la guerra muoveva proprio dalla Germania, dagli headquarters del Pensiero. Cultura non vuol dire Bontà. Spesso significa tutto il contrario. Tutto questo Baz lo sperimenta sulla propria pelle: a un certo punto lo sbatto dentro una trincea sul fronte occidentale. Però la sua fiducia negli esseri umani non vacilla mai. Perché? Perché noi siamo fatti così. Inventiamo la penicillina e l’omicidio, uccidiamo e amiamo il prossimo. E non smettiamo mai di sperare.

Chi è Cécile?

Cécile, che Baz incontra sul treno che lo porta da Pietroburgo a Parigi, è la sua prima infatuazione sentimentale. Lui si convince che sia il Grande Amore, non tanto perché effettivamente lo sia, ma perché sente che un ragazzo, prima o poi, deve fare l’esperienza dell’amore. È un sentimento del tutto narcisistico. Per anni, pur senza vederla, Baz abbaierà alla luna per Cécile. Ma quando la rivedrà a Parigi, dopo tanto tempo, i due si ritroveranno come Frédéric Moreau e Marie Arnoux, ovvero senza molto da dirsi. Mi piaceva il fatto che il mio eroe fosse anche un po’ sciocco. In tema di donne, poveretto, non ne imbrocca una. Dove invece il suo amore matura e si fa elemento fondante della sua personalità è quando, per vicissitudini appunto romanzesche, si ritrova tra i piedi Sasha, un ragazzino di dieci anni a cui inizia a fare da padre. Il rapporto tra Baz e Sasha, padre e figlio, è il nucleo sentimentale del romanzo. E anche qui Baz si rivela un personaggio in chiaroscuro, perché quando si accorge che il piccoletto è dotato di uno smisurato talento comico che lo porterà sui palcoscenici più importanti e persino a Hollywood, beh, il nostro Baz, che è un uomo intelligente, colto e ambizioso ma del tutto sprovvisto di genio, finisce con l’invidiare Sasha e si sente tremendamente in colpa per averlo addirittura odiato per questo. Si può amare follemente e al tempo stesso odiare terribilmente un figlio? Forse sì. È un’altra delle ambiguità della natura umana che mi piaceva analizzare.

Pensa Baz più come un eroe d’avventura o come un superstite?

È tutte e due le cose. È un eroe, suo malgrado, perché gli capiterà di compiere azioni eccezionali senza davvero averlo pianificato. In questo, Baz è un personaggio archetipo della commedia e dell’epica: una persona normalissima a cui succedono cose straordinarie, come Luke Skywalker, Dante Alighieri e la Vergine Maria. Abbiamo bisogno che questi eroi siano come noi. Nella tragedia, invece, è tutto il contrario: devono essere re o principi o semidei, perché la caduta deve essere da più in alto possibile.

Personaggi inventati e figure storiche convivono nello stesso spazio narrativo.

Non sa come mi diverte creare mondi in cui convivono invenzioni e personaggi storici. (Colombati sorride entusiasta). Lo faccio spesso. È un po’ come dire: questo libro non è altro che uno degli infiniti capitoli di cui si compone il mondo. Borges scriveva che “una serie di parole è Alessandro”. A distanza di secoli, Alessandro Magno e Gandalf sono fatti della stessa stoffa: vocali e consonanti. Chi è più vero e chi è più falso? D’altronde, per uno scrittore, la Storia, così come la Filosofia, non è che un genere letterario.

Nel suo romanzo cambiare il corso della Storia basta davvero a cambiare anche gli uomini?

Evidentemente no. Difatti la bomba atomica scoppia ugualmente, anzi addirittura in anticipo. Non credo che esista un singolo universo parallelo che ci possa condurre alla felicità. Siamo condannati ad andare sempre avanti, come Ulisse, come Tom Joad, come l’agrimensore del Castello di Kafka, anche se sappiamo che non raggiungeremo mai ciò che cerchiamo.

Il passaggio tra generi diversi è un modo per ampliare il romanzo o per metterlo continuamente alla prova?

Mi sono divertito a giocare coi generi letterari che mi piacciono, utilizzandone uno per ognuna delle sette parti del mio libro: romanzo russo, racconto di mare, gangster story, on the road, romanzo carcerario, racconto di guerra, odissea post-apocalittica. Avevo l’ambizione, un po’ cretina, di offrire al lettore sette romanzi al prezzo di uno. Una cosa un po’ da imbonitore di piazza: venghino, signori, venghino!

Oggi si scrivono ancora grandi romanzi o una certa debolezza del romanzo di oggi ha una parte nella crisi dell’editoria?

Abbiamo avuto la moda dell’autofiction che, fatte le dovute grandi eccezioni — mi vengono in mente Trevi e Carrère —, si è tradotta in libricini striminziti come le vite che pretendono di raccontarci. Io mi auguro che il “romanzone” di impianto ottocentesco, quello che ha la pretesa di immaginare o reinventare un mondo per svelarci qualcosa della natura umana, non muoia mai.

Il titolo Non vi sarà più notte indica, alla fine di tutto, più una liberazione o una condanna?

Lo si può leggere in senso apocalittico — d’altronde la citazione è presa da lì —, ma al tempo stesso sperare che alla notte succeda di nuovo il giorno. Più ci penso, più credo che sia un titolo bellissimo. Posso dirlo, visto che è farina del sacco dell’apostolo Giovanni.

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Autore

s.magi@tin.it

Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto QuotidianoMinima et Moralia e Vanity Fair Italia.

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