di Lilith Moscon
Lo scorso febbraio si è conclusa la mostra This Will Not End Well, la prima retrospettiva dedicata al lavoro di Nan Goldin come filmmaker, curata da Roberta Tenconi e Lucia Aspesi negli spazi della fondazione Pirelli HangarBicocca di Milano. Sono riuscita a visitarla un venerdì pomeriggio, a pochi giorni dalla sua fine. Sfogliando l’opuscolo disponibile all’ingresso, ho letto una frase dell’artista statunitense che mi ha portato, di rimando, al romanzo di Lisa Bentini Cose che nessuno vede: “Per me scattare una fotografia non è un distacco. È un modo per toccare qualcuno, una carezza”. La fotografia, stando alle parole di Nan Goldin, crea occasioni di contatto, accorcia le distanze, rende prossime cose e persone. L’esordio di Lisa Bentini – pubblicato da Edizioni Kalós nella collana Lapilli – accoglie numerose riflessioni sulla fotografia, su come questa riveli il nostro rapporto con la vita e la morte. È di fatto una foto a introdurci uno dei protagonisti delle sue pagine: Bambina, la sorella del padre di Lisa, la zia morta all’età di nove anni di cui l’autrice serba uno scatto, un’immagine dove compare vestita da Robin Hood:
La prima fotografia che ho visto della Bambina è quella che ancora oggi mi porto dietro a ogni cambio di casa. È una fotografia a colori scattata a carnevale in cui lei è travestita da Robin Hood. […] Ogni volta che ho domandato a mio padre chi l’avesse scelta, ho ricevuto solo una risposta vaga; quando gli ho chiesto chi me l’avesse regalata non ha addirittura saputo rispondere.
Bambina, il cui nome è Elisabetta, accompagna Lisa dalla sua infanzia. Ce lo racconta questa foto arrivata misteriosamente in casa sua con l’intento implicito di creare una contiguità tra le due donne, una sovrapposizione, inscritta già – peraltro – nei loro nomi: Elisabetta, Lisa. Il primo nome contiene il secondo, se lo mangia, lo fagocita. L’autrice affronta magistralmente, con un registro amaro e ironico al contempo, questioni studiate e analizzate dalla psicologia transgenerazionale. Una, tra tutte, quella dei vincoli tra generazioni di persone appartenenti a una stessa famiglia. Lisa eredita la camicia da notte di Bambina, un suo costume di carnevale, un suo anello d’oro con l’acquamarina che perderà nella rena del Bagno Pelo in un gesto tanto involontario quanto sano perché certe eredità sono importabili, intorbidiscono i destini rendendone i contorni poco chiari.
Se è vero che “fotografare” può essere sinonimo di “carezzare” o – per dirla con Hervé Guibert – che la fotografia è anche una pratica d’amore, è altrettanto vero che le foto mostrano un tempo rappreso, istanti sottratti alla durata, per questo irreali o metafisici – come sostiene Annie Ernaux ne L’uso della foto, il suo ultimo libro uscito in Italia per L’orma editore. Le foto stanno oltre le cose della natura, come i fantasmi, i vampiri e, al pari di questi ultimi, vanno protette dalla luce, pena il loro annichilimento.
Bambina è il fantasma con cui Lisa deve fare i conti, per questo la sua foto sopravvive ai traslochi. I fantasmi, quando non ci soppiantano o colonizzano, sono portatori di messaggi preziosi. Lisa presta orecchio a zia Elisabetta, alla bambina morta a nove anni come Beverly – il cane dal manto “disseminato di macchioline color arancio” che accompagnerà l’autrice da adulta –, e offre a noi lettrici e lettori il frutto di questo ascolto.
Forse un giorno Bambina svanirà, perché il dialogo con sua nipote sarà giunto al termine, perché la sua assenza sarà stata integrata. Nel saggio Soggetti di desiderio, Judith Butler scrive che le immagini “manifestano un desiderio di presenza e sono un modo d’interpretare l’assenza.” Ancora una volta, Elisabetta uscirà di scena quando il desiderio della sua presenza si sarà estinto, quando dietro al suo ritratto di bambina Robin Hood non si anniderà nient’altro.
La voce narrante di Cose che nessuno vede alterna passato e presente, inanella ricordi, si affida alle bestie come gli eroi e le eroine delle fiabe, crede alla magia dei numeri e alle coincidenze significative: Bambina muore a nove anni, nell’estate del 1969, mentre l’uomo mette piede sulla luna. Anche il cane Beverly, trovato nel parcheggio di un Conad alla periferia di Bologna, muore a nove anni. Nove sono i denti da latte di Bambina che Lisa scopre nella scatola porta gioielli del nonno, e le orbite che compie Laika intorno alla terra, a bordo dello Sputnik.
Il passaggio dedicato a Laika richiama le parole con cui Anna Maria Ortese si rivolge alla randagia trovata vagante per le strade di Mosca, in Corpo celeste:
Vorrei gridare: Laika! Siamo qui! Ti amiamo! Torna indietro, Laika! Sì, sono questi i miei sogni: la resurrezione, il ritorno di tutti i morti nell’ingiustizia.
Ingiusta appare anche la morte del cane dell’autrice: “Beverly non doveva morire”. Ma Beverly, infatti, non morirà. Sarà piuttosto innalzata a costellazione, come Antinoo, il giovane amato dall’imperatore romano Adriano. La copertina del libro mostra la sua presenza nel cielo. Beverly può essere guardata, osservata, interpellata. Il suo scheletro è costituito da corpi celesti – per tornare al romanzo della Ortese. Quaggiù è rimasto solo il suo guinzaglio che “penzola come un cordone ombelicale rinsecchito dopo aver cessato di battere”. Il guinzaglio testimonia il passaggio del cane sulla terra, il suo avere vissuto prima di diventare piccolo, lontano, fatto di stelle: “del resto, i morti rimpiccioliscono sempre”, leggiamo in Cose che nessuno vede.
I morti rimpiccioliscono e possono finire ovunque, in cielo o nella testa: “Lasciò il cadavere esposto all’aria per qualche giorno, secondo le usanze dei greci, e alla fine si seppellì il padre nella testa” – queste le parole di Carmen Gallo tratte dalla poesia “Nella testa (la memoria)” contenuta in Procne Machine.
L’esordio di Lisa Bentini restituisce attraverso frammenti, lapilli – aderendo, così, formalmente, al titolo della collana di cui fa parte –, il misterioso intreccio di vita e morte che caratterizza il nostro stare al mondo. Cose che nessuno vede è un romanzo sull’amore, sulla cura che coinvolge e investe umani, piante e animali. Racconta la complessità dell’esistere, anche nelle sue contraddizioni e nelle sue dissonanze. È un libro che contiene tanti altri libri, citati al suo interno, tra cui: Orbital di Samantha Harvey, L’invenzione della solitudine di Paul Auster, I cani del nulla di Emanuele Trevi, Averno di Louise Glück, Mrs Dalloway di Virginia Woolf, Il peso del mondo di Peter Handke, Il cane di Giacometti di Stefano Raimondi. La sua struttura ricorda quella di un album fotografico dove le immagini rinverdiscono sotto i nostri occhi, perché guardate, in un gioco di presenza e assenza. Lo stesso gioco che descrive, meglio di me, Hervé Guibert nella sua opera L’immagine fantasma:
Così le foto di famiglia restano là, nelle loro piccole bare di cartone e possiamo dimenticarle: come croci piantate nel terreno promettono un piacere malinconico. Quando si riaprono quelle scatole, immediatamente la morte salta agli occhi, ma anche la vita, entrambe legate e intrecciate si ricoprono e si mascherano.
La fotografia abita letteralmente la casa d’infanzia di Lisa Bentini perché il padre ha una camera oscura in cantina dove l’autrice guarda le mani del genitore immergere con precisione i fogli di carta.
L’infanzia ricopre un ruolo centrale nel romanzo ed è raccontata medianti passaggi brevi come scatti, come gli scatti che Nan Goldin dedica alle figlie e ai figli degli amici e che compongono l’opera Fire Leap (2010-2022) collocata in uno dei padiglioni progettati dall’architetta Hala Wardé per la retrospettiva This Will Not End Well. A proposito di Fire Leap, l’artista afferma: “I bambini nascono sapendo tutto e, a mano a mano che sviluppano rapporti sociali, dimenticano” – leggo queste parole sempre nell’opuscolo preso all’ingresso. Ecco, Cose che nessuno vede di Lisa Bentini è un omaggio alla memoria, risponde al tentativo di sottrarre l’infanzia all’oblio. E conduce pure noi, di riflesso, a pensare a chi eravamo, prima di dimenticare.
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